I DUE MUSSOLINI

Dal neutralismo socialista all’interventismo del Popolo d’Italia

di Davide Longo

1. Introduzione. La grande deflagrazione europea

Il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip, un giovane nazionalista serbo-bosniaco, uccide Francesco Ferdinando, Arciduca d’Austria ed erede al trono imperiale. Esattamente un mese più tardi, il 28 luglio, l’Austria Ungheria dichiara guerra alla Serbia, considerata la grande regista dell’assassinio. Da quel momento una grande reazione a catena trascina nel conflitto cinque delle sei grandi potenze che a vari livelli si contendono l’egemonia sull’Europa. 

La dichiarazione di guerra dell’Austria Ungheria sortisce un effetto immediato: la discesa in campo del grande Impero russo degli Zar. Nicola II vede sé stesso come difensore dei paesi slavi e molto più pragmaticamente come il naturale depositario dell’egemonia nei Balcani, per cui la dichiarazione di guerra austroungarica è assolutamente inaccettabile. In virtù di questi sviluppi, a scendere in guerra è la Germania del Kaiser Guglielmo, cugino di Nicola II, che scende in campo da un lato per rispettare la Triplice Alleanza, visto l’attacco russo all’Austria Ungheria, e dall’altro per ampliare la propria egemonia in Europa, egemonia che esiste già a livello economico e tecnologico e che attende soltanto di essere sancita da una vittoria militare.

A questo punto è la Francia che, in virtù dell’altra grande alleanza europea, la Triplice Intesa, scende in campo contro l’ Austria Ungheria e soprattutto contro la Germania in difesa della Russia. Così, quando la Germania con una fulminante campagna militare invade la Francia, aggirando la Linea Maginot e violando la neutralità del Belgio – e dunque occupando i porti di Anversa e Liegi, fondamentali per i traffici commerciali britannici – è il Regno Unito, la quinta grande potenza europea, a entrare nel conflitto dichiarando guerra alla Germania  schierando le proprie divisioni sul fronte occidentale. 

A ottobre la situazione si è così definita. Francesi e inglesi, dopo essere arretrati fino alla Marna, a pochi chilometri da Parigi, riescono infine a respingere l’assalto tedesco e a spingere il fronte fin nelle Fiandre; i Russi subiscono le prime sconfitte a est e i serbi resistono al proprio confine contro le truppe austriache, che conquistano Belgrado a novembre solo per perderla di nuovo nel dicembre 1914; la guerra europea si trasforma da guerra di movimento a guerra di posizione a causa della superiorità delle tattiche e degli armamenti difensivi su quelli offensivi. In questo contesto l’unica delle sei potenze europee a rimanere neutrale è il Regno d’Italia, che si tiene fuori dal conflitto di fatto ponendosi in contrasto con la propria appartenenza alla Triplice Alleanza a fianco di Germania e Austria Ungheria. 

2. Tra neutralismo e interventismo: l’Italia nel biennio 14-15

La situazione in Italia fra il 28 giugno 1914 – attentato di Sarajevo – e il 24 maggio 1915 – entrata in guerra del Regno d’Italia – è del tutto particolare, e ha meritato le tante analisi che ne sono state fatte nel corso dei decenni successivi. Se infatti nei paesi coinvolti l’entrata in guerra è una scelta presa dai comandi militari, dai capi di Stato e dai regnanti in poche settimane, e ratificata quasi senza opposizione dai vari parlamenti, in Italia la situazione è decisamente più incerta. Nelle settimane e nei mesi che seguono l’attentato nella capitale bosniaca, in tutta la penisola italiana si sviluppano due fronti che rivendicano l’entrata in guerra – i cosiddetti interventisti – oppure la scelta della neutralità – appunto i neutralisti: dei fronti compositi, che vale la pena analizzare brevemente prima di trattare il tema principale dell’articolo, l’atteggiamento di Benito Mussolini – all’epoca dell’attentato uno dei massimi esponenti del Partito Socialista Italiano – nei confronti dei due fronti dalla cui lotta si decideranno le sorti del Paese all’interno della grande conflagrazione europea.

Manifestazione interventista a Bologna, maggio 1915.

Il primo fronte che analizzeremo è quello interventista. Tra chi vuole la guerra possiamo distinguere almeno quattro posizioni, che fra loro si intersecano e si contendono l’egemonia nel movimento. Tutti gli interventisti sono però d’accordo su una questione di fondo: la guerra va fatta contro Austria-Ungheria e Germania, al fianco delle potenze dell’Intesa. Una posizione non così ovvia, se pensiamo che fino allo scoppio della guerra l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza proprio con i due grandi Imperi mitteleuropei. Nel fronte composito dell’interventismo troviamo innanzitutto i democratici e repubblicani, eredi di quella tradizione risorgimentale che fu di Garibaldi e Mazzini: per questi intellettuali – rappresentati egregiamente da un grande uomo politico italiano, Gaetano Salvemini – la guerra contro l’Austria, se pur dolorosa, è l’unica maniera di completare il Risorgimento e liberare le cosiddette terre irredente, occupate dallo straniero (su tutte, le città di Trento e Trieste). 

Ci sono poi i nazionalisti: una destra giovane e aggressiva, che vuole sfruttare una rapida guerra di movimento per occupare non solo Trento e Trieste ma anche Istria e Dalmazia, gettando le basi per l’egemonia italiana nei Balcani. L’Associazione Nazionalista Italiana, fondata nel 1910, è estremamente influente, anche se ha pochissimi iscritti: i suoi capi, da Corradini a Federzoni, sono tra i più importanti intellettuali dell’epoca, e ad essa aderiscono anche i maggiori esponenti del Futurismo, Marinetti in testa. Chiudono poi il cerchio dell’interventismo altri due settori della società italiana: numerosi esponenti dell’estrema sinistra (i sindacalisti rivoluzionari), che vogliono trasformare la guerra tra Paesi in una guerra rivoluzionaria contro la borghesia; e i principali esponenti della grande borghesia industriale italiana, che vedono nella guerra la fonte di un sicuro guadagno.

 Il fronte neutralista, pur essendo maggioritario nella società, si presenta molto più disunito, debole e disorganizzato nell’arena politica. Se infatti le diverse anime dell’interventismo, seppur così diverse tra loro, riescono a trovare l’unità d’azione verso il fine comune – l’entrata in guerra – i neutralisti non sono altrettanto bravi a strutturare una lotta comune in difesa della neutralità proclamata dal governo Salandra che, soprattutto a seguito delle promesse inglesi contenute nel patto di Londra, infine deciderà per l’intervento.

Le principali componenti del neutralismo sono tre. Innanzitutto i socialisti italiani che, a differenza di quelli francesi e tedeschi – capitolati alle pressioni dei rispettivi parlamenti nazionali, dove hanno votato i crediti di guerra – hanno mantenuto una netta posizione in favore della neutralità, considerando la guerra un affare tra governi borghesi nel quale il proletariato non avrebbe alcun interesse a entrare. Altra componente fondamentale è quella dei cattolici che, in ossequio alla posizione di Papa Benedetto XV a proposito della guerra come “inutile strage”, sceglieranno la neutralità. Tuttavia, i cattolici si adegueranno progressivamente alle posizioni del governo arrivando ad avere un ruolo centrale nell’intervento con la messa a disposizione (da parte della Chiesa cattolica) dei cappellani militari. Infine la terza componente politica del neutralismo italiano – anche questa attiva solo nei primi mesi del dibattito, e che si adeguerà poi alla svolta governativa in favore dell’intervento – è quella dei deputati liberali che vedono come proprio capo politico Giovanni Giolitti, deus ex machina della politica italiana fino al 1913 e ancora presente in parlamento. Si tratta dell’ala sinistra del partito liberale, che è convinta che l’esercito italiano non sia pronto per una guerra europea moderna.

3. Mussolini da direttore dell’Avanti! alla fondazione del Popolo d’Italia

Ritratto di un giovane Benito Mussolini, ancora membro del movimento socialista.

Nel contesto del dibattito fra interventisti e neutralisti quella di Benito Mussolini è una figura emblematica di quanto i due campi fossero fluidi e permeabili dal punto di vista ideologico. Il 28 giugno, giorno dell’attentato a Sarajevo, Benito Mussolini è una delle personalità di spicco dei socialisti italiani. È emerso a inizio Novecento come uno dei principali leader della fazione massimalista del Partito Socialista Italiano, che almeno a parole vuole abbattere il sistema economico capitalista e lo Stato liberale e instaurare, per dirla con Marx e Engels, la dittatura del proletariato. È stato il principale artefice dell’espulsione della destra estrema dal partito, rappresentata da Leonida Bissolati, che poi avrà un ruolo rilevante nei governi Boselli e Orlando durante la guerra, e infine è diventato uno dei principali riferimenti politici a sinistra dell’opposizione alla Guerra di Libia del 1913 e della insurrezione operaia e contadina culminata nella Settimana Rossa di Ancona (7 – 14 giugno 1914).

Allo scoppio della guerra europea Mussolini è direttore dell’Avanti!, il giornale principale del partito. Dalle sue colonne si schiera nettamente su posizioni neutraliste, in ossequio alle posizioni dei socialisti italiani. Il 26 luglio, un mese dopo l’attentato di Sarajevo, l’Austria Ungheria dichiara guerra alla Serbia e la Russia annuncia il proprio intervento. Il titolo dell’Avanti! è lapidario: «VERSO UN NUOVO MACELLO DI POPOLI. La rottura tra Serbia e Austria-Ungheria – Belgrado abbandonata – La mobilitazione serba – la Russia annunzia il suo intervento – probabile conflagrazione europea – il dovere dell’Italia: neutralità in ogni caso!». Anche lo stesso editoriale, a firma di Mussolini, ha un titolo eloquente: Abbasso la Guerra. Cosa salta agli occhi dalla lettura di queste pagine? Innanzitutto, è evidente come appaia già chiaro a tutti che un attacco austriaco alla Serbia scatenerebbe una guerra europea. Nell’editoriale leggiamo infatti che «se la Russia scende in campo, allora la guerra austro-serba diventa guerra europea. L’Austria sarà appoggiata dalla Germania (…) e la Russia dalla Francia». E l’Italia quale posizione dovrebbe assumere per Mussolini e i socialisti? È presto detto: «anche nel caso di una conflagrazione europea l’Italia, se non vuole precipitare la sua estrema rovina – ha un solo atteggiamento da prendere: neutralità assoluta».

Il neutralismo espresso da Mussolini in questo articolo è connotato da profonde caratteristiche di classe. Il proletariato è la classe che può fermare la guerra, se decide di mobilitarsi attraverso i circoli e le associazioni, sindacali e non, del Partito Socialista: «O il Governo accetta questa necessità [la neutralità assoluta, NdA] o il proletariato saprà imporgliela con tutti i mezzi. È giunta l’ora delle grandi responsabilità. Il Proletariato d’Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un’altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi, agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga dunque dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai comuni e dalle provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del Proletariato un grido solo, e che sia ripetuto per le piazze e le strade d’Italia: abbasso la guerra!». L’editoriale si conclude con un appello accorato all’azione della classe operaia sotto la direzione socialista volta a scongiurare l’entrata in guerra e con una ripresa delle vecchie parole d’ordine che avevano caratterizzato la campagna contro l’entrata in guerra per la Libia di qualche anno prima: «è venuto il giorno per il Proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d’ordine: non un uomo! Né un soldo! A qualunque costo!».

Vecchie e nuove posizioni politiche: istantanea della giravolta di Mussolini.

A leggere l’editoriale del 26 luglio, insomma, la posizione di Mussolini sembra netta e ben radicata nel personaggio. Ma già a settembre, quando la guerra europea è divenuta realtà, Mussolini comincia a cambiare posizione, assumendo atteggiamenti sempre più tiepidi verso un certo interventismo di sinistra. Il 5 ottobre Mussolini è a Milano, nella sede dell’Unione Sindacale Italiana, sindacato rivoluzionario i cui dirigenti sono legati alle posizioni politiche del francese Georges Sorel e sono favorevoli all’ingresso in guerra dell’Italia. In questa riunione Mussolini contribuisce a stendere un manifesto politico, il Fascio rivoluzionario d’azione internazionalista, che sarà la base ideologica dell’interventismo rivoluzionario di sinistra italiano. Le idee di questo manifesto vengono riprese da Mussolini a sorpresa Domenica 18 ottobre, in un lungo articolo pubblicato nella Terza Pagina dell’Avanti!. In particolare, Mussolini scrive che la neutralità dei socialisti italiani non è affatto assoluta, come pretenderebbe di dichiararla la dirigenza del partito, bensì una neutralità attiva e operante nel criticare soprattutto le forze austriache e tedesche, mentre si dimostra più morbida con le forze dell’Intesa. Infatti «la violazione della neutralità del Belgio e il linguaggio insolente di Bethmann-Hollweg [cancelliere tedesco dal 1909 al 1917, NdA] al Reichstag polarizzarono vieppiù le simpatie del socialismo italiano verso i nemici del blocco austro-tedesco». Nel medesimo articolo il Belgio viene definito «eroico e martire», per cui le simpatie dei socialisti italiani dovrebbero andare alla parte aggredita, ossia Belgi e Francesi, e dunque la neutralità socialista dovrebbe operare contro lo sforzo bellico austriaco e tedesco guardando con simpatia alle forze dell’Intesa. 

Si tratta di una presa di posizione tanto sottile quanto netta. La conclusione dell’articolo è chiara: per Mussolini il Partito socialista italiano dovrebbe di fatto, pur rimanendo formalmente neutrale, operare in favore di una delle due parti in lotta. Una posizione difficile da conciliare con il principio di neutralità, che difatti dovrebbe ridursi in fin dei conti a delle azioni politiche dei socialisti contro lo sforzo bellico austriaco e tedesco (e quindi in favore della controparte, le forze dell’Intesa, tra le quali Mussolini sapientemente non cita l’unica apertamente retriva e reazionaria, l’Impero degli Zar di Russia). Scrive infatti il direttore del maggior quotidiano socialista che «vogliamo essere – come uomini e come socialisti – gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne – in qualche modo e in qualche senso – protagonisti?». E in quale modo e in quale senso Mussolini intendesse il protagonismo dei socialisti italiani è ben esplicitato poche righe prima, quando si scrive che «perché l’Italia – sotto la pressione dei socialisti – non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto delle nazionalità tutte?»

Risulta evidente che questo articolo costituisce una spia dei grandi cambiamenti ideologici che sono ormai avvenuti nella persona di Mussolini, che si allontana sempre di più da un socialismo di stampo marxista per avvicinarsi alle tesi dell’interventismo democratico e, in una fase successiva, nazionalista. L’appello al rispetto delle nazionalità tutte, qui suona solo come un paravento per le reali aspirazioni del direttore dell’Avanti!, e tali aspirazioni possono essere riassunte in un’unica parola: guerra, guerra contro Austria e Germania, guerra al fianco dell’Intesa. Per la direzione del Partito socialista italiano questa giravolta del direttore dell’Avanti!, peraltro dalle stesse colonne del quotidiano, è inaccettabile. Mussolini si dimette da direttore del giornale nel giro di due giorni e  viene espulso dal partito a seguito di una burrascosa riunione della sezione socialista milanese, di cui fa parte. Intanto però, con una rapidità sconcertante, che ha fatto supporre che le trattative fossero in realtà già in corso, Mussolini fonda un giornale interventista, Il Popolo d’Italia, grazie soprattutto ai fondi dei rappresentanti francesi e inglesi dell’Intesa, estremamente interessati alla crescita del fronte favorevole alla guerra in Italia, così da aprire un fronte meridionale contro gli austriaci e alleggerire la pressione nelle Fiandre. Ma al giornale di Mussolini sono interessati anche numerosi industriali italiani, che dalla guerra – e dalla conseguente crescita della produzione bellica – avrebbero soltanto da guadagnare: secondo De Felice (2019)  «Secondo Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino» e amico personale del futuro Duce, «alle prime spese per il giornale fecero fronte alcuni industriali di orientamento più o meno interventista o, almeno, interessati ad un incremento delle forniture militari: Esterle (Edison), Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo), Parodi (armatori)» (p. 277).

4. Audacia! Il primo editoriale mussoliniano verso l’entrata in guerra

Così, con il fondamentale apporto economico di quegli stessi industriali di cui Mussolini era stato strenuo oppositore, il 15 novembre 1914 – meno di un mese dopo il tentennante articolo a proposito della neutralità attiva e operante – esce il primo numero del Popolo d’Italia. E l’editoriale mussoliniano, il primo di una lunga serie, non lascia adito a dubbi: ormai abbiamo di fronte un Mussolini pienamente interventista. Leggiamo infatti nell’editoriale dal titolo altisonante Audacia! che schierarsi a favore della guerra è ormai l’unica opzione rivoluzionaria, e che la neutralità dei socialisti altro non è che inazione e immobilismo. Si tratta di un editoriale intriso di un profondo individualismo, che parla innanzitutto di Mussolini e delle sue scelte in favore dell’intervento, di un Mussolini che si aspetta di essere seguito dai suoi amici storici, gli stessi amici che lo avevano circondato nella redazione dell’Avanti!. 

Prima pagina de Il Popolo d’Italia con l’editoriale Audacia!

Vediamo questo peculiare individualismo in un passo specifico dell’editoriale, che di fatto racchiude anche le rivendicazioni politiche portate avanti dal nuovo quotidiano mussoliniano: «dei malvagi e degli idioti non mi curo. Restino nel loro fango i primi, crepino nella loro nullità intellettuale gli ultimi. Io cammino!». Mussolini dichiara apertamente la nuova impostazione interclassista del quotidiano, se poco più avanti scrive che «riprendendo la marcia – dopo una sosta che fu breve – è a voi giovani d’Italia; giovani delle officine e giovani degli atenei; giovani d’anni e giovani di spirito» che si rivolge per lanciare un appello inequivocabile e ormai netto in favore dell’intervento: «il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali e che invece innalzo forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: GUERRA». L’accostamento di officine e atenei sta a significare che ormai Mussolini è lontano dalle idee socialiste della lotta di classe e che invece intende parlare ai proletari come ai borghesi, con una forte componente generazionale, ma senza escludere chi, magari più anziano, è un giovane nello spirito e vuole entrare nell’agone politico per difendere le posizioni interventiste in un contesto – appare evidente – di decadenza di un’Italia liberale alla quale Mussolini si oppone, considerandosi il rappresentante delle nuove generazioni.

Ormai il Mussolini neutralista, che tra l’agosto e il settembre 1914 si ergeva altisonante contro la guerra, non esiste più. In poche settimane è stato soppiantato dal secondo Mussolini, l’interventista, che si sposterà sempre più su posizioni nazionaliste e darà vita, pochi anni dopo la Grande Guerra, a una delle dittature più brutali del Novecento.

5. Conclusioni

Fin dal titolo in questo articolo abbiamo infatti posto la questione dell’esistenza di due Mussolini, almeno dal punto di vista ideologico. Esiste un Mussolini socialista e rivoluzionario, sostenitore delle posizioni del partito di cui fa parte e di un neutralismo assoluto, granitico, che impedisca – attraverso la mobilitazione operaia – l’entrata in guerra dell’Italia. Ed esiste poi un Mussolini interventista, che sta progressivamente abbandonando le posizioni politiche della sua gioventù – anche se la testata Il Popolo d’Italia recherà come sottotitolo giornale socialista fino al 1916 – e che vede nella guerra non solo il completamento dell’Unità, ma anche la tomba della classe politica liberale, la leva per la costruzione di un uomo nuovo e il veicolo per lo sviluppo dell’imperialismo italiano nei balcani. 

Il 1914 è l’anno della svolta non solo per Benito Mussolini uomo, che fa una grande svolta dall’estrema sinistra alle posizioni nazionaliste, che lo porteranno poi a sedersi all’estrema destra del parlamento quando i primi fascisti saranno eletti nel crepuscolo dell’Italia liberale. Nel 1914 di Mussolini, nel suo repentino passaggio dal neutralismo all’interventismo, e in quello solo di poco più graduale dal socialismo al nazionalismo, possiamo vedere le origini di un Fascismo che sarà a sua volta virulentemente nazionalista e militarista. Ma possiamo anche scorgere altri due lati peculiari dell’esperienza fascista che interessò l’Italia nei decenni successivi alla prima guerra mondiale. Da una parte l’estremo opportunismo di Mussolini, che non esita a lasciare i vecchi compagni di militanza per passare dall’altra parte della barricata in un momento storico cruciale per le sorti del socialismo nazionale e internazionale, fiutando la convenienza politica del mettere sé stesso al servizio dell’interventismo e della guerra. E dall’altra parte il forte legame instaurato con i principali gruppi industriali del Paese, che sarà la base delle coperture economiche, politiche e finanziarie che permetteranno ai fascisti di instaurare a partire dalla Marcia su Roma il loro regime totalitario, dopo aver partecipato attivamente alla repressione degli scioperi operai e contadini all’indomani della Grande Guerra.

Davide Longo – Scacchiere Storico

Davide Longo si occupa di storia militare e storia contemporanea. I suoi principali ambiti di studio sono lo sviluppo del movimento operaio europeo, la storia del colonialismo e la storia sociale e culturale della Prima guerra mondiale, ma i suoi interessi si allargano fino a comprendere lo sviluppo dei fascismi di ieri e oggi, la Resistenza come fenomeno europeo e la World History, con particolare attenzione a Cina e Sud-est asiatico.

Bibliografia

Per la redazione di questo articolo ho fatto riferimento alle copie de L’Avanti! e de Il Popolo d’Italia riprodotte in copia fotografica digitale sul sito della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea (link http://digiteca.bsmc.it/#). Di seguito una bibliografia essenziale e senza alcuna pretesa di esaustività utile al lettore per indagare più a fondo il tema dell’interventismo e della figura di Mussolini nella Grande Guerra.

De Felice R., Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Torino: Einaudi, 2019; Goffi G., Gli interventisti, i neutralisti e la Grande Guerra italiana, Cremona, 2005; Isnenghi M, Rochat G., La Grande Guerra. 1914-1918, Milano: Sansoni, 2004; Labanca N., Dizionario storico della prima guerra mondiale, Roma-Bari: Laterza, 2019; Lepre A., Mussolini l’italiano: il duce nel mito e nella realtà, Roma-Bari: Laterza, 1997; Mussolini B., Scritti e Discorsi, Roma: La Fenice, 1983; Sondhaus L., La prima guerra mondiale. Una rivoluzione globale, Torino: Einaudi, 2019; Tranfaglia N., La prima guerra mondiale e il fascismo, Torino: Utet, 1995; Veneruso D., Cattolici neutralisti e cattolici interventisti, Vicenza: Neri Pozza, 1993; Vivarelli R., Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, Vol. I, II, III, Bologna: il Mulino, 1965 e seguenti.

Scarica l’articolo in formato PDF:

Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: