di Federico Sesia
- Dalle origini alle tre orde
La complessità del Kazakistan è direttamente proporzionale al suo essere sconosciuto in Italia e in gran parte dell’Europa occidentale. Siamo infatti di fronte ad un paese vastissimo (è il nono al mondo per dimensioni territoriali), ricco di risorse naturali, popolato da ben 130 popoli diversi e in cui si parla una quindicina di lingue. La sua varietà è il riflesso della sua storia e della sua posizione geografica, crocevia tra il mondo slavo, turco, mongolo e persiano che ancora oggi lo caratterizza in larga misura influenzandolo sul piano culturale, politico e religioso (Citati, Lundini, 2014; Dave, 2008; Facchini, 2008; Hiro, 2009; Khalid, 2021; Kundakbayeva, 2018; Randazzo, 2024).
I primi insediamenti umani nei territori dell’Asia Centrale corrispondenti all’attuale Kazakistan risalgono al Neolitico, ma per l’arrivo di popolazioni turcofone di fede islamica (tra cui spiccano per importanza i kipčaki) si dovette aspettare un lasso di tempo incluso tra il X e il XIII secolo, che portarono i loro usi e la loro lingua nella steppa. Nel corso del Duecento, i mongoli di Genghis Khan si affermarono nella regione, integrandola nel loro vasto impero e influenzandone la lingua e l’organizzazione tribale, ora condizionata dal sistema mongolo degli udu (clan). Ancora oggi il paese presenta una sintesi della cultura di questi popoli, parlando i kazaki una lingua altaica e mantenendo aspetti della cultura mongola.
In seguito alla morte di Genghis Khan, in Kazakistan si susseguirono diversi soggetti nella regione: il khanato dell’Orda d’oro, l’Orda bianca, l’Impero di Tamerlano e il Mughulistan. Nel corso del Quattrocento, Abul Khair, discendente di Genghis Khan, riunì nel suo khanato gran parte degli attuali Kazakistan e Uzbekistan subendo però la dissidenza di due dignitari (Jani Bek e Kerey) che una volta sconfitti si spostarono ad est con i clan loro fedeli, di lì in avanti chiamati con il nome di kazaki. Quest’ultimi estenderanno i loro possedimenti approfittando dell’indebolimento di Abul Khair, fino alla creazione del khanato kazako agli inizi del XVI secolo ad opera di Kasym Khan, uno Stato nomade e feudale che si estendeva grossomodo nei territori dell’attuale Kazakistan. Nel corso del Cinquecento crebbe l’influenza dell’Islam nel khanato, complice l’espansione verso sud che inglobò la città di Turkistan, importante luogo sacro per i musulmani dell’Asia Centrale.

L’unità del khanato kazako venne meno nel 1718 con la morte di Tauke Khan, finendo per dividersi in tre orde indipendenti l’una dall’altra: l’Orda minore a Occidente, l’Orda Media nel nord e l’Orda maggiore nel sud. Proprio nel momento della frammentazione del khanato si verificarono le incursioni degli zungari, popolo nomade di etnia mongola che dalle sue basi nell’attuale Turkestan si riversò in Asia Centrale dalla metà del Settecento, arrivando a conquistare parte delle terre popolate dai kazaki.
2. L’inglobamento nell’Impero russo (XVIII secolo)
Fu la continua pressione degli zungari a portare i kazaki ad accordarsi coi russi, quest’ultimi desiderosi di pacificare l’Asia Centrale. La prima ad accordarsi con San Pietroburgo fu l’Orda minore, che nel 1731 ottenne l’inglobamento nell’Impero, seguita dall’Orda media nel 1740. L’Orda maggiore aveva stretto patti analoghi nel 1738, ma la distanza geografica impedì ai russi di controllare effettivamente il suo territorio almeno fino alla metà dell’Ottocento. Nonostante si fosse trattato di un’annessione sancita dalla volontà dei khan che garantiva un certo grado di autonomia, il carattere frammentato della società kazaka portò occasionalmente a forti tensioni con le nuove autorità, concretizzatesi in alcuni episodi di ribellione. Il primo fu quello guidato da Batyr Syrm, esponente della piccola aristocrazia, che dal 1783 al 1797 impegnò le truppe russe in continue campagne nella steppa. Nel 1837 a prendere le armi contro Pietroburgo fu il khan dell’Orda media Kenisary Kasymov, resistendo per dieci anni alla controffensiva. Ad ogni modo, le ragioni della rivolta sono da ricercare in lotte di potere interne all’élite kazaka più che in una volontà separatista. Dopo di lui gli zar progressivamente imposero la loro autorità sull’Asia Centrale, arrivando a conquistare anche i khanati meridionali di Buchara, Chiva, Taškent e Kokand e inserendosi a pieno titolo nel “Grande Gioco” intrapreso con la Gran Bretagna in Asia Centrale (Hopkirk, 2010).
I confini degli oblasti (regioni) dell’Asia Centrale vennero tracciati senza tener conto delle nazionalità al fine di impedire la creazione di blocchi nazionali, e dagli anni Ottanta dell’Ottocento si riversò nell’area un gran numero di coloni russi, modificandone la composizione etnica e sociale: al 1897 circa 700mila russi si erano stanziati in Kazakistan, numero che al 1911 era cresciuto del 200%. Da questo momento saranno una presenza costante in Kazakistan, e attualmente rappresentano il 15% della popolazione, concentrati in massima parte nel nord del paese. Inoltre, ebbe inizio il fenomeno delle requisizioni di terre da destinare all’agricoltura, al fine di sradicare il nomadismo dalla regione. Anche la politica educativa fu uno strumento della penetrazione russa nell’area, dato che gli esponenti dell’aristocrazia kazaka vennero istruiti in istituti superiori creati ad hoc da Mosca. Questa ibridazione all’origine della cultura kazaka è emblematicamente rappresentata da importanti esponenti del suo milieu letterario come il poeta Abai Kunanbayev (1845 – 1904) e il letterato Chokan Valikhanov (1835 – 1865), dato che entrambi vantavano forti legami con gli omologhi russi: emblematica a riguardo l’amicizia e la lunga corrispondenza di Valikhanov con Fëdor Dostoevskij (Pastore, 2026).
Nel 1905 venne fondato il movimento dell’Alash Orda, che si proponeva di creare un’amministrazione autonoma kazaka per gestire al meglio i problemi del paese. Inizialmente pur parlando di autonomia mantenne posizioni favorevoli a Pietroburgo, che col passare degli anni vennero progressivamente meno, in nome di un autonomismo sempre più marcato che ponesse fine a quella che veniva percepita come un’esperienza coloniale. Gran parte dell’intellighenzia kazaka finirà con l’aderire all’Alash Orda.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale il Kazakistan rimase in un primo momento estraneo agli sconvolgimenti bellici. Questo stato di grazia durò fino al 1916, anno dell’emanazione di un decreto che imponeva la mobilitazione generale dei kazaki in battaglioni di lavoro che suscitò un’insurrezione in tutto il territorio. I duri scontri che seguirono costarono la vita a migliaia di persone tra russi e kazaki, e le autorità zariste ebbero ragione della rivolta solo nel 1917. I leader superstiti si riunirono nell’Alash Orda, che allo scoppio della Guerra civile russa si era allineato su posizioni anti-bolsceviche istituendo un governo autonomo. Tuttavia, l’ostilità dei bianchi per le pretese kazake portò il movimento a cercare un’alleanza coi bolscevichi, concretizzatasi nel 1920 in seguito alle garanzie di quest’ultimi di tutelare gli interessi nazionali kazaki.
3. L’epoca sovietica (1917 – 1991)
Anche i rapporti con i bolscevichi non furono però idilliaci. Inizialmente questi garantirono a diversi esponenti dell’Alash Orda incarichi importanti nella pubblica amministrazione del Kazakistan, ma successivamente il loro gruppo venne descritto come nazionalista e anticomunista innescando una serie di purghe negli anni Venti e Trenta. Nel frattempo nel 1920 venne fondata la Repubblica socialista sovietica Kirghisa (all’epoca i kazaki erano chiamati kirghisi, e kara-kirghisi i kirghisi propriamente detti), rinominata Repubblica socialista sovietica (RSS) del Kazakistan nel 1936, con capitale la città meridionale di Almaty, una delle più vaste e importanti del paese. Le autorità sovietiche vararono riforme di ampio respiro che modernizzarono l’agricoltura, avviarono un programma di industrializzazione e riformarono il diritto di famiglia. Nel 1929 entrò in vigore la Legge sulle associazioni religiose, che poneva diverse limitazioni alle stesse proibendo loro di aprire istituzioni educative, svolgere proselitismo e raccogliere fondi. Rimarrà in vigore fino al 1990, pur venendo temporaneamente sospesa durante la Seconda guerra mondiale. Al 1940, il paese venne completamente alfabetizzato, un risultato impressionante se si considera che al 1926 appena il 7% dei kazaki sapeva leggere e scrivere.

Nei confronti dei kazaki, così come delle altre nazionalità presenti in Urss, i bolscevichi tentarono di aumentare i loro consensi tramite la politica di korenizacija (“nativizzazione”), che prevedeva l’inserimento nelle compagini del governo locale di elementi del posto e nella promozione della lingua e della cultura kazaka. Tuttavia, nelle nomine più importanti si evitò di coinvolgere esponenti dell’Alash Orda o comunque non legati al Partito comunista, pur riuscendo a creare una classe dirigente kazaka.
Con l’avvento al potere di Stalin (1927 – 1953) ebbe inizio la fase più buia della storia kazaka, caratterizzata dalla repressione dei suoi esponenti politici e dalla carestia che mietette milioni di vittime. Già nel 1928, i leader di Alash Orda vennero accusati di “nazionalismo” e condannati a pene che variavano dai 5 agli 8 anni di carcere, e chi scampò ai primi processi non fu altrettanto fortunato nel 1937, quando le purghe staliniane decimarono i quadri del movimento. Nel 1925 era stato nominato segretario del Partito comunista kazako Filipp Goloshchyokin, bolscevico della prima ora, che avrebbe mantenuto l’incarico fino al 1933. Fu durante la sua amministrazione che si verificò l’evento più traumatico del Kazakistan contemporaneo: la carestia del 1930-1933 (Golodomor) in cui morirono almeno un milione e mezzo di persone, corrispondenti a un quarto della popolazione della repubblica (che ammontava a circa 6 milioni di individui), mentre centinaia di migliaia dovettero abbandonare il paese riparando in Cina, Uzbekistan e Russia. Tutto questo va situato nel contesto della collettivizzazione dell’agricoltura varata nel 1928, che risultò particolarmente gravosa per il Kazakistan date le sue particolarità socio-economiche: qui venne affiancata alla sedentarizzazione forzata della popolazione nomade costretta ad insediarsi nelle neoistituite fattorie collettive, provocando il crollo del numero dei capi di bestiame. Pur nella controversia se si possa parlare di genocidio, va rilevata una certa analogia con quanto accaduto nella RSS Ucraina nello stesso periodo con l’Holodomor. In questo periodo la composizione etnica del paese venne inoltre modificata dal trasferimento forzato di popolazioni ritenute ostili deciso da Stalin, che condusse in Asia Centrale circa 800mila persone tra ceceni, coreani e tedeschi, presenti ancora oggi (Abylkhozhin, Akulov, Tsay, 2021; Cameron, 2018; Panciola, 2008).
Con l’invasione tedesca dell’Urss (1941) il Kazakistan, pur non direttamente sulla linea del fronte, fornì oltre un milione di uomini all’Armata rossa, alcuni dei quali si distinsero nella difesa di Mosca (1941-1942) come la 316esima Divisione di fanteria agli ordini del generale Ivan Panfilov, così come ci furono dei kazaki tra i soldati che issarono la bandiera rossa sul Reichstag di Berlino nel 1945. Al di là della partecipazione alle operazioni militari, nella RSS kazaka vennero trasferite numerose industrie dalle repubbliche occidentali rendendola un importante centro di produzione di armamenti e munizioni. A guerra finita più di 500 kazaki erano stati insigniti del titolo di eroe dell’Unione Sovietica. Si segnala anche la partecipazione di diversi kazaki nella Turkistanische Legion, unità al servizio della Germania composta da soldati turcofoni provenienti dall’Asia Centrale (Carmack, 2019; Frank, 2022).

Nel Secondo dopoguerra il Kazakistan visse un periodo di intensa industrializzazione e modernizzazione, e alla guida della RSS si distinse in particolare Dinmukhamed Kunayev, segretario del Partito comunista kazako dal 1964 al 1986. Allineato sulle posizioni di Leonid Bréžnev e godendo quindi di buona agibilità politica, Kunayev aumentò la rappresentanza politica dei kazaki senza irritare la componente russa e favorì notevoli progressi al paese in campo socioeconomico. Le sue sorti iniziarono a declinare durante le presidenze di Jurij Andropov e Konstantin Černenko, ma sarà solo l’era di Michail Gorbačëv a mettere la parola fine alla sua guida del paese. Un cambiamento ai vertici che, però, non fu indolore.
Nel dicembre (jeltoqsan) 1986, nel contesto delle grandi sostituzioni dei vertici delle repubbliche deciso da Gorbačëv, Kunayev venne rimpiazzato con Gennady Kolbin, burocrate russo che mai aveva risieduto nel paese, provocando massicce proteste nella città di Almaty che richiesero l’intervento di oltre 20.000 uomini delle forze di sicurezza provocando centinaia di vittime. Pur venendo presentati in chiave indipendentista dalla narrativa del Kazakistan post-indipendenza, i fatti di jeltoqsan non presentano carattere strettamente separatista: le repubbliche dell’Asia Centrale, a differenza di quelle baltiche, avanzavano richieste di autonomia e non di indipendenza, come dimostrerà la riluttanza dell’esecutivo kazako a dichiarare conclusa l’esperienza sovietica pochi anni dopo.
4. Il Kazakistan dopo l’indipendenza (1991)
Sul declinare degli anni Ottanta si moltiplicarono le associazioni e i partiti che facevano esplicito riferimento all’identità kazaka in un’ottica nazionalista: gruppi come Adilet (giustizia) o Atameken (madrepatria, creata per commemorare le vittime di Stalin) iniziarono un trend che portò già nel 1990 alla formazione dei primi movimenti come Alash, Azat (libertà) e Jeltoqsan, complice una legge del medesimo anno che liberalizzava parzialmente la vita politica. Parallelamente ai gruppi kazaki si formarono anche movimenti legati alla minoranza russa come Interfront e Edinstvo (unità).

Nel 1989 divenne segretario del Partito comunista kazako Nursultan Nazarbayev, che l’anno successivo sarebbe stato eletto presidente della RSS kazaka. Di fronte al crollo dell’Urss, Nazarbayev si spese per tentare di preservare quantomeno un legame confederale con le altre repubbliche, timoroso delle conseguenze per il paese di una separazione totale: mantenere qualche forma di unione avrebbe permesso di continuare a utilizzare il rublo, beneficiare di una difesa comune e sviluppare una politica commerciale condivisa, oltre ad evitare possibili sconvolgimenti interni dovuti alla varietà etnica del Kazakistan. Ciò nonostante Gorbačëv, pur avendo sventato il Putsch di agosto 1991 ordito ai suoi danni, non riuscì a mantenere l’unità tra le repubbliche, che una dopo l’altra stavano proclamando la loro indipendenza a cominciare dalla RSS Ucraina (1° dicembre). Preso atto della situazione, il 16 dicembre anche il Kazakistan dichiarò la propria sovranità (ultima delle repubbliche sovietiche a farlo), evitando però la tentazione di creare, in risposta alla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), una confederazione centroasiatica (per timore che avrebbe scavato un solco tra gli slavi ortodossi alle popolazioni turche e persiane di fede islamica), ottenendo piuttosto l’adesione alla CSI con pari diritti.
La politica del Kazakistan indipendente sarebbe stata retta da Nazarbayev fino al 2019, anno in cui gli succedette il suo delfino (nonché ministro degli esteri) Kassym-Jomart Tokayev, attuale presidente. Diverse le sfide che il paese dovette affrontare dopo il 1991: la presenza di una forte minoranza russa, maggioritaria nelle regioni del nord e sensibile ai richiami della madrepatria, e alcune delle rivendicazioni cinesi su parte del sud fecero dubitare sulla tenuta del paese. Per mantenere buoni rapporti con Mosca, la lingua russa godette di statuto analogo al kazako, ma ciò nonostante la mancata concessione della doppia cittadinanza innescò la reazione di Mosca, che impose condizioni insostenibili per il mantenimento del rublo come valuta corrente costringendo il Kazakistan a battere la propria moneta nel 1993, il tenge. Nel 1997 Nazarbayev trasferì la capitale da Almaty alla cittadina di Aqmola, poi denominata Astana (e Nursultan in suo onore dal 2019 al 2022), decisione presa per spostare l’epicentro politico dal sud, prossimo alle rivendicazioni della Cina, verso una posizione più centrale, e per limitare le spinte centrifughe delle province settentrionali. Inoltre di lì a poco degli accordi con il Dragone fecero accantonare a Pechino le sue pretese territoriali. Nel complesso Astana ha sempre mantenuto una politica estera multivettoriale che le ha permesso di mantenere buoni rapporti con Russia e Cina, ma anche con Europa e Stati Uniti. Altra annosa questione era quella relativa alla sorte delle testate nucleari presenti nel paese, risolta nel 1994 con il Progetto Sapphire che diede il via al loro smantellamento a fronte dell’accollamento dei costi da parte degli Stati Uniti. Gravi poi le problematiche ambientali, legate soprattutto ai test nucleari sovietici nell’area di Semipalatinsk e al progressivo prosciugamento del Lago d’Aral dovuto all’uso delle sue acque per l’irrigazione. Per quanto riguarda la stabilità interna, la crescita economica e la collocazione internazionale, i trent’anni di Nazarbayev hanno ottenuto buoni risultati, anche se in un contesto autoritario caratterizzato da corruzione, nepotismo e forti disuguaglianze sociali.

La presidenza di Tokayev ha dovuto fronteggiare una difficile congiuntura interna e internazionale: nel gennaio (qañtar) del 2022 massicce proteste innescate dal caro benzina hanno presto assunto una connotazione politica, dovuta a malumori connessi all’estromissione di parte dell’élite legata a Nazarbayev decisa dal presidente, costringendo l’esecutivo a chiedere l’intervento delle truppe del Collective Security Treaty Organization (CSTO) per riportare l’ordine nel paese (Caron, 2023), mentre per quanto riguarda la politica estera Astana ha mantenuto una stretta neutralità nei confronti del conflitto in Ucraina, da un lato non riconoscendo i referendum e la seguente annessione delle sue regioni orientali e meridionali e dall’altro non condannando ufficialmente l’invasione e non applicando nessuna sanzione nei confronti di Mosca.

Federico Sesia – Scacchiere Storico
Federico Sesia è laureato in Scienze Storiche con indirizzo contemporaneo. Si occupa soprattutto di storia della Spagna e dell’America Latina, oltre che della ex Jugoslavia e di storia militare. Collabora con riviste specialistiche e divulgative ed è membro della Società Italiana di Storia Militare (SISM).
Bibliografia
Abylkhozhin Z., Akulov M., Tsay A., Stalinism in Kazakhstan. History, Memory, and Representation, Lexington 2021; Cameron S., The hungry steppe. Famine, violence and the making of Soviet Kazakhstan, Cornell University Press, 2018; Caron J., A Revolt in the Steppe. Understanding Kazakhstan’s January Events of 2022, Springer 2023; Carmack R. J.,Kazakhstan in World War II. Mobilization and Ethnicity in the Soviet Empire, University Press of Kansas, 2019; Citati D., Lundini A. (a cura di), L’unità nella diversità. Religioni, etnie e civiltà del Kazakhstan contemporaneo, Fuoco Edizioni, 2014; Dave B., Kazakhstan. Ethnicity, Language and Power, Routledge, 2008; Facchini F. (a cura di), Popoli della yurta. Il Kazakhstan tra le origini e la modernità, Jaca Book, 2008; Frank A. J., Kazakh Muslims in the Red Army, 1939 – 1945, Brill 2022; Hiro D., Inside Central Asia. A Political and Cultural History of Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikstan, Turkey, and Iran, Overlook 2009; Hopkirk P., Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia Centrale, Adelphi, 2010; Indeo F., Kazakhstan. Centro dell’Eurasia, Sandro Teti, 2014; Khalid A., Central Asia. A new history from the Imperial conquest to the present, Princeton University Press, 2021; Kundakbayeva Z., The History of Kazakhstan from the Earliest Period to the Present Time, vol. I-II, ЛитРес, 2018; Mustoyapova A., Leaders of the Nation. A Political History of Kazakhstan, Springer, 2025; Pastore F., Chokan Valikhanov e la nascita del moderno Kazakhstan, Sandro Teti, 2026; Pianciola N., Stalinismo di frontiera. Colonizzazione agricola, sterminio dei nomadi e costruzione statale in Asia centrale (1905 – 1936), Vietti, 2008; Randazzo F., Storia del Kazakhstan. Origine ed evoluzione di un popolo centroasiatico, Passerino, 2024; Vielmini F., Kazakistan: fine di un’epoca. Trent’anni di neoliberismo e geopolitica nel cuore della terra, Mimesis, 2023; Wight R., Vanished Khans and Empty Steppes a History of Kazakhstan from Pre-History to Post-Independence, Silk Road, 2014.
Immagine di copertina: bandiera del Kazakistan (fonte: Wikimedia, licenza CC BY-SA 4.0)
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