Premessa
Ultimamente, mi sono interessata al passato di Dalmine, una città solo apparentemente priva di storia; una città le cui sorti sono ormai intimamente intrecciate con quelle della Dalmine (dapprima Mannesmann, oggi TenarisDalmine), il tubificio che nel corso del Novecento cambiò definitivamente il volto del piccolo borgo della bassa bergamasca.

Infatti, prima dell’avvento della tedesca Mannesmann nel 1906, Dalmine dovette presentarsi come un piccolo agglomerato di case, con una chiesetta dedicata a S. Giorgio, un mulino, la Torre Suardi e successivamente anche le ville Camozzi e Dall’Ovo. L’aspetto del paesaggio rurale circostante e del borgo dovettero rimanere pressoché invariati dal medioevo al Sette-Ottocento: abbiamo dei cabrei – mappe disegnate, antesignane dei moderni catasti – che testimoniano come dovesse presentarsi Dalmine prima della Dalmine (Ghisetti, 1998; Pesenti, Spreafico, Speroni, 1982; Paesaggi di carta, n.d.).
La Dalmine – o meglio il tubificio Mannesmann – venne formalmente istituita il 27 giugno 1906 sui terreni della famiglia Danieli-Camozzi. Sin dagli albori, la fabbrica investì sul territorio, plasmandolo e dotandolo di nuove infrastrutture, come ad esempio l’asse ferroviario di raccordo con la linea Milano-Bergamo. L’azienda, dopo l’iniziale gestione tedesca, venne rilevata dalla Banca Commerciale Italiana a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915. Passò in seguito alla direzione Franchi-Gregorini, che la rilevò nel 1917, e infine, durante gli anni Trenta, alla Finsider (Finanziaria Siderurgica dell’IRI), divenendo formalmente di dominio pubblico fino alla privatizzazione durante gli anni Novanta. Già nel 1920, l’impianto cambiò il suo nome in Dalmine S.A., un’intitolazione che palesava il forte rapporto con il territorio e soprattutto con l’abitato in cui era sorta (Nicoli, 2010; Amatori, Licini, 2006; Lussana, 2003; Pesenti, Cortese, Suardi, 2010; Pesenti, Cortese, Suardi, 2011; Fornasiero, 2023).
Ma veniamo a noi, cosa c’entrano Mussolini e il fascismo con la città bergamasca? Cosa si intende per company town? Ebbene, questo breve contributo cercherà di dare risposta a queste domande, svelando un passato forse ancora sconosciuto ai più.
- Il tubificio a Dalmine
Uno dei principali cambiamenti nella storia di Dalmine fu sicuramente l’avvento della società tedesca Mannesmann nel 1907: il piccolo centro rurale della Bassa Bergamasca, abitato prevalentemente da mezzadri e contadini, spianò la strada all’industrializzazione e a radicali mutamenti socioculturali, abitativi, demografici e lavorativi (Pesenti, Cortese, Suardi, 2010).

Laminatoio Mannesmann in uso alle acciaierie Dalmine. Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, Milano (fonte: autore, Alessandro Nassiri; licenza, CC BY-SA 4.0)
Nella Germania di fine Ottocento, i Mannesmann brevettarono la fabbricazione di tubi senza saldatura. Nel 1907, il Conte Gualtiero Danieli – parlamentare, avvocato e consigliere comunale del dalminese – concesse ai fratelli tedeschi di installare uno stabilimento siderurgico sulle proprietà Camozzi-Danieli. L’impianto necessitava infatti di un ampio territorio pianeggiante, e quello dalminese allora non era ancora fortemente antropizzato. Quest’ultimo era per di più facilmente collegabile con l’Europa e poteva essere acquistato a buon mercato; inoltre, almeno in linea teorica, non avrebbe dovuto aver bisogno di interventi di livellazione del terreno. L’azienda necessitava altresì di reperire manodopera a basso costo e che fosse “poco sovversiva” (si pensava infatti che la popolazione rurale fosse meno radicalizzata e politicizzata di quella cittadina), nonché individuare un’area nella quale non ci sarebbe stata concorrenza lavorativo-produttiva. La Mannesmann stipulò un accordo con il Danieli anche per la fornitura di elettricità, sempre a prezzo vantaggioso, dato che il Conte era parte del consiglio di amministrazione della società elettrica bergamasca Carlo Zanchi. Inizialmente, la società Mannesmann rimase a maggioranza tedesca, ma divenne italiana nel corso della Grande Guerra: dal 1909 prese avvio la produzione dei tubi senza saldatura e sempre più persone migrarono verso Dalmine per poter trovare lavoro, aumentando la richiesta di nuove infrastrutture e servizi. Il primo ostacolo che si presentò alla costruzione del nuovo polo industriale fu, infatti, l’organizzazione logistica di lavoratori, merci e viveri: il flusso di manodopera da fuori – attirato da nuove e maggiormente remunerative prospettive di lavoro – richiese una ridefinizione degli spazi e causò un inedito aumento demografico. Per di più, non va dimenticato che l’azienda – con il suo liberal-paternalismo – divenne, tra il 1908 e il 1912 e poi in epoca fascista, il fulcro della vita della comunità: la vita sociale, privata e lavorativa si intersecavano; istruzione, lavoro, svago, famiglia, relazioni personali avvenivano ormai all’ombra della fabbrica, la quale rimodellò il territorio a suo favore, finendo poi per coincidere con il territorio stesso (da qui la convergenza di Dalmine paese e Dalmine fabbrica) (Ghisetti, 1998; Pesenti, Cortese, Suardi, 2010; Pesenti, Cortese, Suardi, 2011; Pesenti, Dossi, Castronovo, 2014; Nicoli, 2010; Tosoni, 2018; Lussana, Capelli, 2018; Amatori, Licini, 2006; Lussana, 2003; Scudeletti, Leopardi, 2007).
Mentre il volto del piccolo borgo bergamasco mutava gradualmente, l’Europa veniva sconvolta dalla Prima guerra mondiale, un conflitto che impattò anche la vita del territorio dalminese e si intrecciò con l’attività della Tubi Mannesmann. Quando l’Italia venne coinvolta nella Grande Guerra nel 1915, la società dovette far fronte ai primi veri e propri mutamenti interni: l’amministrazione passò agli italiani, mentre lo stato considerò l’industria come “ausiliaria”, indispensabile quindi per l’approvvigionamento di tubi e di bombe. Per questo motivo, l’azienda passò sotto il controllo del Sottosegretariato per le Armi e le Munizioni, poi Ministero della Guerra. La popolazione, soprattutto quella maschile, dovette lasciare il lavoro agricolo e dedicarsi al lavoro in fabbrica (o destreggiarsi tra entrambi), o peggio ancora partire per il fronte. Furono molte le donne che non solo lavoravano nei campi, ma contribuirono energicamente alla produzione industriale o che diedero il proprio contributo in guerra. Con l’aumento della produzione, aumentò inoltre la richiesta di manodopera e Dalmine si trovò a ospitare chi migrava in cerca di lavoro (DalmineStoria, 2016; Tosoni, 2018; Lussana, Capelli, 2018; Scalpelli, 2007; Peruta, 1991).
- Dalmine, 15-17 marzo 1919: Benito Mussolini, lo “sciopero creativo” e “l’occupazione produttiva”
«Nei due anni immediatamente successivi alla fine della guerra (il “biennio rosso”) il movimento operaio si allargò a nuove masse di lavoratori, e gli scioperi (…) si ampliarono e si radicalizzarono in un’ondata senza precedenti (…). Le lotte dei lavoratori travalicarono spesso i vecchi schemi contrattuali e misero in forse lo stesso potere degli imprenditori in fabbrica, scavalcando i gruppi dirigenziali sindacali» (Peruta, 1991)
Le premesse alle agitazioni operaie del biennio rosso dalminese sono riscontrabili sin dal 1911, anno in cui l’Italia diede inizio alla campagna coloniale in Libia e momento in cui la siderurgia italiana poté prestare il suo prezioso contributo all’impresa bellica. Tuttavia, l’intransigenza padronale, con il suo atteggiamento liberal paternalistico, spinse gli operai a scioperi e ad azioni sovversive. Nonostante la provincia bergamasca fosse considerata una zona tranquilla dal punto di vista della conflittualità operaia e sebbene la Bergamasca fosse un’area solo parzialmente sindacalizzata e mobilitabile, anche la Mannesmann dovette far fronte alle prime agitazioni operaie nel dicembre 1911. Al momento del suo insediamento, la dirigenza non aveva calcolato che le spese per il mantenimento dello stabilimento sarebbero state maggiori rispetto a quanto preventivato. Per contenere i costi si intraprese una politica di licenziamenti, che spinse gli operai ad organizzarono per avanzare richieste salariali e disciplinari.
Si riportano di seguito le loro rivendicazioni:
- Aumento dal 10 al 29% delle mercedi
- Riduzione delle multe
- Devoluzione delle multe agli operai malati
- 90% d’aumento per le ore festive
- Riassunzione dei dodici operai licenziati (Scudeletti, Leopardi, 2007)
La dirigenza accolse tutte le richieste, tranne la prima riguardante l’aumento salariale, palesando in questo modo un atteggiamento quantomeno coerente con le aspettative imprenditoriali che portarono i Mannesmann a Dalmine, cioè sfruttare la manodopera a basso costo. Gli operai, come si evince dalle loro istanze, non rifiutarono le multe ma ne chiesero un ridimensionamento, rivelando anche solidarietà con i lavoratori più sfortunati (Scudeletti, Leopardi, 2007; Tedeschi, 1996; Scalpelli, 2007).

A Dalmine, gli scioperi si placarono almeno fino al 1917 e la produttività incrementò fino alla Prima guerra mondiale, quando la società passò dai tedeschi Mannesmann ai bresciani Franchi-Gregorini. Oltretutto, come anticipato, la fabbrica divenne uno dei poli ausiliari per la produzione bellica, mentre parte dei lavoratori dovette partire per il fronte. Gli operai rimasti in fabbrica e la dirigenza si impegnarono inoltre in forme di solidarietà nei confronti dei combattenti: vennero garantite giornate di lavoro ai profughi e ai famigliari dei caduti; alle famiglie degli operai in guerra venne assicurato un sussidio pari a metà dello stipendio precedentemente guadagnato in tempo di pace; infine, la fabbrica promise di riassumere i reduci una volta tornati in patria. Questa situazione impedì altri scioperi, nonostante vi furono palesi disparità di trattamento tra operai e impiegati, ai quali vennero elargiti sussidi più cospicui. Finita la guerra, il gruppo Franchi-Gregorini dovette affrontare il problema della riconversione; inoltre, per far fronte alla domanda bellica, la Dalmine triplicò il numero di lavoratori, che nel primo dopoguerra iniziarono a costituirsi in sindacato, soprattutto intorno alla UIL e alle figure di Secondo Nosengo, Antonio Croci, Giovan Battista Pozzi – che in seguito diverrà lo “storico” degli scioperi – e Alfonso Vajana – cronista dell’occupazione per Il popolo d’Italia, il quotidiano di Benito Mussolini (Scudeletti, Leopardi, 2007; Pozzi, 1921).
Nosengo fu responsabile del Memoriale (Pozzi, 1921), un elenco di richieste stilato nel febbraio del 1919. Il documento prevedeva la diminuzione dell’orario lavorativo da 48 a 44 ore settimanali, il sabato libero, minimi salariali più elevati, il riconoscimento della UIL come organo sindacale, la settimana di paga integrale, l’aumento della paga di maestranze specializzate, la retribuzione al 100% degli straordinari e la richiesta del parere degli operai per miglioramenti tecnici. Si concretizzarono e organizzarono in questo modo le istanze operaie, motivo per cui la Franchi-Gregorini rispose con la minaccia di licenziamenti, poiché non intendeva in alcun modo lasciare spazio rivendicativo ai propri dipendenti. La reazione operaia non si fece attendere e si procedette con l’autogestione: il 15 marzo, gli operai si chiusero nella fabbrica occupandola, senza però sospendere il lavoro e la produzione siderurgica. Inoltre, era forte lo spirito nazionalistico delle maestranze coinvolte: dato che molti dei lavoratori del tubificio avevano combattuto per il Paese, pretendevano di ottenere quei diritti che si erano guadagnati con il sangue, il sacrificio e la guerra. L’intento principale degli operai – che non dimentichiamo, spesso continuavano a lavorare anche nei campi – era dimostrare al padrone che si poteva produrre alacremente nonostante il riconoscimento del sindacato, dei diritti reclamati e soprattutto durante le “sole” otto ore di lavoro pretese. La situazione si stava evolvendo velocemente e ci furono diversi momenti di contatto e di trattativa tra la dirigenza del tubificio e quella sindacale. Lo “sciopero produttivo” e l’autogestione vennero però interrotti il 17 marzo con lo sgombero della fabbrica, decretando così il fallimento dell’azione sindacale e operaia (Scudeletti, Leopardi, 2007; Pesenti, 2019; Scalpelli, 2007).

Come abbiamo detto, lo sciopero degli operai dalminesi vantava la partecipazione del Pozzi e del Vajana, giornalista de Il popolo d’Italia e unico cronista ad aver visitato la fabbrica durante lo sciopero. Il quotidiano poté pertanto seguire cosa stesse accadendo nello sperduto borgo dalminese, tanto che il 20 marzo lo stesso direttore Benito Mussolini giunse da Milano a Dalmine per pronunciare un discorso (Pozzi, 1921) patriottico e compiaciuto dell’esperienza delle maestranze in sciopero e dei sindacalisti che ne guidarono l’«azione diretta costruttiva» (Scudeletti, Leopardi, 2007). Significativo fu il fatto che il futuro duce tenne il suo comizio nella sede della UIL e non nell’area della fabbrica; altresì importante fu che Mussolini fece degli scioperanti gli «antesignani di un nuovo modo di intendere il rapporto tra lavoratore e impresa» (Scudeletti, Leopardi, 2007), cercando di valorizzare la loro azione, senza però sminuire l’approccio della dirigenza della Dalmine, che aveva quantomeno cercato di accogliere alcune delle richieste avanzate nel Memoriale. Non va dimenticato che siamo in una fase delicatissima della storia politica italiana, dato che Mussolini era a Dalmine il 20 marzo e solo il 23 costituì a Milano i Fasci Italiani di Combattimento – tra i cui membri ci furono anche esponenti dello sciopero dalminese – che propugnavano un’«azione diretta, violenta e distruttiva come veicolo di affermazione politica» (Scudeletti, Leopardi, 2007). A Dalmine si proponeva pertanto un’alternativa tanto al socialismo, quanto al liberalismo, permettendo la produzione dal basso, rinunciando alla lotta di classe e al sovvertimento dell’ordine sociale: gli operai della Dalmine portarono avanti uno sciopero virtuoso e soprattutto produttivo, “creativo” come venne definito da Mussolini stesso. Non danneggiarono infatti lo stabilimento e i suoi macchinari – cioè i mezzi di produzione del padrone – ma si impegnarono nella produzione autogestita ed esposero il Tricolore, tutti elementi cardine della propaganda fascista. Inoltre, Mussolini seppe sfruttare appieno questo avvenimento, poiché l’esperienza dalminese fu un fallimento e come tale non poteva essere assurta a modello da imitare in futuro: si stava implicitamente dimostrando che lo sciopero – anche se virtuoso e “creativo” – non poteva essere una soluzione né efficace, né ben voluta. Infine, quella di Dalmine era stata un’esperienza circoscritta e isolata: chi si sarebbe mai ricordato di un avvenimento simile? (Scudeletti, Leopardi, 2007; Pesenti, 2019; Scalpelli, 2007).

Gli scioperi proseguirono poi nel 1920, quando la Franchi-Gregorini aveva ceduto l’azienda, ormai diventata la “Società Anonima Stabilimenti Dalmine” sotto la guida di Mario Garbagni e la direzione di Dante Landozzi. La fabbrica venne nuovamente occupata tra settembre e ottobre, ma l’esperienza ebbe poi fine grazie all’accordo raggiunto tra FIOM e il Consorzio Industriali Metallurgici (Scudeletti, Leopardi, 2007; Scudeletti, Tosoni, 2007; Fornasiero, 2023).
- Il fascismo e la fabbrica
«Il regime puntava a creare un rapporto non conflittuale tra imprenditori e lavoratori in base all’obiettivo, trasversale e condiviso da politica e strategie imprenditoriali, del lavoro produttivo e della ripresa industriale dopo il difficile primo dopoguerra. (…) Anche per il fascismo, dunque, la pace sociale era essenziale e di conseguenza il movimento di Mussolini che andava facendosi Stato spingeva perché le imprese non rinunciassero per quanto possibile ad esercitare un ruolo incisivo nella vita quotidiana delle maestranze» (Scudeletti, Leopardi, 2007)
Dagli anni Venti circa, Dalmine subì cambiamenti epocali e la sua storia si intrecciò sempre più con le sorti del partito fascista. Mussolini vide nel piccolo borgo della Bergamasca un punto di riferimento propagandistico, che verrà pienamente sfruttato negli anni successivi al biennio rosso. Per scongiurare scioperi e sommosse e con l’affermarsi del regime fascista, la fabbrica doveva farsi portatrice di una missione sociale: il tubificio non doveva pertanto essere solo il luogo di lavoro, ma doveva allargare competenze e controllo anche alla vita al di fuori degli impianti siderurgici, insinuandosi nella quotidianità dei propri dipendenti e indirizzandone i momenti non lavorativi. Il fine di questo atteggiamento paternalistico era quello di mantenere a tutti i costi la cosiddetta “pace sociale”, eliminando quindi ogni tensione tra maestranze e dirigenza ed eventualmente reprimere energicamente il dissenso. Esemplificativo fu il secondo discorso di Mussolini – che nel frattempo era divenuto presidente del consiglio – tenutosi a Dalmine nell’ottobre del 1924 di fronte a una platea schierata – ormai non più spontaneamente come nel 1919 – davanti agli stabilimenti: il duce impose la collaborazione tra maestranze e imprenditori, che dovevano farsi carico di mantenere lo status quo, sollecitando il senso del dovere da parte dei lavoratori a tutela degli interessi della società fascista (Scudeletti, Leopardi, 2007; Scudeletti, Tosoni, 2007; Lussana, 2003).
Qui di seguito alcuni passaggi significativi del comizio:
«Voi sapete quello che io penso: ritengo che tutti i fattori della produzione sono necessari. Necessario è il capitale, necessario è l’elemento tecnico, necessaria è la maestranza. L’accordo di questi tre elementi dà la pace sociale, la pace sociale dà la continuità del lavoro, la continuità del lavoro dà il benessere del singolo e collettivo. Fuori di questi termini, ve lo dico con assoluta schiettezza, fuori da questi termini non vi può essere che rovina e miseria» (Scudeletti, Leopardi, 2007)
«Ricordatevi delle mie parole; ricordatevi che in me avete un amico, severo però, non un amico lusingatore, non un amico che voglia farvi più grandi di quello che non siete. (…) Io sono un amico che conosce i vostri diritti, ma che vi dice anche che i vostri diritti devono avere la corresponsione del dovere compiuto. (…) Il diritto è la risultante del dovere compiuto. Compite il vostro dovere e avrete diritto di rivendicare la tutela dei vostri interessi dalla nazione fascista, oggi e domani» (Scudeletti, Leopardi, 2007)
Per fare in modo che il monito del duce fosse stato pienamente recepito, quella sera tutti i membri della Commissione Interna della Dalmine subirono il pestaggio da parte delle squadre fasciste (Scudeletti, Leopardi, 2007; Scudeletti, Tosoni, 2007).
Una figura decisamente in linea con i dettami del partito fascista fu Mario Garbagni, simbolo del progetto pacificatore all’interno della fabbrica, collaborazionista e connivente con lo squadrismo, le violenze e gli allontanamenti che si succedettero sia all’interno, sia all’esterno della fabbrica. Infatti, «il management guidato da Garbagni dimostrava di possedere un notevole decisionismo, che veniva corroborato e sostenuto dalla convergenza con la politica del neonato regime fascista, anch’esso alla prese con il consolidamento del proprio potere a metà degli anni Venti» (Scudeletti, Tosoni, 2007); inoltre, «visto che per gli attivisti comunisti e sindacalisti originari del luogo la fabbrica rappresentava certamente il terreno privilegiato per l’azione di proselitismo, l’arresto o l’allontanamento di “uomini sovversivi”, chiaramente non in linea con i progetti “pacificatori” del gruppo Garbagni, non poteva spiacere all’impresa. Per quanto non vi siano prove effettive del legame tra squadre fasciste e dirigenza della Dalmine, sembra plausibile pensare a un servizio forse non richiesto esplicitamente dal gruppo di Garbagni, ma sicuramente non ostacolato» (Scudeletti, Tosoni, 2007).

Il fascismo a Dalmine era ormai presente capillarmente, sia a livello amministrativo-istituzionale, sia a livello dirigenziale nel tubificio. Il sindacato unico fascista operava per costruire il consenso attorno al partito, nonostante rimanesse sottoposto all’autorità aziendale: il controllo all’interno della fabbrica era infatti totalmente mantenuto dalla dirigenza collaborazionista della Dalmine e la presenza politica fascista soggiaceva comunque agli obiettivi del tubificio (Scudeletti, Tosoni, 2007; Pesenti, Cortese, Suardi, 2010; Pesenti, Cortese, Suardi, 2011; Peruta, 1991; Fornasiero, 2023).
- La fabbrica e la company town
«L’insediamento di Dalmine vive un rapido e intenso sviluppo architettonico e urbanistico in particolare fra gli anni Venti e Quaranta, quando, per iniziativa diretta dell’impresa e per la gran parte sotto la regia dell’architetto Giovanni Greppi, vengono realizzate o consolidate infrastrutture, quartieri residenziali, edifici pubblici e un fitto insieme di interventi che vanno via via a definire e caratterizzare una vera e propria città (…) voluta dalla Dalmine a Dalmine» (Lussana, 2003)

L’intervento del tubificio sul territorio fu impressionante, tanto da ricostruire Dalmine, che mai più assomiglierà al precedente piccolo borgo di campagna. Per fare spazio agli stabilimenti e in seguito alla company town, ma anche ai monumenti autocelebrativi fascisti, venne letteralmente distrutto l’antico abitato, di cui ad ora rimane solamente la piccola chiesa di S. Giorgio e la Torre Suardi. Il nucleo della nuova Dalmine divenne appunto La Dalmine, che predispose, nel corso di circa un ventennio, una serie di interventi urbanistici al fine di controllare, indirizzare e plasmare la vita quotidiana delle proprie maestranze: attività extra lavorative di carattere sociale, ludico, assistenziale, scolastico, ricreativo e sportivo; il tutto con un palese intento socio-culturale, sfacciatamente propagandistico e paternalistico. La Dalmine finì praticamente per sovrapporsi, per fondersi e per identificarsi con il territorio stesso. Dagli anni Venti, infatti, si sviluppò un preciso piano urbanistico-industriale, che si consolidò anche grazie al favore delle istituzioni amministrative, politiche e religiose presenti sul territorio, ma soprattutto sotto la protezione del regime fascista. Dal 1924, grazie al progetto dell’architetto Giovanni Greppi, iniziarono a sorgere le prime strutture dedicate alle maestranze della fabbrica, che andarono a costituirsi in due quartieri: uno per gli operai conosciuto come “Bagina”, e uno per gli impiegati, detto “Ville”. A seguire, vennero costruiti altri edifici utili sia alla vita quotidiana dei lavoratori, sia alla dirigenza della Dalmine: quelli produttivi, amministrativi e di rappresentanza, ma anche religiosi, sportivi e scolastici, insieme a piazze, negozi, la colonia elioterapica, la farmacia, il poliambulatorio e la casa di riposo, nonché aziende agricole. Man mano che l’impresa cresceva, soprattutto dagli anni Trenta, cresceva anche la richiesta di manodopera, che portò a un nuovo e generale aumento della popolazione residente, che ovviamente necessitava di nuove infrastrutture. Nel 1941, il Comune di Dalmine, costituitosi nel 1927 e ormai divenuto un “villaggio modello”, ottenne la “dichiarazione di notevole importanza industriale” rilasciata dal capo del governo con apposito decreto; in questo modo, si può dire conclusa la piena identificazione tra impresa e territorio (Lussana, 2003; Pesenti, Cortese, Suardi, 2010; Nicoli, 2010).

Il progetto del Greppi per la company town dalminese si fuse con la realizzazione degli edifici del potere amministrativo, istituzionale e politico, ovvero quelli del regime. La Villa Camozzi, nella quale aveva in precedenza avuto sede il comune, venne abbattuta e per ospitare il podestà venne costruito un nuovo edificio comunale. Non solo, vennero costruite anche la Casa del Fascio, la stazione degli autobus, il deposito cicli (quest’ultimo sulle rovine della Villa Camozzi), infine la nuova parrocchia e la Chiesa dedicata a S. Giuseppe. È importante notare quanto la centralità della Dalmine fu palese e marcata anche nelle decorazioni della nuova chiesa, risalente al 1931: per esempio, il mosaico all’entrata rappresenta il simbolo dei fratelli Mannesmann, mentre sullo sfondo dei quadri raffiguranti i santi si intravedono le ciminiere del tubificio. Era inoltre indispensabile predisporre un nuovo assetto stradale, che sostituisse l’ormai obsoleto impianto rurale del borgo; le strade principali divennero due, il cardo da nord a sud, il decumano da est a ovest. Queste ultime si intersecavano nella Piazza Impero (odierna Piazza Libertà), che rappresentava così l’antico foro romano, al cui centro era stata eretta l’asta tubolare portabandiera (detta l’Antenna), alta ben 60m e ovviamente priva di saldature. Sulla piazza si affacciavano il Palazzo del Comune e la Casa del Fascio; il centro però di Dalmine era e doveva rimanere la fabbrica, la cui facciata – sede dirigenziale – chiudeva verso sud il nucleo politico-direttivo di Dalmine. Il Greppi aveva pertanto finito col dare a Dalmine un aspetto monumentale, propagandistico e accentratore – tanto del regime, quanto del tubificio – nel quale il lavoratore doveva necessariamente identificarsi (infatti, è il tubo che rimane al centro della piazza; gli archi, i portici e le colonne sono dei veri e propri tubi fabbricati nel tubificio). Dalmine, da piccolo borgo, divenne il vero e proprio fulcro della vita produttiva, politica e sociale, escludendo e mantenendo i marginali paesi di Sforzatica, Sabbio e Mariano, ormai “declassati” a frazioni dell’unico, centrale comune (Lussana, 2003; Amatori, Licini, 2006; Scudeletti, Leopardi, 2007; Pesenti, Cortese, Suardi, 2010; Pesenti, Cortese, Suardi, 2011; Fornasiero, 2023).

- La resistenza a Dalmine
Il fascismo e la dirigenza della Dalmine condividevano i medesimi interessi, dato che negli anni Venti erano entrambi impegnati a consolidare il proprio potere, tanto a livello locale, quanto a livello nazionale. Ma come reagirono i dalminesi a questa palese convergenza di interessi?
Le elezioni del 1920 avevano visto – soprattutto a Sforzatica, comune limitrofo a Dalmine – la vittoria dei socialisti. Nel frattempo, gli scioperi del 1919-1920 portarono alla dirigenza della fabbrica Mario Garbagni, l’uomo che meglio incarnava la “strategia pacificatrice” e che sostenne il collaborazionismo tra azienda e regime, nonché l’uso sistematico della forza per i propri fini imprenditoriali e politici. Intanto, il regime – dopo il 1922, anno della Marcia su Roma – sciolse le amministrazioni legalmente elette nel 1920, imponendo sia i suoi uomini a ricoprire incarichi istituzionali, sia l’abolizione dei consigli elettivi. Tuttavia, a Dalmine il fascismo dovette fare i conti con le azioni rivendicative tanto all’interno, quanto all’esterno dell’impresa siderurgica, poiché il regime intensificò gli atti di violenza, utilizzati come principale strumento politico per il controllo delle maestranze e delle loro eventuali azioni sovversive. Gli attivisti del Partito Comunista, guidato da Angelo Leris e operativo principalmente a Sforzatica, furono i protagonisti delle lotte maggiormente significative (sebbene non vadano però dimenticati i resistenti cattolici e socialisti). Gli oppositori politici al regime subivano quotidianamente intimidazioni, allontanamenti e pestaggi, finché le azioni squadriste portarono a un clima di terrore. Nel 1924, infatti, a seguito della seconda visita di Mussolini a Dalmine, vi furono tre eventi significativi: il primo fu sicuramente il pestaggio dei membri della Commissione Interna della Dalmine, i quali non dimentichiamo furono precedentemente selezionati tra il 1921 e il 1922, poiché ritenuti affidabili sia dall’azienda, sia dal regime; le violenze subite da Mauro Rota, socialista eletto sindaco a Sforzatica nel 1922; infine, il licenziamento di Angelo Leris dal tubificio (Scudeletti, Tosoni, 2007; Pesenti, Cortese, Suardi, 2010; Pesenti, Cortese, Suardi, 2011).

L’opposizione politica e l’attività sovversiva ripresero con maggior forza dal 1930, quando parte dei condannati al confino rientrarono a Dalmine. Si organizzarono pertanto due nuclei antifascisti, uno operativo nella fabbrica, l’altro attivo al di fuori, e venne così predisposta una rete propagandistica clandestina afferente principalmente al Partito Comunista. Le azioni di maggior rilievo, però, avvennero tra il 1943 e il 1944, nel momento in cui il regime iniziò ad andare in crisi e nel tubificio si organizzarono scioperi e attività sovversive. Questo fu inoltre il periodo in cui molti oppositori vennero deportati (come per esempio, Attilio Bersano, operaio della Dalmine dagli anni Trenta, poi internato a Dachau a seguito dello sciopero del 1944. Non va inoltre scordato che nella zona era attivo il campo di concentramento della Grumellina, in cui vi erano internati militari, provenienti anche dalla Jugoslavia e dalla Grecia) (Scudeletti, Tosoni, 2007). In questo clima, furono esemplificativi i sacrifici e l’impegno antifascista di molti dalminesi, tra cui per esempio i compianti Natale Betelli e Albino “Luciano” Previtali, entrambi attivi nella 171° Brigata Garibaldi. Il primo fu comunista e operaio della Dalmine, partecipò alle lotte operaie nella fabbrica e all’attività partigiana; fu catturato dai nazi-fascisti nel 1945, i quali lo torturano per farsi confessare i nomi dei compagni di lotta, ma morì per non averli traditi. Il suo corpo non venne mai consegnato alla famiglia e Natale ottenne solo nel 2012 la medaglia d’oro al valore civile. Il secondo, Albino Previtali, si è impegnato in diverse attività di lotta antifascista, sia all’interno, sia all’esterno della fabbrica, motivo per cui divenne ricercato fino alla sua cattura nel comasco. Venne poi trasferito a San Vittore a Milano, dove rimase alcuni mesi insieme ad altri partigiani e antifascisti fino alla sua liberazione e al ritorno a Dalmine, dove continuò la sua attività di resistente. Albino venne a mancare nel 2019, dopo anni di attività divulgativa (Natale Betelli, ANPI, n.d.; Perché un convegno, ANPI, n.d.; In memoria, ANPI, n.d.; Scudeletti, Tosoni, 2007; Fornasiero, 2023).
Conclusioni
Alla fine della Seconda guerra mondiale, con la caduta del fascismo e soprattutto dopo i funesti bombardamenti del 6 luglio 1944, Dalmine andò incontro a un periodo di riorganizzazione. Il CNL propose come sindaco Antonio Piccardi, già conosciuto all’interno dello stabilimento, e stimato per aver ricoperto per alcuni mesi l’incarico di commissario prefettizio nel 1943. Si ritornò inoltre all’elezione degli organi amministrativi, quali consiglio, giunta e sindaco (Pesenti, Cortese, Suardi, 2011). Durante gli anni Cinquanta, il boom economico che investì l’Italia fece sentire la sua eco anche a Dalmine: il comune divenne un vero e proprio centro produttivo, che attirava investimenti e manodopera. Gli anni Sessanta videro un ulteriore ingrandimento del comune, una nuova urbanizzazione e un inedito boom demografico. Si assistette inoltre a una nuova fase edilizia, che sviluppò le zone periferiche e occupò le aree che erano in precedenza occupate dai campi e dalle aziende agricole. Gli anni Sessanta e Settanta inoltre furono interessati da nuove lotte sindacali e da scioperi, per ottenere non solo nuovi contratti, ma anche una maggiore tutela sul lavoro, soprattutto per quanto riguarda la difesa della salute, e lo smantellamento del paternalismo aziendale. Gli anni Ottanta furono invece caratterizzati dalla deindustrializzazione, causata dalla crisi mondiale che coinvolse gli impianti siderurgici, e da un deciso sviluppo del terziario, che portò a un aumento dei posti di lavoro nella città. Il comune si era notevolmente sviluppato dal punto di vista insediativo, demografico ed economico, tanto che con il DPR del 24 marzo 1994, Dalmine divenne ufficialmente una città, grazie alla concessione del titolo da parte del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (Pesenti, Cortese, Suardi, 2010; Pesenti, Cortese, Suardi, 2011; Nicoli, 2010).

Abbiamo pertanto visto come anche un comune apparentemente privo di storia possa invece fornirci una miriade di informazioni circa la vita di un tempo. Dalmine rimane un caso eclatante di come azienda e territorio si fusero – tanto da far addirittura coincidere il nome della fabbrica con quella del comune nel quale sorse – e di come Mussolini e il fascismo abbiano saputo insinuarsi e serpeggiare nella quotidianità di uno – un tempo – sperduto borgo di campagna.

Federica Fornasiero – Scacchiere Storico
Federica Fornasiero è medievista di formazione, laureata in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano e diplomata alla scuola APD dell’Archivio di Stato di Milano. Ad ora è dottoranda presso l’Università degli Studi di Bergamo, con un progetto sull’emigrazione italiana nel XIX secolo. I suoi interessi principali sono la storia sociale, economica e di genere, ma non disdegna anche la storia delle chiese e delle eresie medievali.
Bibliografia
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Immagine di copertina: Dalmine. Palazzo della Direzione. Anni ’40 (fonte: autore, Ditta A. Cittadini; licenza, © Fondazione Dalmine)
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