L’EREDITÀ STORICA DI GIOVANNI FALCONE

di Michele Gatto

A quasi trent’anni dalla strage di Capaci, questo articolo non vuole essere semplicemente commemorativo, ma intende attuare un’analisi di quello che il giudice Giovanni Falcone ha effettivamente rappresentato per il nostro paese e quale sia l’eredità che ci ha lasciato, senza cadere in facili retoriche, sebbene non vi possa nascondere il fatto che queste vicende in qualche modo abbiano indubbiamente segnato la mia infanzia.

1. La vita

Nato a Palermo nel quartiere della Kalsa il 18 maggio del 1939, crebbe in una famiglia che gli impartì un’educazione piuttosto rigorosa, formandone il carattere e sviluppando il suo senso del dovere. Dopo il diploma decise di intraprendere la carriera militare, ed entrò all’Accademia navale di Livorno, ma in seguito decise di congedarsi perché si accorse che effettivamente la vita militare non faceva per lui. Ritornato a Palermo si iscrisse a Giurisprudenza, laureandosi nel 1961 con il massimo dei voti, dopodiché nel 1964 vinse il concorso per entrare in magistratura e l’anno successivo ottenne l’incarico di pretore a Lentini (La Licata, 2007; Lupo, 2013); fu un periodo piuttosto difficile che riuscì comunque a lasciarsi rapidamente alle spalle, dato che fu trasferito a Trapani già nel 1966: questo per il giudice fu un momento di cambiamenti, anche personali, nel quale si allontanò parzialmente dalla famiglia e si avvicinò ad ambienti culturali di sinistra (Falcone, Barra, 2012). In questi anni Falcone si misurò per la prima volta con la criminalità organizzata, cominciando a conoscerne i meccanismi: sicuramente si trattò di un periodo di crescita professionale, di cui però non conservò un ricordo così positivo (La Licata, 2007).

Tornò a Palermo nel 1978 e poco dopo si concluse il suo primo matrimonio. Decise inoltre di dedicarsi definitivamente al diritto penale entrando così all’Ufficio istruzione, sotto l’ala protettrice di Rocco Chinnici (Vasile, 2019), con il quale ebbe un’intesa sia umana sia professionale: fu proprio da questo momento che Falcone cominciò ad occuparsi delle indagini di mafia e a diventare “scomodo”, tanto da dover accettare la scorta a partire dal 1980 (La Licata, 2007); Chinnici in quel periodo diede vita al pool antimafia, un gruppo di magistrati che avrebbe lavorato in sintonia condividendo le conoscenze e tenendo collegate le varie inchieste sui crimini mafiosi, del quale fece parte, tra gli altri, anche Paolo Borsellino. Nonostante Chinnici fosse stato ucciso in un attentato nel 1983, il suo posto venne preso da Antonino Caponnetto, il quale fornì il massimo supporto al pool e a Falcone nel fronteggiare la guerra di mafia tra la fazione dei corleonesi, guidati da Totò Riina, e l’allora gruppo dirigente di Cosa nostra (di cui i primi volevano ottenere la leadership), oltre alla guerra contro lo Stato; gli sforzi ed i sacrifici dei magistrati culminarono nel “Maxiprocesso”, celebrato presso l’aula bunker del tribunale di Palermo tra il 1986 ed il 1987 e che, per il numero di condanne emesse, rappresentò una svolta epocale nella lotta alla mafia; nel frattempo, Falcone aveva definitivamente regolarizzato la sua relazione con Francesca Morvillo, sposandola nel 1986 (La Licata, 2007; Lupo, 2013). Divenuto Falcone un personaggio di primo piano, essendo l’uomo di punta del pool, cominciarono gli attacchi verso la sua persona, non solo di origine mafiosa ma anche da parte dell’opinione pubblica, della politica e della stessa magistratura: l’episodio più eclatante fu il fallito attentato presso la villa dell’Addaura nel 1989, in cui il giudice si vide accusato di aver compiuto una messinscena (La Licata, 2007; Falcone, Barra, 2012; Lupo, 2013). Ormai, divenuto per lui il clima di Palermo invivibile (Monti, 2006), tra tentativi di delegittimazione, ostruzionismo dei colleghi e manovre di demolizione del pool, Falcone accettò la proposta del ministro della Giustizia, il socialista Claudio Martelli, di diventare il direttore dell’Ufficio affari penali del ministero trasferendosi a Roma, portando comunque avanti il progetto di una Superprocura antimafia, seppur restando al centro delle polemiche; ma nel 1992, in seguito alla conferma delle sentenze del Maxiprocesso da parte della Corte di Cassazione, i vertici mafiosi (forse non da soli), dopo l’omicidio del democristiano Salvo Lima, organizzarono un attentato dinamitardo che ebbe luogo il 23 maggio nei pressi dello svincolo autostradale per Capaci in direzione di Palermo, nel quale Giovanni Falcone perse la vita insieme a sua moglie e tre agenti della scorta (La Licata, 2007; Lupo, 2013; Montolli, 2018).

Le terribili immagini del luogo dell’attentato, nei pressi dello svincolo di Capaci (fonte: Wikipedia)

2. Le inchieste di Falcone

Giovanni Falcone è noto per le sue indagini inerenti alla mafia, svolte con acume e dedizione per le istituzioni. È perciò doveroso fare un breve riassunto delle principali inchieste da lui compiute su Cosa nostra, le quali hanno cambiato in maniera decisiva la lotta contro questa e le altre organizzazioni mafiose.

La prima grande inchiesta affidata a Falcone fu quella Sindona-Spatola, relativa agli affari criminali del banchiere Sindona, atti a ripulire il denaro ricavato dal narcotraffico, ed ai suoi contatti in Sicilia e America, inchiesta nella quale aveva perso la vita un investigatore come Boris Giuliano e che infatti mise in pericolo la vita del giudice stesso, a cui venne assegnata la scorta; Falcone collaborò proficuamente con l’FBI e partendo dalla figura dell’imprenditore edile Spatola ricostruì le transazioni di denaro (Ayala, 2019), individuando uno ad uno i personaggi coinvolti: nel 1982 si ebbero 120 rinvii a giudizio, compreso quello di Spatola (La Licata, 2007; Lupo, 2013). Proprio a partire dallo stesso anno cominciarono le indagini che permisero di ricostruire l’organizzazione di Cosa nostra: grazie al lavoro del capo della squadra mobile di Palermo, Cassarà, le prime informazioni arrivarono dal mafioso Salvatore Contorno (La Licata, 2007), ma il quadro completo si ebbe dal 1984 con la collaborazione di Tommaso Buscetta, uno dei membri della “vecchia” Cosa nostra, latitante in Brasile; grazie a Buscetta, Falcone riuscì a ricostruire la struttura dell’organizzazione mafiosa ed a ricavarne un quadro completamente diverso da quello immaginato fino ad allora: questa sarebbe stata la base per l’istruzione del Maxiprocesso, la cui preparazione fu caratterizzata anche da un trasferimento temporaneo all’Asinara di Falcone e di Borsellino per salvaguardarne l’incolumità (La Licata, 2007; Lupo, 2013). L’esito del Maxiprocesso fu di portata epocale: vennero emessi 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, 11 miliardi e mezzo di lire in multe, oltre a 114 assoluzioni; ma nonostante il grande risultato ottenuto, il periodo successivo al processo vide tutta una serie di manovre atte a smantellare il pool antimafia e a delegittimare soprattutto Falcone: basta ricordare in questo senso la mancata nomina del giudice come capo dell’Ufficio istruzione al posto di Caponnetto (in favore del più anziano ma meno competente in questioni mafiose, Antonino Meli), la successiva denuncia rilasciata da Borsellino alla stampa riguardo la sorte del pool (Monti, 2006), oltre alle strumentalizzazioni di cui fu oggetto l’articolo scritto da Leonardo Sciascia sui “Professionisti dell’antimafia” (Monti, 2006; La Licata, 2007). Progressivamente Giovanni Falcone si ritrovò sempre più isolato e costretto infine a lasciare Palermo.

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto, 1986 (fonte: Wikipedia)

Negli ultimi anni palermitani, tra il 1989 e il 1990, Falcone partecipò alle indagini sull’inchiesta “Duomo connection”, relativa alle infiltrazioni mafiose a Milano e in Lombardia: emerse che il capoluogo lombardo era ormai diventato il centro principale di smercio della droga, tanto che Cosa nostra aveva impiantato non troppo lontano da esso, in Valle Imagna, una raffineria; il giudice (la cui partecipazione causò parecchie apprensioni agli indagati) collaborò a stretto contatto con la collega Ilda Boccassini, e le indagini portarono all’arresto di imprenditori, politici milanesi e criminali emergenti (Colaprico, Fazzo, 1991; RaiPlay, “Le parole di Falcone”). Concludiamo con una breve parentesi: quando Falcone si trasferì a Roma all’Ufficio affari penali del ministero di Giustizia, mentre si occupava del progetto di una Superprocura antimafia, avrebbe, secondo alcune ipotesi, svolto un’indagine agli inizi del 1992 sui finanziamenti illeciti del Partito Comunista Sovietico al Partito Comunista Italiano e su un probabile coinvolgimento della mafia; in questo senso ci sono state smentite e conferme provenienti da più parti, ma in realtà, l’unica certezza che abbiamo è che Falcone incontrò il procuratore russo Stepankov nel gennaio del 1992, dato riportato su una delle sue agende (Montolli, 2018).

Falcone durante una delle numerose conferenze stampa, 1988 (fonte: thevision.com)

3. L’eredità

Giovanni Falcone è stato, anche alla luce di quanto detto finora, un personaggio fondamentale nella lotta alla mafia: è giusto ricordare però che se oggi viene giustamente ricordato come un eroe ed allo stesso tempo un uomo normale, e la sua figura è diventata quella di una sorta di “santo civico” (Moge, 2017), mentre era ancora in vita subì un vero e proprio processo di diffamazione e delegittimazione, di cui un esempio sono le famigerate lettere anonime del “Corvo” (Monti, 2006; La Licata, 2007), il cui autore non è mai stato individuato con certezza. Ma a questo punto è necessario chiederci che cosa rappresenta per noi Giovanni Falcone e che eredità ci ha lasciato.

Innanzitutto, Falcone ci ha permesso di capire cosa è la mafia, e da questo punto di vista era infatti così avanti rispetto ai suoi interlocutori che spesso faticava nel farsi capire; ha sempre sostenuto che parlare di mafia fosse necessario, ma lo era altrettanto parlarne nel modo giusto (RaiPlay, “Le parole di Falcone”). Fino a quel momento infatti si riteneva che la mafia fosse costituita da una serie di bande criminali slegate tra loro, ma Falcone (grazie all’aiuto, in particolare, di Buscetta) ha invece ricostruito la struttura di Cosa nostra, una struttura verticistica di carattere piramidale basata su una vera e propria ideologia mafiosa (di cui il giudice aveva ben compreso il linguaggio): si trattava quindi di un’organizzazione unica e complessa che riusciva a controllare l’economia, l’attività criminale e politica del territorio in cui si trovava; l’aspetto territoriale è infatti assolutamente fondamentale per le cosche. In sostanza, è una sorta di Stato illegale nello Stato (Fiume, 1989; Falcone, Padovani, 2012; Guarnotta, 2019). A questo però bisogna aggiungere che al di sopra di essa non c’è nessuno a manovrarla, non esiste un “terzo livello”, anche se sicuramente ci sono rapporti di vario genere tra mafia e politica (Fiandaca, 2002; Falcone, Padovani, 2012; Lupo, 2013). Per contrastare un’organizzazione simile era perciò necessario concentrare in un unico punto tutti gli sforzi investigativi e le migliori professionalità a disposizione, seguendo la strada aperta da Chinnici, senza frammentare le inchieste come si era sempre fatto e si tornò a fare anche dopo lo smantellamento del pool antimafia di Palermo: in questo senso va letta anche la decisione di Falcone di andare a Roma e dare vita ad una Superprocura antimafia, in maniera da poter aggirare gli ostacoli palermitani ed ottenere un appoggio più diretto da parte delle istituzioni (Lupo, 2013). Nonostante le critiche e i tentativi interni di sabotaggio subiti all’epoca, le intuizioni di Falcone hanno portato, in seguito alla sua morte, ad alcuni risultati tangibili: tra di essi ricordiamo l’istituzione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), di un Procuratore Nazionale Antimafia, l’approvazione di leggi apposite per i collaboratori di giustizia e del carcere duro con il 41 bis per gli ergastolani di Cosa nostra (Guarnotta, 2019).

Giovanni Falcone protetto dalla scorta all’uscita del Palazzo di Giustizia di Palermo (fonte: Getty Images)

Oltre al grande senso del dovere e dello Stato, Falcone quindi ha anche lasciato un metodo investigativo che prevedeva non solo la centralizzazione e la collaborazione attiva tra magistrati, ma anche una fitta rete di contatti con le forze di polizia internazionali; lo scambio di informazioni ed una scrupolosa attenzione ai dettagli, tramite attenti sopralluoghi; la capacità di prevedere i possibili ostacoli; la necessità di servirsi di professionalità altamente specializzate; l’importanza delle indagini bancarie. Ovviamente tutto questo deve ottenere il pieno appoggio delle istituzioni, senza il quale c’è il rischio elevato di rimanere isolati e senza protezione, diventando facili bersagli (Fiandaca, 2002; Falcone, 2010; Falcone, Padovani, 2012; Di Lello, 2019; Grasso, 2019). Proprio quello che è accaduto al giudice.

Giovanni Falcone perciò ci ha fatto comprendere che la mafia non è qualcosa di astratto, ma è perfettamente calata nella realtà storica: è quindi un fenomeno che si adatta e si evolve con i tempi, pur restando legato ad aspetti tradizionali (Fiandaca, 2002; Lupo, 2013); più volte il giudice ha sostenuto come la mafia fosse endemica, mentre l’opinione pubblica si era accorta di essa solo a causa dei continui, tragici, fatti di cronaca, tanto da parlare di “emergenza mafiosa”. Falcone ha permesso di capire, non solo alla società civile ma anche alle istituzioni, la necessità di combattere il fenomeno mafioso in maniera continua e determinata, allo scopo di accelerare la sconfitta di quello che lui stesso ha definito un «fatto umano che ha avuto un inizio e avrà una fine» (RaiPlay, “Le parole di Falcone”).

Michele Gatto – Scacchiere Storico

Michele Gatto è studioso dell’antichità greca e romana, in particolare della Grecia in età classica e di Roma in età imperiale. E’ specializzato in numismatica antica. I suoi interessi arrivano a comprendere inoltre la storia bizantina.

Bibliografia

Ayala G. 2019, Il “mitico” pool antimafia, in E. Ciconte, G. Torre (a cura di), Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone, Pavia, pp. 41-58; Colaprico P., Fazzo L. 1991, Duomo connection, Siena; Di Lello G. 2019, Il “metodo Falcone”, in E. Ciconte, G. Torre (a cura di), Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone, Pavia, pp. 15-22; Falcone G. 2010 (rist.), La posta in gioco, Milano; Falcone G., Padovani M. 2012 (rist.), Cose di Cosa Nostra, Milano; Falcone M., Barra F. 2012, Giovanni Falcone: un eroe solo, Milano; Fiandaca G. 2002, Una rilettura degli scritti di Giovanni Falcone nel decennale della strage di Capaci, in “Il Foro Italiano” 125, pp. 201-207; Fiume G. 1989, Falcone: La mafia, tra criminalità e cultura, in “Meridiana” 5, pp. 199-209; Grasso P. 2019, Giovanni Falcone: l’uomo, il magistrato, il metodo, in E. Ciconte, G. Torre (a cura di), Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone, Pavia, pp. 65-76; Guarnotta L. 2019, L’eredità di Falcone e Borsellino, in E. Ciconte, G. Torre (a cura di), Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone, Pavia, pp. 23-37; La Licata F. 2007, Storia di Giovanni Falcone, Milano; Lupo S. 2013, s.v. Falcone, Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani: http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-falcone_(Dizionario-Biografico); Moge C. 2017, Eroe, uomo, santo? Il paradosso della memoria di Giovanni Falcone, in T. Caliò, L. Ceci (a cura di), L’immaginario devoto tra mafie e antimafia. 1. Riti, culti e santi, Roma, pp. 219-232; Monti G. 2006, Falcone e Borsellino. La calunnia, il tradimento, la tragedia, Roma; Montolli E. 2018, I diari di Falcone, Milano; RaiPlay, “Le parole di Falcone”: https://www.raiplay.it/programmi/leparoledifalcone; Vasile V. 2019, Quando Falcone non era Falcone, in E. Ciconte, G. Torre (a cura di), Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone, Pavia, pp. 91-96.

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Pubblicato da Scacchiere Storico

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