di Michele Gatto
1. L’influenza di Roma sulla moneta spartana
La zecca di Sparta, come quelle delle altre città greche all’interno del sistema provinciale romano, batteva moneta in maniera discontinua (Butcher, 1988). Dalla metà del I secolo a.C. la città lacedemone riprese le sue emissioni in maniera completamente autonoma, anche se nel corso del tempo cominciarono a farsi sentire i primi sintomi dell’influenza romana. Uno di essi è relativo all’emissione di una moneta tra il 43 ed il 31 a.C. dedicata a L. Sempronio Atratino, legato del triumviro e allora padrone dell’Oriente, Marco Antonio: coniazione probabilmente dovuta alla popolarità da lui acquisita nella provincia di Acaia, oltre alle necessità finanziarie romane (RPC I; Spawforth, 2002; Amandry, 2008); tuttavia, essa veniva compresa tra le emissioni dei magistrati locali di Sparta. La vera cesura deve essere perciò considerata la battaglia di Azio del 31 a.C.: gli Spartani, guidati da un membro della nuova aristocrazia cittadina, Euricle figlio di Lacare, si schierarono infatti al fianco di Ottaviano, il quale dopo la vittoria premiò la città donandole alcuni territori nel Peloponneso, ricompensando inoltre Euricle sia affidandogli la leadership di Sparta, sia concedendogli la cittadinanza romana (dal quel momento acquisì il nome di Gaio Giulio) e la sua amicizia personale (Plutarco, Vita di Antonio, 67, 2-3; Steinhauer, 2006/2007; Bowersock, 1961). Questi eventi ebbero, ovviamente, delle ripercussioni anche dal punto di vista monetario.
G. Giulio Euricle cominciò, probabilmente su concessione romana, la battitura di moneta a proprio nome (Chrimes, 1952), adottando tipi legati alla tradizione spartana, ma allo stesso tempo facendo introdurre i ritratti dei membri della famiglia imperiale, fra i quali quello di Livia: la consorte di Augusto aveva un legame particolare con Sparta, risalente alle guerre civili ed agli eventi conseguenti alla guerra di Perugia del 41/40 a.C., quando insieme al primo marito T. Claudio Nerone (schierato con Antonio) ed al piccolo Tiberio, dopo varie peripezie, trovò rifugio nella città lacedemone, in cui i Claudî avevano dei possedimenti. Successivamente, Livia fu costretta ad abbandonare la Laconia anche rischiando la vita, ma non dimenticò l’aiuto ricevuto e ricompensò gli Spartani a tempo debito (Svetonio, Tiberio, VI; RPC I, n. 1105; Barrett, 2006; Grunauer von Hoerschelmann, 1978). Euricle dimostrò in maniera ancor più evidente la sua volontà di celebrare Augusto quando il princeps si recò in visita a Sparta nel 21 a.C.: da quel momento non venne più emessa la moneta raffigurante al diritto la testa diademata della dea Roma, simbolo del dominio dello Stato romano (Mellor, 1975), ma un’altra recante il ritratto dell’imperatore, che oltre ad ampliare i confini spartani contribuì con la sua presenza al compimento di interventi urbanistici nella città (Strabone, Geografia, VIII, 5, 1; Bowersock, 1961; Spawforth, 2002; Steinhauer, 2006/2007; Waywell, 1999). Quando, pochi anni dopo, a Sparta si recò anche Agrippa (genero e primo collaboratore di Augusto), egli fu ugualmente onorato da una coniazione e forse dall’istituzione di un’associazione denominata Agrippiastas (RPC I, n. 1104; Spawforth, 2002; Grunauer von Hoerschelmann, 1978). In seguito, Euricle avrebbe però abusato del proprio rapporto confidenziale con Augusto provocando disordini in Grecia: durante un viaggio compiuto presso Erode in Giudea, l’hegemon di Sparta sfruttò a suo vantaggio gli intrighi di corte per ottenere denaro (Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, I, 27, 6) e, dopo averne ricevuto anche dal sovrano di Cappadocia Archelao, sarebbe tornato in patria nel 7 a.C. Questi nuovi fondi servirono ad Euricle per fomentare scontri politici e corrompere classi dirigenti in Laconia, in modo da allargare la propria influenza e ricevere, in alcuni casi, onori divini. Le famiglie dell’antica aristocrazia spartana lo accusarono perciò di tirannia e corruzione, provocandone la condanna nonostante la cittadinanza romana e l’appello all’imperatore: in ogni caso, i beni degli Euriclidi non furono confiscati, permettendo loro di conservare proprietà e ricchezze (Chrimes, 1952; Bowersock, 1961). Così, la politica ambiziosa e senza scrupoli adottata da Euricle lo avrebbe condotto all’esilio nel 7 a.C. (Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, I, 26, 4), evento coincidente con una sospensione delle coniazioni spartane; questo, almeno fino all’inizio dell’egemonia di suo figlio G. Giulio Lacone, nel 2 a.C.

Lacone ereditò la stessa posizione predominante del padre, riabilitandone la memoria dopo la morte (PIR IV, n. 372; Bradford, 1977), ed infatti sotto la sua guida ripresero le coniazioni, anche se in due fasi distinte: quelle avvenute tra il 2 a.C. e il 31 d.C. non riportano nessun ritratto imperiale ed indicano probabilmente un cambio di rotta rispetto all’ambiziosa politica di Euricle. Pur avendo esercitato il proprio potere in maggiore accordo con l’aristocrazia locale, sotto Tiberio anche Lacone dovette subire l’esilio da Sparta nel contesto delle persecuzioni conseguenti alla cospirazione di Seiano e durante questo periodo, fino al suo ritorno, le coniazioni si interruppero (Tacito, Annali, VI, 3-9, 18; RPC I, nn. 1109-1112; Bowersock, 1961; Chrimes, 1952). L’Euriclide, nel frattempo, si era stabilito a Corinto rivestendo anche magistrature civiche, finché non ritornò in patria probabilmente grazie a Claudio, per conto del quale svolse l’incarico di procuratore dopo essere entrato nell’ordine equestre: una volta tornato, tra il 41 e il 54 d.C., Lacone fece coniare monete con al diritto il ritratto dell’imperatore (RPC I, nn. 1113-1115; Taylor, West, 1926; Grunauer von Hoerschelmann, 1978).
Con la fine dell’egemonia di Lacone, a Sparta in sostanza non venne più battuta moneta dalla fine del principato di Claudio all’inizio di quello di Adriano, nella prima metà del II secolo, ed anche in questo caso la ripresa dell’attività da parte della zecca fu dovuta ai rapporti intrattenuti tra la città ed il princeps attraverso l’intermediazione di un Euriclide, il senatore Gaio Giulio Euricle Ercolano (PIR IV, n. 302). Considerato uno dei primi senatori greci, se non il primo, questi strinse un rapporto confidenziale con Adriano e, grazie al suo impulso evergetico, Sparta ricominciò a battere moneta (Birley, 1997; Spawforth, 2002); al pari di Augusto, proprio in questa fase, anche Adriano decise di visitare la città lacedemone, prima nel 124/125 e poi nel 128/129 d.C., ricevendo diversi onori come il patronomato eponimo, oltre a divenire oggetto di culto nella veste di Zeus Olimpio, con dedica di un altare e di un tempio nelle vicinanze di quello di Serapide. Allo stesso tempo, l’imperatore promosse alcuni interventi edilizi, oltre a rinnovare donazioni territoriali di epoca augustea, da aggiungere all’introduzione degli Eurykleia, festa dedicata al senatore Ercolano e alla sua famiglia. Indubbiamente, Adriano compì diversi sforzi per ridare a Sparta il prestigio che le apparteneva in passato, manifestando grande rispetto per la sua tradizione (Pausania, III, 14, 5; Bradford, 1986; Spawforth, 2002; Steinhauer, 2006/2007).
Anche i successori di Adriano dimostrarono di avere un occhio di riguardo nei confronti di Sparta, favorendola in questioni inerenti ai confini e proseguendo le emissioni monetarie, ed in cambio ricevettero dalla città diversi onori: ad esempio, ad Antonino Pio furono dedicati altari come Zeus liberatore e salvatore. Tuttavia, a partire da Marco Aurelio (inizialmente insieme a Lucio Vero), la produzione monetaria spartana probabilmente cominciò ad avere scopi anche di carattere bellico: da questo momento in avanti, infatti, ebbero luogo diverse campagne militari in Oriente e lungo il limes danubiano, che finirono per coinvolgere la stessa Sparta economicamente e militarmente; per questo motivo, forse, sulle monete lacedemoni di Marco Aurelio e Lucio Vero vennero adottati in particolare i tipi dei Dioscuri e di Eracle, vista l’attitudine marziale di entrambe le divinità (RPC IV, nn. 4149, 4152-4156; Grunauer von Hoerschelmann, 1978). Durante la prima campagna partica, condotta tra il 163 ed il 166 d.C. da Lucio Vero, gli Spartani parteciparono attraverso l’invio di un contingente di ausiliari (compreso un reparto di cavalleria) ed il loro reclutamento ricevette fin da subito un significato propagandistico, vista l’identificazione dei Parti come diretti successori dei Persiani contro cui avevano combattuto Greci e Macedoni. Nonostante le vittorie ottenute, gli eserciti di ritorno dall’Oriente avrebbero però diffuso nell’impero la cosiddetta “peste antonina”, favorendo già nel 167 d.C. una nuova invasione germanica sul limes danubiano, che costrinse a chiamare ancora alle armi le truppe delle città greche, oltre a chiedere loro aiuti finanziari: ciò finì per mettere in difficoltà la stessa Sparta, creando tensioni sociali al suo interno (Spawforth, 2002). Questo, comunque, non mutò l’atteggiamento della città nei confronti della dinastia Antonina, come dimostra l’istituzione di una festività dedicata al giovane Commodo, gli Olympia Commodea, pur non essendosi egli mai recato a Sparta: forse dovuta alla riconoscenza nei confronti del padre per delle concessioni territoriali, la prima attestazione di questa festa risale al 176 d.C., anno di acquisizione del titolo imperiale da parte di Commodo accanto a Marco Aurelio. I Commodea prevedevano lo svolgimento di sacrifici e giochi, assumendo una connotazione sacra conferita solamente ad un numero ristretto di feste e gare, unica tra le festività spartane ad ottenere un simile rango (Spawforth, 2002; Kennell, 1995). I vincitori nei giochi (celebrati ogni quattro anni) ricevevano sia dalla città ospitante, sia dalla propria, dei premi ricchi e onorifici: la vittoria garantiva inoltre la possibilità di compiere un corteo trionfale e, soprattutto, di ricevere un vitalizio e l’esenzione dalle liturgie civiche (FD III, 1,89; IG V,1, 479; Spawforth, 2002). Dal 175 d.C. a Sparta erano già state emesse le prime monete recanti il ritratto giovanile di Commodo, alle quali seguirono altre tre coniazioni tra il 178 ed il 180 d.C. (RPC IV, nn. 4159-4167; Grunauer von Hoerschelmann, 1978): ciò dimostrerebbe come l’attività della zecca spartana in epoca antonina sia stata piuttosto continua.

Con i Severi venne seguita la stessa tendenza, tanto che tutti i membri della famiglia, dal principato di Settimio Severo a quello di Caracalla, furono riprodotti sulle monete di Sparta: il maggior numero di coniazioni riguarda Giulia Domna, moglie di Severo, e Geta, almeno fino alla sua morte e alla conseguente damnatio memoriae (Grunauer von Hoerschelmann, 1978). Risulta singolare che solamente due emissioni rechino i ritratti di Settimio Severo e Caracalla (Grunauer von Hoerschelmann, 1978), i quali furono particolarmente impegnati dal punto di vista militare, trovando un legame con Sparta proprio per la sua antica tradizione guerresca: Caracalla, in particolare, nel 214 d.C. reclutò anche un contingente lacedemone in vista della sua campagna contro i Parti, conclusasi, però, senza risultati significativi. Tra l’altro, è probabile che le stesse truppe spartane siano state smobilitate dopo l’uccisione dell’imperatore nel 217 senza aver mai combattuto (Erodiano, IV, 8, 3; 9, 4; Spawforth, 2002). Settimio Severo aveva invece riorganizzato il culto imperiale cittadino ed il legame fra Sparta e la sua famiglia è testimoniato dalla realizzazione di un gruppo scultoreo databile tra il 202 ed il 205 d.C. circa, del quale ci sono giunti una porzione inscritta della base ed una statua bronzea (Spawforth, 1986); probabilmente, vi erano raffigurati Settimio Severo, Giulia Domna, Geta, Caracalla e sua moglie Plautilla, vista la presenza di erasioni collegabili alla damnatio memoriae comminata a quest’ultima (dopo la caduta in disgrazia e la morte nel 205 del padre, il prefetto del pretorio G. Fulvio Plauziano) e a Geta: pur non conoscendo gli autori del monumento, esso potrebbe essere stato dedicato da un magistrato locale, forse uno dei gerontes. La statua bronzea femminile ritrovata sepolta nell’agorà, in posa di adorazione, sembrerebbe identificabile con Plautilla proprio per via dei segni conseguenti ad una damnatio memoriae, in aggiunta alle sembianze giovanili e alla capigliatura, entrambe assimilabili ai suoi ritratti monetali; la stessa Sparta, infatti, le dedicò due emissioni (Palagia, 2001; Spawforth, 1986; Grunauer von Hoerschelmann, 1978).
Le coniazioni spartane si interruppero temporaneamente a seguito della morte di Caracalla per riprendere solamente sotto Gallieno, tra il 253 ed il 267 d.C.: egli non ebbe alcun rapporto diretto con Sparta, quindi le emissioni monetarie di questo periodo possono essere spiegate solamente come conseguenza dell’impegno militare romano (e dell’imperatore in prima persona) contro le invasioni barbariche che minacciarono la stessa città lacedemone, nel corso della grave crisi del III secolo. Le monete dedicate a Gallieno e alla moglie Salonina, in questo senso, rappresentano un’eccezione rispetto a quelle dei loro predecessori (Historia Augusta, Gallieno, XIII, 6; De Blois, 1976; Grunauer von Hoerschelmann, 1978). In sostanza, risulta evidente come la produzione di moneta spartana in epoca imperiale sia dipesa principalmente dai rapporti privilegiati tra Sparta e alcuni imperatori.
2. La moneta come specchio dell’identità di Sparta
Se da un lato la produzione di moneta spartana in età imperiale venne influenzata dal rapporto con gli esponenti di alcune dinastie, dall’altro essa era diventata un tramite per esprimere l’identità di Sparta o, comunque, di quelle che erano le sue tradizioni. Sebbene la città lacedemone non godesse più dell’importanza avuta in età classica ed il suo ruolo fosse marginale, come d’altro canto quello della Grecia in generale, Sparta cercò di rievocare la grandezza passata: ciò avvenne grazie anche all’attività di alcuni aristocratici locali e ai loro rapporti privilegiati con Roma, ed in questo senso è necessario assegnare ancora una volta un ruolo di primo piano alla famiglia degli Euriclidi.
Come già detto, il legame personale tra Euricle ed Augusto fruttò a Sparta l’acquisizione di nuovi territori e, successivamente, il rapporto tra il senatore Euricle Ercolano ed Adriano sortì gli stessi effetti: la città ebbe così nuovamente un ruolo di preminenza territoriale e politica nel Peloponneso, risultato della volontà imperiale di onorare la prestigiosa tradizione spartana (Bowersock, 1961; Steinhauer, 2006/2007). Grazie a diverse fonti, siamo in grado di affermare che, dalla fine del I secolo a.C., la stessa Sparta prese a celebrare i propri costumi e culti, i quali furono tuttavia riorganizzati o acquisirono un significato diverso rispetto all’epoca classica: una rielaborazione il cui scopo principale era l’affermazione della propria identità, anche sotto il dominio romano (Luciano, Anacarsi, 38; Pausania, III, 16, 9-11; Plutarco, Vita di Aristide, 17, 8; Massaro, 2012; Des Bouvrie, 2009). Questo discorso riguardava allo stesso modo l’istituzione di nuove celebrazioni, sia quelle inerenti al culto imperiale (Pausania, III, 11, 4-5; Chrimes, 1952; Spawforth, 2002) cui si è già accennato, sia la festa dedicata agli Euriclidi, gli Eurykleia. Istituita in epoca adrianea in onore del senatore Euricle Ercolano, questa ricorrenza prevedeva dei giochi che è possibile avessero un carattere celebrativo (inerente ad un culto eroico locale) rivolto proprio all’Euriclide, dovuto all’impegno in favore della città, e più in generale alla sua famiglia. Nonostante fosse considerata di rango inferiore rispetto ad altre, in quanto non onorava una divinità, la festività attirava i partecipanti ai giochi soprattutto per i suoi premi (agones themateiai) e le gare erano principalmente atletiche. I nomi conosciuti di alcuni contendenti sottolineano il carattere “internazionale” acquisito dagli Eurykleia: un vincitore nella gara di pancrazio, un certo Marco Aurelio Asclepiade, proveniva infatti da Alessandria, mentre un pugile di nome Marco Aurelio Demostrato Damas arrivava da Sardi (IG V,1, 666; Spawforth, 1986).

I tipi monetali lacedemoni, quindi, esprimevano le tradizioni cittadine principalmente dal punto di vista cultuale, ed è possibile siano stati loro attribuiti ulteriori significati una volta adottati sulle emissioni. I soggetti divini maggiormente raffigurati risultano essere i Dioscuri, Eracle e Apollo: i Dioscuri, secondo il mito, sarebbero nati proprio in Laconia, ed erano legati non solo alla dimensione guerriera (palesandosi oltretutto sul campo di battaglia (Plutarco, Vita di Lisandro, 12, 1), ma anche a quella dell’addestramento efebico. Questo subì una riorganizzazione nel corso del tempo rispetto all’agoge di età classica, venendo reintrodotto dopo la fuoriuscita di Sparta dalla Lega Achea, ed i Dioscuri simboleggiavano infatti le caratteristiche dei giovani spartani sia durante, sia dopo il passaggio nella comunità adulta (Sanders, 1993; Piccirilli, 1984). Essi erano venerati attraverso una festa corredata da gare, i Dioskoureia (Lippolis, 2009), e a Sparta erano presenti diversi templi, altari e statue a loro dedicati: un heroon nei pressi delle mura di epoca antonina e del dromos, dove avvenivano le gare di corsa tra giovani spartani, al cui ingresso erano raffigurati proprio i Dioscuri Apheterioi, cioè coloro che danno la partenza; una tomba di Castore vicino alla Skias (dove si riuniva la boule in età imperiale); nell’area dell’agorà, erano venerati i Dioscuri Amboulioi (consiglieri); vi era un tempio a Phoebaeum dedicato ai Dioscuri Soteres (salvatori); una fonte ed un santuario di Polluce legati al tempio dei gemelli a Therapne (Pausania, III, 12, 10; 13, 1 e 6; 14, 6-7; 20, 2; Sanders, 1993); infine, ricevevano onori nel santuario dedicato alle Leucippidi (Pausania, III, 16, 1; Pindaro, Nemee, X, 55-90; Fortunelli, 1999). Un altro fattore fondamentale era relativo alla discendenza dai Dioscuri vantata da parte degli aristocratici locali, tanto che le monete di Euricle e Lacone in molti casi riportano al rovescio i due gemelli (RPC I, nn. 1102, 1109-1111; Spawforth, 2002; Grunauer von Hoerschelmann, 1978). Anche le monete dell’epoca di Adriano ricalcano questa tipologia, in quanto l’attività della zecca spartana era probabilmente ripresa grazie al senatore Euricle Ercolano (RPC I, n. 335; BMC Greek X, n. 73; Grunauer von Hoerschelmann, 1978). Quella dei Dioscuri è una presenza costante lungo gran parte dello sviluppo della monetazione di Sparta in età imperiale.
Eracle è un’altra divinità riprodotta su diverse monete lacedemoni durante l’intera epoca imperiale, in particolar modo attraverso uno dei suoi attributi, la clava. Egli veniva considerato il progenitore degli Spartani e proprio al pari dei Dioscuri era annoverato dai notabili locali come loro diretto antenato: per questo motivo, oltre alla presenza di un tempio a lui dedicato nei pressi delle mura, l’immagine di Eracle venne frequentemente riprodotta su statue ed elementi architettonici della città come, ad esempio, uno dei ponti che permettevano l’accesso al Platanistas (Pausania, III, 14, 8-10; 15, 3; Palagia, 1989). Non a caso, fu la sua raffigurazione a essere adottata nell’unica emissione monetaria avvenuta tra il 7 ed il 2 a.C., proprio durante la transizione fra l’egemonia di Euricle (esiliato da Sparta) e quella di suo figlio Lacone (RPC I, n. 1108; Grunauer von Hoerschelmann, 1978).
Probabilmente, la divinità più importante per Sparta era però Apollo: la sua presenza piuttosto frequente sulle monete spartane, esprime infatti la centralità del culto lacedemone del dio. Nelle sue varie forme, gli erano dedicate feste di fondamentale importanza come le Carnee, le Giacinzie e le Gimnopedie, alle quali partecipava l’intera popolazione cittadina: ad esse erano associati giochi e gare che attiravano numerosi visitatori dal resto della Grecia, diventando occasione per la popolazione locale di manifestare i propri costumi attraverso il canto e le danze. Sparta, in epoca imperiale e all’interno della provincia di Acaia, era divenuta un importante centro per quanto riguardava gli agoni: sebbene le feste e i giochi avessero subito un’evoluzione nel corso del tempo, sia dal punto di vista della durata, sia del loro svolgimento (implicando la partecipazione di contendenti di varia provenienza attratti dai ricchi premi in palio), il nucleo di queste festività rimaneva quello tradizionale, in una sorta di adattamento al nuovo contesto storico e politico nel quale però gli Spartani non dimenticavano la propria identità (Ateneo, IV, 139, D-F e XIV, 37; Pausania, III, 11, 9 e 16, 2; Luciano, De saltatione, 12; Pettersson, 1992; Guarducci, 1984; Massaro, 2012; Berlinzani, 2013; Richer, 2004 e 2007; Spawforth, 2002; Kennell, 1995). I tipi monetali hanno anche riprodotto l’immagine di statue della divinità, come avvenuto con Apollo Amyklaios sulle monete di Commodo e Gallieno (RPC IV, nn. 4164, 4166; Grunauer von Hoerschelmann, 1978): il simulacro in stile arcaico, descritto da Pausania, faceva parte di un complesso monumentale realizzato da Baticle di Magnesia all’interno del santuario di Amicle, dove Apollo era venerato insieme al giovane Giacinto, col quale condivideva anche le celebrazioni nel corso delle Giacinzie (Pausania, III, 18, 9; 19, 1-3; LIMC II/1; Prontera, 1980/81). L’uso dell’immagine del dio sulle monete poteva indicare, inoltre, l’esistenza di un legame tra Sparta e Delfi, risalente all’età arcaica. Su di esse, infatti, venne riprodotta l’immagine di Apollo Lykaios, venerato presso la città sacra ma non a Sparta, nel cui territorio comunque era presente un tempio dedicato ad Apollo Pitico: alcune coniazioni di Antonino Pio riportano proprio la raffigurazione di Apollo sotto il tripode delfico (Pausania, III, 10, 8; X, 14, 7; RPC IV, nn. 4139, 4145, 4167; Grunauer von Hoerschelmann, 1978; Gershenson, 1991).

Anche la figura di Artemide fu adottata sulle monete spartane con i suoi attributi più comuni, tra i quali l’arco e la faretra (Grunauer von Hoerschelmann, 1978): a Sparta la dea era venerata principalmente come Artemide Orthia, uno dei maggiori culti lacedemoni, nel suo santuario presso l’Eurota. A questo culto era legata la competizione di resistenza tra efebi consistente nella loro flagellazione, strettamente connessa con il loro addestramento. Tutte le competizioni inerenti ai culti spartani erano considerate fondamentali per la formazione dei giovani (ad esempio, le lotte tra gli sphaireis, o le gare canore e di danza (Luciano, Anacarsi, 38; Sanders, 1993); il caso della flagellazione è emblematico: in età romana giungevano numerosi visitatori per assistere a questo rituale, oramai trasformatosi in una gara vera e propria. Ciò significa che gli stessi Spartani rievocarono le loro tradizioni rielaborandole e rendendole manifeste al resto del mondo greco-romano perché, ancora in piena età imperiale, Sparta continuava a rimanere un simbolo di forza e virilità capace di suscitare ammirazione, la cui società era considerata in grado di plasmare uomini con determinate virtù (Plutarco, Moralia, 239,40; Luciano, Anacarsi, 38; Pausania, III, 16, 10-11; Massaro, 2012; Des Bouvrie, 2009). Sulle monete spartane, alla stessa raffigurazione di Ermes può essere assegnato un significato inerente agli agoni per la formazione efebica (Pindaro, Nemee, X, 52-54; Grunauer von Hoerschelmann, 1978; Brown, 1969), ed un discorso analogo riguarda anche il culto cittadino di Atena Chalkioikos (“dal tempio di bronzo”): il tipo della dea, nella veste di Promachos, rappresenta un altro esempio di raffigurazione ispirata ad una statua di genere arcaico, come si è già visto con l’Apollo di Amicle. Anche ad Atena erano dedicati rituali che sancivano il passaggio dei giovani all’interno della comunità adulta, che si svolgevano nell’area del suo santuario sito sull’acropoli. Inoltre, è possibile che la natura guerriera della divinità sia stata sfruttata propagandisticamente in momenti di particolare impegno militare da parte degli imperatori, in particolare da Gallieno (Polibio, IV, 35; RPC III, n. 337; Grunauer von Hoerschelmann, 1978; Piccirilli, 1984; Gagliano, 2015).
Concludendo, la monetazione spartana, che a livello provinciale fu sicuramente più discontinua rispetto a quella di Corinto (dove era situata la zecca più importante dell’Acaia, le cui emissioni vennero parzialmente ricalcate nelle caratteristiche metrologiche da quelle lacedemoni) (BMC Greek X; Grunauer von Hoerschelmann, 1978), sotto l’impero di Roma è stata uno dei mezzi per esprimere determinati aspetti della tradizione di una città nominalmente libera (Plinio il Vecchio, Storia Naturale, IV, 8; Chrimes, 1952; Spawforth, 2002) che, nonostante tutto, continuava a conservare il proprio prestigio.

Michele Gatto – Scacchiere Storico
Michele Gatto è uno studioso dell’antichità greca e romana, in particolare della Grecia in età classica e di Roma in età imperiale. È specializzato in Numismatica Antica. I suoi interessi arrivano a comprendere inoltre la storia bizantina.
Bibliografia
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Immagine di copertina: moneta bronzea spartana di Euricle con, al diritto, il ritratto di Augusto e la legenda ΚΑΙϹ. Al rovescio, un’aquila stante a destra e la legenda ΕΠΙ ΕΥΡΥΚΛΕΟΣ. Nel campo, ΛΑ (fonte: RPC Online, licenza CC BY-NC-SA 4.0)
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