Latino, romanità e propaganda fascista: il Codex Fori Mussolini
di Adele Tosanotti
- Introduzione
Ottobre 1932. Benito Mussolini inaugura a Roma un maestoso obelisco in marmo bianco, sul quale campeggia l’iscrizione MVSSOLINI DVX (Inaugurazione del Foro Mussolini, 1932). In questo giorno di festa, una grande folla applaude il Duce: per il decimo anniversario della Marcia si è radunata nel nuovo Foro che porta il suo nome, e l’evento è accuratamente documentato dalla macchina propagandistica del regime. Tuttavia, non tutti sanno che sotto l’obelisco è celato qualcosa di immensamente prezioso, ma non destinato al plauso degli astanti.
Alla base del monumento è interrata una cassetta in metallo, contenente alcune medaglie commemorative e un documento di straordinaria rilevanza storiografica: il Codex Fori Mussolini. Si tratta di un testo latino, composto dal latinista e filologo Aurelio Giuseppe Amatucci e vergato a mano su pergamena, che costituisce un unicum nella produzione documentaria del regime fascista. È infatti un messaggio espressamente concepito per le generazioni future: una sorta di “capsula del tempo”, destinata a tramandare la versione ufficiale della storia fascista nella lingua dell’Antica Roma.
Il documento, rimasto pressoché sconosciuto per oltre ottant’anni, è potuto tornare alla luce nel 2016 grazie alla preziosa collaborazione di Han Lamers (1984), dell’Università di Oslo e Bettina Reitz-Joosse (1984), dell’Università di Groningen. Il loro saggio The Codex Fori Mussolini: A Latin Text of Italian Fascism, pubblicato per Bloomsbury Publishing nel 2016, costituisce la prima analisi critica del Codex, accompagnata da una traduzione integrale in lingua inglese. I due studiosi sono anche i curatori di Fascist Latin Texts, una biblioteca digitale che raccoglie testi latini scritti durante il Ventennio, in prosa e in poesia, allo scopo di documentare ed analizzare l’impiego della lingua latina come strumento retorico e simbolico a sostegno della propaganda fascista.
2. Il complesso del “Foro Mussolini”
Quello del Foro Mussolini, oggi Foro Italico, fu senza dubbio uno dei progetti urbanistici più ambiziosi ed emblematici del regime fascista. L’idea nacque nel 1927 su iniziativa di Renato Ricci (1896-1956), primo presidente dell’Opera Nazionale Balilla, con l’obiettivo di creare un centro per lo sport e l’educazione fisica dei giovani fascisti. Per la scelta del sito furono vagliate diverse aree, tra le quali il Quartiere Tiburtino, dove nel 1935 sarebbe sorta la Città Universitaria. Si decise infine per una zona adiacente al fiume Tevere, sotto la collina di Monte Mario, la più alta tra i Monti della Farnesina. L’area, inizialmente incolta e paludosa, fu bonificata e resa edificabile (De Vico Fallani & Quilici, 2016).

Il progetto fu affidato all’architetto Enrico Del Debbio (1891-1973) (Valeriani, 1988) ed in breve tempo fu ampliato fino a divenire non solo una “città dello sport”, ma un sito per la celebrazione politica del regime: una sorta di palcoscenico ideologico dove ginnastica, romanità e fascismo potessero fondersi in un’unica, monumentale visione. Tra il 1927 e il 1934 videro la luce i principali edifici del complesso: il Palazzo H, sede dell’Accademia Fascista di Educazione Fisica (Le nuove opere del Regime…, 1928), e dal 1951 sede del Comitato olimpico nazionale italiano; lo Stadio dei Marmi, dal 2013 Stadio dei Marmi “Pietro Mennea”; lo Stadio dei Cipressi, successivamente Stadio dei Centomila (1953-1960) e poi Stadio Olimpico (dal 1960); lo Stadio olimpico della Racchetta, poi Stadio della Pallacorda, dal 2006 Stadio “Nicola Pietrangeli”.

Il gruppo del Foro Italico doveva ergersi a cittadella dello sport e della cultura: un organismo pedagogico-formativo di prim’ordine e allo stesso tempo un’istituzione politica complessa, destinata a svolgere un ruolo di primo piano nel realizzare, secondo le parole dello stesso Ricci, «il più gigantesco esperimento di educazione di Stato» mai tentato, per la formazione dei giovani italiani «in senso patriottico e unitario, cioè fascista» (Ponzio, 2008). Pochi mesi dopo l’inaugurazione del complesso, Marcello Piacentini, uno dei più affermati e stimati architetti del momento, commentava la consacrazione dell’“uomo nuovo” attraverso lo sport ad opera del regime con queste parole:
«per la prima volta in Italia si realizza con questa opera una città della educazione fisica: è il tema dell’antico ‘Gymnasium’ modernizzato ed ampliato, elevato alla importanza di centro educativo nazionale e simbolo del rinnovato sviluppo che anche da noi ha ormai assunto la cultura fisica, della importanza che ad essa giustamente conferisce il Regime, nella formazione del carattere delle nuove generazioni» (Piacentini, 1933).
3. L’Obelisco Mussolini
Tale era la carica ideologica del progetto urbanistico nel quale fu inserito l’Obelisco Mussolini. L’obelisco si trova all’ingresso principale del Foro, perfettamente allineato con il Ponte Duca d’Aosta, a formare un asse monumentale che conduce verso lo Stadio Olimpico e gli altri impianti sportivi del complesso. Sorge su un viale mosaicato in bianco e nero, che accentua la teatralità dell’ingresso e richiama l’estetica monumentale del regime (Terminata la pavimentazione in mosaici il Duce presenzia all’inaugurazione del Foro Mussolini, 1937). È alto quasi quaranta metri e pesa all’incirca settecento tonnellate. Sul lato, sono incise verticalmente a lettere capitali le parole MVSSOLINI DVX.
L’obelisco fu realizzato in marmo di Carrara, a partire da un monolite estratto nel luglio 1928 dalla cava Carbonera (A Carrara il monolite marmoreo per la colonna Mussolini, 1928). Dal momento della scelta a Carrara sino al suo approdo a Roma, il monolite di marmo fu il protagonista di un giornale di viaggio che documentò minuziosamente l’evoluzione del progetto; l’attività di propaganda che circondò la costruzione dell’obelisco fu monumentale quasi quanto la sua presenza fisica (La lizzatura del monolite marmoreo di Carrara, 1928). Giunse infine a Roma il 6 maggio 1932 e fu inaugurato il 28 ottobre, in occasione del decennale della Marcia. Sulla cima del monumento fu posta una cuspide in oro del peso di 32 kg.

L’Obelisco Mussolini doveva quindi assolvere a diverse ma concatenate funzioni: essere monumento alla mitologia del regime, in particolare al “rinnovamento nazionale” fascista; essere viva rappresentazione del culto della personalità del Duce, risanatore, rinnovatore, rifondatore della nazione; fungere da segnacolo visivo e ideologico, che introduce il visitatore del Foro al cuore del progetto fascista di educazione fisica e ai suoi valori fondanti – giovinezza, bellezza, romanità, imperialismo.
Proprio al tema del culto della romanità e alla volontà di potenza imperialistica del regime si collega il Codex Fori Mussolini: un messaggio per i posteri, scritto a mano nella lingua dei padri gloriosi del popolo italiano, per consegnare la storia del Regime e del suo Duce alla Storia. Una capsula del tempo, destinata agli eredi di un futuro lontano ed ignoto.
4. Mussolini e la lingua latina
La scelta della lingua latina per la redazione del Codex non fu quindi casuale: si inseriva anzi in un disegno ideologico più ampio e strutturato di quanto possa apparire a prima vista.
Il 30 agosto 1933 venne a mancare Carlo Avogaro, professore di latino a Bologna. Di seguito il testo del telegramma che Benito Mussolini fece pervenire alla famiglia il giorno seguente (Lamers, 2022):
«La morte del mio vecchio professore di latino mi rattrista e mi riconduce ai tempi, nei quali egli mi avviò agli studi della lingua di Roma. Conservai di lui sempre un vivo, caro ricordo. Vogliate accogliere le condoglianze del suo scolaro.
MUSSOLINI»
Il 1º settembre, il telegramma fu pubblicato in prima pagina su Il Popolo d’Italia. L’articolo, intitolato Il cordoglio del Duce per la morte del suo insegnante di latino, accennava a come il docente avesse avuto «la ventura di impartire lezioni private di latino a S. E. il Capo del Governo, giovinetto» (Il cordoglio del Duce per la morte del suo insegnante di latino, 1933). L’intento della pubblicazione del telegramma sul giornale fondato da Mussolini nel 1914 era, evidentemente, quello di comunicare che il capo del Fascismo conosceva la lingua dell’Antica Roma, e che il suo avvicinamento allo studio del latino in giovane età era un ricordo a lui caro.
La propaganda fascista fu sempre attenta a presentare il Duce come un poliglotta, o se non altro come un uomo capace di esprimersi fluentemente in diverse lingue antiche e moderne tra le quali il francese, l’inglese, il tedesco e lo spagnolo, oltre ovviamente al latino e al greco antico (Lamers, 2022).

Al di là degli usi propagandistici della sua formazione classica, una certa conoscenza della lingua e della letteratura latina Mussolini doveva senza dubbio possederla, avendola egli appresa, oltre che dal sopracitato Professor Avogaro, anche da Alberto Calderara (1882-1938), che era stato suo compagno alla Scuola normale maschile di Forlimpopoli (Lamers, 2022). Il suo interesse per la lingua di Roma Antica crebbe sensibilmente in età adulta, allorché l’eredità romana dell’Italia fece il proprio ingresso nella costruzione ideologica del Fascismo. Emblematico in questo senso è l’articolo scritto da Mussolini stesso e pubblicato sul Popolo d’Italia il 21 aprile 1922, per sostenere la celebrazione del Natale di Roma in opposizione alla festa “socialista” del 1° maggio, secondo una tesi già avanzata nel “Discorso di Bologna” il 21 aprile dell’anno precedente:
«Il Fascismo italiano si raccoglie oggi attorno ai suoi mille e mille gagliardetti per celebrare la sua festa e quella del lavoro nell’Annuale della fondazione di Roma. […]
Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà significa esaltare la nostra storia e la nostra razza significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e Italia sono infatti due termini inscindibili.
[…] La Roma che noi onoriamo ma soprattutto la Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un’altra: non si tratta di pietre insigni ma di anime vive: non è contemplazione nostalgica del passato ma dura preparazione dell’avvenire.
Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o se si vuole il nostro Mito. Noi sogniamo l’Italia romana cioè saggia e forte disciplinata e imperiale. Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel Fascismo: romano è il Littorio romana è la nostra organizzazione di combattimento romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio: «Civis romanus sum». Bisogna ora che la storia di domani quella che noi vogliamo assiduamente creare non sia il contrasto o la parodia della storia di ieri. I romani non erano soltanto dei combattenti ma dei costruttori formidabili che potevano sfidare come hanno sfidato il Tempo.
L’Italia è stata romana per la prima volta dopo quindici secoli nella guerra e nella vittoria: dev’essere — ora — romana nella pace: e questa romanità rinnovata e rinnovatasi ha questi nomi: Disciplina e Lavoro. Con questi pensieri i fascisti italiani ricordano oggi il giorno in cui duemilaseicentosettantacinque anni fa — secondo la leggenda — fu tracciato il primo solco della città quadrata destinata dopo pochi secoli a dominare il Mondo.» (Mussolini, 1922; La Penna, 1999)
La celebrazione della romanità non poteva non passare anche attraverso il culto della lingua latina. Nel 1939, durante la cerimonia di premiazione per un concorso di latino presso l’Istituto di Studi Romani, di cui Mussolini era presidente onorario, egli si congratulò con i vincitori e definì il latino «lingua chiara, sintetica, degna del più forte popolo che ha mai apparso su la faccia della terra». In occasione della medesima cerimonia l’anno seguente, il Duce si riferiva al latino come «la lingua del nostro tempo, di questo durissimo ma bellissimo tempo fascista», nonché «la lingua di un popolo di soldati, di conquistatori, di costruttori, di legislatori, di vincitori» (Lamers & Reitz-Joosse, 2016).
La lingua latina ed il suo uso divenivano così un simbolo della rinnovata romanità dei giovani italiani, formati nell’antico idioma di Roma, rinati alla fede nella grandezza del proprio destino grazie alla propulsione rinnovatrice del Fascismo.
Latino e romanità: dell’Italia il passato, presente, futuro. In quella lingua sopravvissuta al trascorrere dei secoli, alla nascita e alla caduta di imperi, alla scomparsa dei propri stessi madrelingua e tuttavia, ancora nel XX secolo, tutt’altro che morta – in quella lingua che aveva saputo “sfidare il Tempo” bisognava scrivere la storia del regime fascista.

5. Il Codex Fori Mussolini
Il Codex Fori Mussolini narra la storia d’Italia dalla Prima Guerra Mondiale alla costruzione del Foro Italico, soffermandosi in particolare sull’incapacità della classe politica di sfruttare la vittoria in guerra e su come un uomo dallo spirito e dall’ingegno quasi divini seppe risollevare le sorti del Paese per riportarlo agli antichi fasti. Quell’uomo era ovviamente Benito Mussolini, ed il Codex rappresenta, in un certo senso, la “sua” versione della storia.
Il documento fu redatto da Aurelio Giuseppe Amatucci (1867-1960), membro attivo del già citato Istituto di Studi Romani e dal 1935 al 1944 ordinario di Letteratura Latina presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. Non esistono copie del manoscritto interrato sotto l’Obelisco Mussolini, ma il testo fu pubblicato (con trascurabili variazioni) dallo stesso Amatucci su alcune riviste di regime (Amatucci, 1932).
Di seguito qualche passo:
| Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo. VIRGILIO, Ec. IV, 5. 1. Bellum maxime omnium memorabile quae unquam gesta essent ab anno MCMXIV ad annum MCMXVIII tota paene Europa exarsit, quod, cum et aliae gentes vel armis vel opibus pugnantes adiuvissent fereque omnes anxia mente fuissent, totius orbis terrae bellum factum atque appellatum est. 2. Huic quidem bello Itali, quamvis paulo ante tot post casus hostibus devictis tyrannisque expulsis denique in populi unius corpus liberi coaluissent seseque vix firmassent, cum populis qui pro rei publicae salute iure ac legitime, sed tum incerto Marte, pugnarent interesse statuerunt atque patriae fines ex aliorum dominatu vindicare. | Nasce di nuovo il grande ordine dei secoli. VIRGILIO, Ec. IV, 5. 1. La più memorabile guerra tra tutte quelle che mai sono state combattute divampò in quasi tutta l’Europa dall’anno 1914 al 1918, e perciò, dal momento che sia altre nazioni avevano aiutato o con armi o con mezzi coloro che combattevano sia poiché quasi tutti si erano ritrovati nell’affanno, la guerra divenne e fu definita mondiale (lett. “di tutto il mondo”). 2. Gli Italiani, sebbene poco prima, dopo tanti caduti, sconfitti i nemici e cacciati i tiranni, si fossero finalmente riuniti come uomini liberi nel corpo di un unico popolo e a fatica si fossero resi un popolo solido (lett. “saldi”), decisero senza dubbio di partecipare a questa guerra con i popoli che combattevano a favore della salvezza dello stato a ragione e legittimamente, pur a quel tempo con incerto esito in guerra, e (sott. decisero) di rivendicare i confini della patria dal dominio di altri. |
| 3. Sed hominum qui tum Italorum publicis rebus praeerant, alii ad civium vel exterarum gentium ambitiosas voluntates nimis pavidi, alii opinionum commentis deliri, utpote qui vel omnia civibus tribuerent nihil patriae vel patriam ipsam omnino esse negarent, pessime tam praeclara tantoque sanguine parta victoria usi Italiam in summum discrimen adduxerunt ut optimus quisque civis eius saluti iam desperaret. | 3. Tuttavia tra gli uomini che allora tra gli Italiani presiedevano agli affari pubblici, alcuni troppo timorosi di fronte alle ambiziose volontà dei cittadini o degli stranieri, altri illusi per le falsità delle convinzioni, come quelli che o concedevano tutto ai cittadini e nulla alla patria o negavano che esistesse perfino la patria stessa; quelli, avendo fatto il peggior uso possibile di una vittoria così gloriosa e ottenuta a prezzo di tanto sangue, condussero l’Italia nel più grave pericolo, tanto che ogni buon cittadino ormai disperava della sua salvezza. |
Apre il testo un verso tratto dalla quarta ecloga delle Bucoliche di Virgilio, dove si annuncia l’inizio di una nuova età dell’oro. È fin da subito evidente l’accostamento tra Fascismo, rigenerazione della civiltà romana ed inizio di una nuova era per l’Italia.
L’incipit del Codex è solenne, nella sintassi e nel lessico, e si richiama chiaramente ad uno dei più grandi storici romani: Tito Livio. Dopo aver evocato il Risorgimento e la successiva Grande Guerra come parte di un’unica, gloriosa epopea nazionale, Amatucci affresca con toni drammatici la crisi postbellica ed il ben noto mito della “Vittoria mutilata”, un elemento assolutamente centrale della retorica fascista fin dalle origini del movimento. È denunciata in particolare l’incapacità dei governi postbellici di capitalizzare la vittoria, in quanto guidati da uomini deboli, pavidi, traditori della patria.
| 4. Ea tempestate caelesti quodam nutu atque numine VIR exstitit, qui singulari acie ingeni animoque firmissimo praeditus et ad omnia fortia facienda ac patienda paratus, non solum res inclinatas eversasque in pristinum restituere sed etiam Italiam illam, quam veteres Romani orbis terrarum lumen effecissent, Italis reddere divina mente concepit consiliisque facta adaequare est aggressus. Qui Vir fuit BENITVS MVSSOLINI. 5. Hic quidem, cum primum patriae caritate victus bellum civibus acriter suasisset, deinde miles strenue in acie pugnasset sanguinemque effudisset, victoria parta fasces, qui veterum Romanorum pristinas virtutes adumbrarent, instaurandos decrevit atque instauravit. | 4. In tal momento, per comando e volontà divini, si fece avanti un UOMO, che dotato di una singolare acutezza d’ingegno e di uno spirito risoluto e pronto a compiere o sopportare ogni azione eroica, con mente divina concepì l’idea non solo di ripristinare le fortune cadute e rovesciate, ma anche di restituire agli Italiani quell’Italia che gli antichi Romani avevano reso un faro per il mondo intero, e si impegnò a rendere le azioni uguali ai piani. Quest’uomo fu BENITO MUSSOLINI. 5. Proprio costui, dopo che, spinto dall’amor di patria, aveva incitato ardentemente i cittadini alla guerra e in seguito aveva combattuto strenuamente come soldato sul fronte e aveva versato sangue, decise, a vittoria riportata, di restaurare i fasci, che rappresentavano le virtù originarie degli antichi Romani, e li restaurò. Traduzione italiana di Francesco Ginelli, Professore a contratto di Istituzioni di Latino presso l’Università degli Studi di Milano. |
Entra dunque in scena Benito Mussolini, e con lui la progressione della storia nazionale acquisisce i tratti di una parabola salvifica: dalla disgregazione dell’immediata epoca postbellica alla rinascita sotto il Fascismo, dalla più infima corruzione morale e materiale al recupero delle antiche virtù e del posto di onore ed eccellenza che spetta naturalmente all’Italia fra le nazioni del mondo («orbis terrarum lumen», un faro per il mondo intero).

Si rintracciano due argomenti principali che sono ormai divenuti dei veri e propri tòpoi letterari, fondamentali tanto per forgiare una coscienza nazionale collettiva quanto per raccontare il passato e per giustificare l’agire nel presente: la costruzione del Nemico e, soprattutto, la descrizione dell’Eroe.
La presentazione di Benito Mussolini assume carattere mitopoietico, inserendosi egli perfettamente nell’archetipo dell’Eroe Fondatore, difensore e salvatore, trascinatore, milite e comandante; in altre parole: VIR, DVX. Mussolini appare dotato di attributi sovrumani, e soprattutto nel lessico che Amatucci utilizza per descriverlo abbondano i termini religiosi e sacrali: «caelesti quodam nutu atque numine», «divina mente». Si assiste così ad una vera e propria sacralizzazione del Duce come Messia di una nuova religione civile, laica e politica, esclusiva ed integralista: unto, consacrato, una sorta di novello “Cristo” in camicia nera.
Allo stesso tempo, il costante richiamo alla romanità, oltre a legittimare il Fascismo come successore dell’Impero Romano e ad inserirsi nella semantica della redenzione e della rinascita, propone un concetto di imperialismo culturale, se non ancora militare, destinato ad una larga fortuna nei successivi anni Trenta. Il testo prosegue elencando e lodando le principali realizzazioni del regime fascista e del suo Duce: la risoluzione della Questione Romana, il potenziamento delle forze armate, la creazione del sistema corporativo, la riforma dell’educazione giovanile, le bonifiche agricole, le grandi opere pubbliche. A Mussolini si devono la rinnovata armonia sociale e la ritrovata coscienza della magnitudine della nazione; il suo agire nella storia continua a connotare il Duce come una figura redentrice, paternalistica e provvidenziale.
Il Codex Fori Mussolini fu vergato a mano su pergamena, posto in una cassa insieme ad alcune medaglie d’oro e tumulato sotto all’Obelisco Mussolini, nell’ottobre 1932. Non si posseggono riproduzioni fotografiche del documento scritto né delle medaglie, con l’eccezione di una che doveva raffigurare Mussolini nelle vesti di Ercole, con la classica pelle leonina attorno al capo, e una rappresentazione dell’Obelisco Mussolini sul retro.
6. Conclusioni
Questo, dunque, il tentativo del regime fascista di eternare sé stesso e la propria memoria: un messaggio scritto nella lingua di quelli che reputava i propri padri gloriosi, che aveva attraversato tanti secoli di storia senza che questi potessero scalfire il suo status di lingua imperitura, che prometteva di perdurare al passaggio di altrettanti secoli di lì alla fine dei tempi. Una lingua che pareva aver fatto voto di sopravvivere a qualsiasi cosa, anche ad una eventuale scomparsa del Fascismo.
Il Codex Fori Mussolini rievoca la magnificenza dell’Impero Romano, e legittima il regime fascista come suo degno erede. Tumulato in un complesso dalla forte carica ideologica, che era stato appositamente costruito per celebrare le rinnovate virtù romane della gioventù fascista, il Codex può essere compreso nel suo pieno significato solo se lo si considera all’interno del sito nel quale è posto.
Si può dire che il Codex rappresenti un esempio originale, ma perfettamente coerente, dell’uso strumentale della tradizione classica nell’ideologia fascista. Attraverso la scelta del latino e la collocazione nel contesto monumentale del Foro, il documento testimonia il tentativo del regime di costruire una legittimazione storica e culturale del proprio progetto politico. L’analisi del testo rivela le modalità attraverso cui il fascismo elaborò una propria mitologia fondativa, utilizzando simboli e codici della tradizione romana per presentarsi come naturale continuatore dell’esperienza imperiale, e per dipingere Mussolini come una sorta di “Messia laico” destinato a redimere il popolo italiano per riportarlo all’antico splendore.
In questa prospettiva, il Codex non costituisce semplicemente un curiosum dell’epoca del Ventennio, ma un documento di particolare rilevanza per la comprensione dei meccanismi ideologici e culturali del totalitarismo novecentesco. La riscoperta dopo decenni di questo testo, resa possibile dal lavoro di Lamers e Reitz-Joosse, apre nuove prospettive di studio dei rapporti tra cultura classica e propaganda politica, e più in generale di ricerca storica, letteraria, filologica, sociologica, estremamente ricche in potenza di spunti interdisciplinari.

Adele Tosanotti – Scacchiere Storico
Adele Tosanotti è laureata magistrale in Management per l’impresa, e si occupa di comunicazione, brand development e marketing nel settore vinicolo. È tornata all’università per perseguire la sua più grande passione, ed è ora studentessa in Storia presso l’Università degli Studi di Milano. Si interessa soprattutto di Storia Contemporanea, in particolare della Belle Époque, dei due conflitti mondiali e dei totalitarismi, con periodiche scorribande nell’Età Antica e Moderna. Ama leggere e viaggiare.
Bibliografia
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Amatucci, A.G., Codex Fori Mussolini, 1932, all’URL https://flt.hf.uio.no/texts/work/147; Amatucci, A.G., Codex Fori Mussolini, 1932, traduzione italiana di Francesco Ginelli; De Vico Fallani, M., Quilici, S., “Il Parco di Monte Mario: vicende urbanistiche e paesaggistiche”, in M. Fagiolo, A. Mazza (a cura di), Monte Mario. Dal Medioevo alle idee di parco, Artemide, Roma, 2016; Duranti, G., “Marcello Piacentini”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 83 (2015), Treccani (all’URL: https://www.treccani.it/enciclopedia/marcello-piacentini_(Dizionario-Biografico)/); La Penna, A., “Il culto della romanità nel periodo fascista. La rivista “Roma” e l’istituto di studi romani”, in Italia contemporanea, n. 217 (1999), Franco Angeli editore; Lamers, H., “Mussolini’s Latin”, in Symbolae Osloenses, vol. 96, n. 1 (2022), all’URL https://doi.org/10.1080/00397679.2023.2173393; Lamers, H. – Reitz-Joosse, B., “Lingua Lictoria: The Latin Literature of Italian Fascism”, in Classical Receptions Journal, vol. 8, n. 2 (2016), all’URL https://doi.org/10.1093/crj/clv001; Mussolini, B., “Passato e avvenire”, in Il Popolo d’Italia, 21 aprile 1922, Milano, anno XX, n. 207 (all’URL https://fondazioneisec.it/sfogliabili/periodici/il-popolo-d-italia/1922/Aprile/16-22-aprile); Piacentini, M., “Il Foro Mussolini in Roma. Arch. Enrico Del Debbio”, in Architettura. Rivista del Sindacato Nazionale Fascista Architetti, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, annata XII, fascicolo II (1933), (all’URL http://digitale.bnc.roma.sbn.it/tecadigitale/giornale/VEA0010898/1933/v.2); Ponzio, A., “L’Accademia della Farnesina: un esperimento di pedagogia totalitaria nell’Italia fascista (1927-1943)”, pubblicato in Mondo Contemporaneo. Rivista di storia, n. 1 (2008); Valeriani, E., “Enrico Del Debbio”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 36 (1988), Treccani (all’URL: https://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-del-debbio_(Dizionario-Biografico)/).
Documenti multimediali
Inaugurazione del Foro Mussolini, direzione artistica di Arnaldo Ricotti, , Roma, Archivio Storico Luce, 1932, <https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000009446/2/inaugurazione-del-foro-mussolini.html?startPage=0&jsonVal=%7B%22jsonVal%22:%7B%22query%22:%5B%22inaugurazione%20del%20foro%20mussolini%22%5D,%22fieldDate%22:%22dataNormal%22,%22_perPage%22:20%7D%7D>.
Terminata la pavimentazione in mosaici il Duce presenzia all’inaugurazione del Foro Mussolini, direzione artistica Arturo Gemmiti, , Roma, Archivio Storico Luce, 1937, https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000022754/2/terminata-pavimentazione-mosaici-duce-presenzia-all-inaugurazione-del-foro-mussolini.html?startPage=0&jsonVal={%22jsonVal%22:{%22query%22:[%22Terminata%20la%20pavimentazione%20in%20mosaici%20il%20Duce%20presenzia%20all%27inaugurazione%20del%20Foro%20Mussolini%22],%22fieldDate%22:%22dataNormal%22,%22_perPage%22:20}}.
A Carrara il monolite marmoreo per la colonna Mussolini, direzione artistica Renato Sinistri, Guido Albertelli, , Roma, Archivio Storico Luce, 1928, https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000048999/2/a-carrara-monolite-marmoreo-colonna-mussolini.html?startPage=0&jsonVal={%22jsonVal%22:{%22query%22:[%22A%20Carrara%20il%20monolite%20marmoreo%20per%20la%20colonna%20Mussolini%22],%22fieldDate%22:%22dataNormal%22,%22_perPage%22:20}}.
La lizzatura del monolite marmoreo di Carrara, direzione artistica Renato Sinistri, Guido Albertelli, , Roma, Archivio Storico Luce, 1928, https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000049882/2/la-lizzatura-del-monolite-marmoreo-carrara.html?startPage=0&jsonVal={%22jsonVal%22:{%22query%22:[%22La%20lizzatura%20del%20monolite%20marmoreo%20di%20Carrara%22],%22fieldDate%22:%22dataNormal%22,%22_perPage%22:20}}.
Immagine di copertina: foto dello Stadio dei Marmi a Roma, nel 1937 (fonte: autore, Fortepan; licenza, CC BY-SA 3.0)
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