CORSARI DELL’ANTICHITÀ: LA PIRATERIA A ROMA FRA IV E III SECOLO a.C.

di Rebecca Goldaniga

1. I pirati dell’Italia antica

Alle Collezioni statali di Antichità (Staatliche Antikensammlungen) di Monaco di Baviera è attualmente conservata una singolare kylix a figure nere, proveniente dall’area archeologica dell’etrusca Vulci (provincia di Viterbo). Il reperto, datato al 530 a.C. e attribuibile al celebre ceramografo greco Exekias, mostra un curioso episodio della vita del giovane Dioniso. Sette corsari di origine etrusca, inconsapevoli della natura divina del fanciullo, lo rapiscono e lo portano su una delle loro navi. Ecco allora che Dioniso, per liberarsi, trasforma i predoni in delfini e l’albero della nave in un albero di vite. Si tratta di una testimonianza estremamente interessante, non solo per il suo grande valore artistico, ma anche e soprattutto per il suo carattere di fonte storica. La kylix di Dioniso infatti, non dimostra unicamente l’esistenza della pirateria etrusca, ma anche che quest’ultima fosse divenuta un fenomeno tanto  rilevante nel bacino del Mediterraneo, da entrare a far parte della mitologia greca e da far sì che gli stessi Etruschi ne riprendessero il mito, quasi a voler far sfoggio del proprio ruolo di temibili corsari.

Del resto, le fonti scritte concordano nell’individuare nella pirateria etrusca la principale minaccia marittima del periodo fra IV e III secolo a.C. Perciò, le azioni degli Etruschi non si rivolgevano soltanto alle coste italiche, ma anche e soprattutto alle acque dell’Egeo. Già nel 325 a.C. un decreto ateniese che sanciva la fondazione di una colonia greca in Adriatico, avvertiva in modo specifico il distaccamento navale della madrepatria di prendere precauzioni contro i pirati etruschi (Dell, 1967). È poi noto che nel 299 a.C. i Delii furono costretti a prendere in prestito cinquemila dracme dal tesoro del tempio, per sostenere lo scontro con questi ultimi, mentre un’iscrizione rodia datata alla prima metà del III secolo a.C. onora un uomo caduto in battaglia contro i pirati dell’Etruria (Dell, 1967). Tuttavia, gli Etruschi non furono certo gli unici grandi corsari del mondo antico. Altre depredazioni rilevanti fra IV e III secolo sono infatti quelle di Japigi e Peucezi, stanziati sulle coste dell’Apulia. Questi popoli disponevano di ingenti forze marittime e strinsero un’alleanza con il tiranno siracusano Agatocle già nel 295 a.C. L’accordo stabiliva che egli avrebbe ricevuto una parte dei profitti ottenuti attraverso le scorrerie, se in cambio avesse fornito delle navi (Diod., 21, 4).

Kylix del ceramografo Exekias, raffigurante Dioniso circondato dai pirati tramutati in delfini, Staatliche Antikensammlungen Museum di Monaco (fonte: Wikipedia)

Pertanto, appare evidente come le potenze del mondo antico mantenessero un rapporto ambiguo con il fenomeno piratesco. Se da un lato esso veniva condannato in quanto minaccia alle rotte commerciali e responsabile di devastazioni e saccheggi nelle città costiere, dall’altro poteva costituire un valido strumento di egemonia. Non era quindi raro che un sovrano interessato ad indebolire uno stato nemico utilizzasse la pirateria per preparare un attacco militare e fiaccare la resistenza prima di un’entrata in guerra. Ma non solo. L’ambiguità del rapporto fra pirati e potenze dell’antichità risiedeva anche nel fatto che non sempre le seconde riuscivano a controllare i primi, limitandone l’attività. Il mancato controllo delle azioni piratesche poteva dunque costituire un fattore di crisi all’interno dei rapporti diplomatici. Ad esempio, osservando i primi trattati stipulati tra Roma e Cartagine è possibile notare che la res publica si impegnava a far sì che i pirati romani non attaccassero determinate aree. Di conseguenza, emerge l’immagine di una Roma che non solo praticava la pirateria, ma che la poneva anche sotto il proprio controllo. Al contrario, rammentando vicende come quella della città di Anzio, ben si comprende come il fenomeno potesse improvvisamente sfuggire al dominio delle autorità politiche. La città volsca di Anzio era stata conquistata dai Romani nel 338 a.C., ma da Strabone si apprende che pochi anni dopo gli atti di pirateria da parte degli Anziati ripresero su larga scala, in connessione con quelli degli Etruschi ed estendendosi fino all’Egeo (Strab., V, 3,5). Così, Alessandro il Macedone (dibattuta è l’identificazione con il Molosso o, in alternativa, con Alessandro Magno) e Demetrio Poliorcete inviarono rimostranze a Roma. Si tratta di una testimonianza ancora molto discussa, in quanto la flotta anziate sarebbe stata consegnata ai Romani al momento della presa della città. È altresì possibile che dopo il 338 a.C, i pirati di Anzio siano riusciti a procurarsi delle navi e a riprendere le loro scorrerie (forse proprio grazie ai contatti con gli Etruschi) (Scardigli, 1991). Dunque, è chiaro che il rapporto di una potenza con la pirateria poteva cambiare in virtù di determinati rivolgimenti politici, economici e sociali. 

2. I Romani da pirati a mercanti: la tesi di Filippo Cassola 

Ciò avvenne in modo evidente proprio nel caso di Roma. I trattati di alleanza con Cartagine non sono infatti l’unica prova dell’esistenza di un fenomeno piratesco romano. Secondo Diodoro Siculo e Livio, i Romani, dopo la presa di Veio (396 a.C.), si recarono a Delfi per deporre un tripode aureo presso il tesoro dei Massalioti, come omaggio agli dei per la vittoria ottenuta. Durante il viaggio furono attaccati dai pirati di Lipari e furono liberati solo grazie all’intervento di uno stratega liparese di nome Timasiteo (Diod., XIV, 93; Liv., V, 28). Plutarco però racconta i fatti diversamente: egli afferma che i Romani possedevano un vascello da guerra e che i Liparesi li attaccarono poiché li credettero pirati (Plut., Cam., 8). Diodoro Siculo, poi, parla di un pirata messo a morte da Timoleonte di Siracusa nel 342 a.C.. Egli viene definito “tirreno”, ma riporta il nome romano di “Postumio” (Diod., XIV, 82). Se si osserva che “tirreni” era un termine spesso usato per definire in modo generico i pirati, si può facilmente ipotizzare che Postumio fosse un corsaro romano. Stando alle fonti, egli era al comando di ben dodici navi e godeva di ricchezza e prestigio. Dunque, anche la pirateria romana, esattamente come quella degli Etruschi, degli Japigi e dei Peucezi, vantava una certa rilevanza nel Mediterraneo. Tuttavia, secondo Filippo Cassola, fra la fine del IV secolo e l’inizio del III, i pirati romani sarebbero divenuti gradualmente innocui mercanti. Tale trasformazione si sarebbe verificata parallelamente allo sviluppo della navigazione romana e all’affermazione di un ceto mercantile forte e compatto, interessato a rivendicare un ruolo anche in ambito politico. A sostegno della propria tesi, Cassola adduce prove quali diverse testimonianze di rapporti pacifici tra Roma e le maggiori potenze navali del Mediterraneo antico (Cassola, 1962) ma particolare, egli fa riferimento ad un’attenta analisi dei rapporti diplomatici tra Roma e Cartagine dal V al III secolo a.C. I primi due trattati, citati poc’anzi e risalenti al 509 e al 348 a.C., erano due documenti ufficiali in cui non veniva posto alcun limite al commercio punico e secondo i quali i Cartaginesi erano liberi di esercitare la pirateria ovunque, fuorché a danno dei Romani e dei loro alleati. Al contrario, alle navi corsare di Roma si chiudevano le acque di tutta l’Africa nord occidentale, mentre quelle mercantili venivano assoggettate ad un severo controllo. I Romani potevano quindi commerciare in Sicilia, Sardegna e Africa, ma sempre sotto la rigida sorveglianza delle autorità puniche. Secondo alcuni studiosi, questi trattati proverebbero l’inesistenza della marina romana, poichè in essi non veniva mai menzionata una “flotta”. Risulterebbe così evidente l’inferiorità di Roma rispetto a Cartagine, sul piano politico e militare. Malgrado ciò, si può notare come al tempo stesso i Punici apparissero molto ansiosi di tutelarsi dai corsari di Roma: 

I Romani non compiano scorrerie piratesche, né esercitino il commercio, né fondino città al di là del promontorio di Bello, di Mastia, di Tarseo (Pol, III, 24, 5). 

Riaffiora in tal modo il ritratto di una res publica che da un lato si affacciava timidamente sul Mediterraneo, mentre dall’altro manteneva una cattiva reputazione a causa degli atti di pirateria. Ciononostante, in accordo con la tesi di Cassola, la situazione di Roma sarebbe mutata con la stipulazione del terzo trattato con Cartagine, il cosiddetto “trattato di Filino”. Quella relativa all’esistenza di tale disposizione continua ad essere una questione dibattuta, che non appare possibile affrontare in questa sede. Tuttavia è bene ricordare che è in primo luogo Polibio a negare la veridicità del trattato, il quale sarebbe attestato solo dall’opera di Filino d’Agrigento, autore filopunico (Pol., I, 14, 1-8; I, 15, 11; III, 26, 2-7). Secondo quest’ultimo esisteva un’alleanza fra Romani e Punici (un foedus), che impediva agli uni di ingerirsi negli affari della Sicilia e agli altri in quelli dell’Italia peninsulare. Tale patto di natura sacra sarebbe stato violato dai Romani allo scoppio della prima guerra punica. Cassola crede nell’esistenza dell’accordo e sostiene che all’interno della testimonianza polibiana sia possibile individuare una condizione di parità fra Roma e Cartagine. Egli guarda in primo luogo alla situazione politica delle due città alla fine del IV secolo: Roma era impegnata con le sollevazioni delle popolazioni sannitiche, mentre Cartagine era alle prese con la guerra contro Agatocle, tiranno di Siracusa, per la supremazia sulla Sicilia. Ambedue le potenze stavano quindi vivendo una fase in cui non potevano permettere l’apertura di ulteriori fronti e in cui il trattato di Filino acquisterebbe una ragion d’essere. Perciò, sebbene risulti facile pensare che prima dello scoppio della guerra punica i Cartaginesi non avessero motivo di preoccuparsi di un passaggio dei Romani in Sicilia (dal momento che essi non possedevano una flotta organizzata), Cassola sottolinea come in realtà, da tempo, i Romani avessero iniziato a manifestare le proprie mire espansionistiche verso il Sud della penisola (Cassola, 1962).

Corsari, di Henryk Siemiradzki, 1880 (fonte: Wikimedia)

Durante la prima guerra sannitica (327-304), Roma aveva infatti stipulato un foedus con Neapolis, secondo cui la città campana avrebbe potuto mantenere la sua autonomia, se in cambio avesse fornito ai Romani navi da guerra (Brizzi, 2012). Ciò dimostra che questi ultimi, non disponendo ancora di una flotta, ma essendo decisi ad espandere la propria egemonia sul mare, si appoggiarono in questa fase a importanti alleati navali. Nel 311 a.C. poi, fu creata a Roma una nuova magistratura: i duoviri navales classis, ciascuno al comando di dieci navi. Tale istituzione potrebbe quindi aver rappresentato una primordiale organizzazione di un nucleo navale (Liv., IX, 30, 4; Dio Cass., Fr., 39, 4). Si ricordi inoltre che dopo la vittoria su Pirro e su Taranto, i Romani occuparono Brindisi  (importante città portuale e punto di collegamento con l’Epiro e l’Ellade) facendone una colonia (Cassola, 1962). Anche lo storico Cassio Dione afferma invero che allora la potenza dei Romani stava crescendo rapidamente (Dio Cass., Fr., 43, 3; Zon., III, 8). Di conseguenza, pur non potendo fare riferimento ad alcun documento ufficiale (che attesti una condizione di parità politica e militare tra Roma e Cartagine), sarebbe comunque possibile accogliere l’idea dell’accresciuta importanza di Roma come potenza marittima alla fine del IV secolo a.C (Scardigli, 1991). Del resto, osservando il quarto trattato fra le due città (279 a.C.) stipulato con il passaggio di Pirro in Italia, si nota una situazione ulteriormente evoluta. Pirro era sbarcato in Italia nel 280 a.C. in aiuto di Taranto, che si sentiva minacciata dall’espansionismo romano verso il Sud della penisola. Contemporaneamente, in Sicilia, Cartagine era in lotta con Siracusa e dato che Pirro aveva sposato la figlia del defunto tiranno, i Siracusani gli offrirono la corona a patto che, una volta sbarcato sull’isola, avesse sconfitto i Punici. Pirro accettò e le sue iniziali vittorie spinsero Cartagine a chiedere l’intervento dei Romani.

Qualora l’uno o l’altro stipuli un patto scritto d’alleanza con Pirro, sia possibile portarsi soccorso a vicenda nel territorio di chi venga attaccato; se uno dei due avrà bisogno d’aiuto i Cartaginesi forniscano le navi sia per l’andata sia per il ritorno, ma soldo venga pagato da ciascuno stato alle proprie truppe. In caso di necessità i Cartaginesi rechino aiuto ai Romani anche per mare. Nessuno obblighi equipaggi a sbarcare contro la loro volontà (Pol. III,25,3-5).  

Emerge chiaramente un riconoscimento della potenza militare ed economica di Roma, mentre Cartagine mostra una certa debolezza, probabilmente frutto delle ormai secolari difficoltà in Sicilia. Si comprende come i Punici tendessero ad assegnare a Roma il compito di portar loro aiuto nelle battaglie campali, settore in cui si consideravano probabilmente inferiori. Così, fra V e III secolo, si passò da una condizione in cui Roma era ancora una potenza legata alla pirateria, nettamente subalterna a una grande realtà marittima come quella di Cartagine, a una situazione in cui di fatto era Roma ad essere divenuta militarmente superiore. Se si considera poi che durante la prima guerra punica i Romani costruirono la sua prima flotta, il cerchio si chiude. Con la conquista della Sicilia, Roma divenne ufficialmente una nuova forza all’interno del bacino del Mediterraneo a cui non restava che consolidare il proprio ruolo.

Rebecca Goldaniga – Scacchiere Storico

Rebecca Goldaniga è una studiosa dell’antichità romana. Si occupa soprattutto delle dinamiche sociali e culturali riguardanti il mondo latino. Ha un debole per gli imperatori “eccentrici” e per i gladiatori. A Netflix preferisce i kolossal peplum.

Bibliografia

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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