IL DRAGO NELL’IMMAGINARIO MEDIEVALE

di Riccardo Marchetti

Il Medioevo è senza dubbio il periodo storico sul quale l’uomo contemporaneo ha lavorato più di fantasia. La versione fantastica dell’età di mezzo è così radicata da essere, per i non addetti ai lavori, spesso difficilmente scindibile dalla parte storica. Tra le immagini più comuni che albergano nella mente, per quanto riguarda il Medioevo di stampo fantastico, vi è quella di un cavaliere intento a sconfiggere un drago. Siamo ben consci della irreale esistenza di questa bestia durante i secoli, eppure è così radicata nelle credenze che ci è impossibile smettere di associarla al periodo storico in questione.

Eppure, il drago non è una creazione medievale, i mostri dalle immani proporzioni sono sempre stati catalogati come una sfida per intrepidi eroi ben prima dell’inizio del periodo che stiamo analizzando. Tre esempi lampanti possono essere: l’idra di Eracle, il serpente Pitone sconfitto da Apollo e il drago di Tebe ucciso da Cadmo. Ma è stato l’uomo medievale a donare un nuovo significato alla bestia, attingendo a piene mani sia dai miti antichi che da quelli a lui contemporanei provenienti da regni lontanissimi.

Il drago, infatti, non è un’immagine univoca, cambia di aspetto e significato in base alla civiltà che lo inserisce nella propria cultura (Manacorda, 1994). Non è un caso che le grandi migrazioni e i contatti commerciali siano spesso contemporanei ai momenti di maggiore successo letterario del drago. A testimonianza di ciò abbiamo sicuramente una grande varietà di rappresentazioni, sintomi della enorme varietà di influenze culturali e mitologiche stratificatesi: l’arte mediorientale spesso lo rappresenta come un animale composito con elementi provenienti dai grandi predatori mammiferi, cui vengono aggiunte squame, piume e volti umani. Nell’arte cinese è un animale serpentiforme dotato però di zampe, spesso benevolo, associato all’acqua e alle piogge. La grande osmosi fra Occidente e Oriente accompagna costantemente l’evoluzione del mitico animale: prima del Duecento il drago europeo è generalmente un serpente, non ha né ali né zampe, striscia e rappresenta il male, è un animale impuro, come tutti i rettili e i serpenti (Manacorda, 1994).

Il principe Timuride Bahram uccide un drago, 1371 (fonte: Shahnama of the Shiraz School, Topkapi Sarayi Muzesi Kutuphanesi, Istanbul)

I contatti tra le estremità eurasiatiche s’infittiscono sulla via della seta tra il XII e il XV secolo, i viaggiatori tornano carichi di spezie e di storie: il drago assume nuovi dettagli e forme. Lo stile gotico adorna l’animale con corna, ali smisurate dalle fattezze membranose ed enormi creste sulla schiena. Una delle prime raffigurazioni di questo nuovo aspetto si trova nel Salterio di Edmond de Laici (morto nel 1258) (Baltrusaitis, 1977). In Occidente è un animale apocalittico, malvagio, incarna il demonio, un distruttore di luoghi e tormentatore di uomini. Se la sua controparte cinese è associata all’acqua alle piogge, in Europa il drago vomita fiamme e diviene l’incarnazione del fuoco.

  1. Il drago nei bestiari

Estremamente importanti per comprendere l’immaginario medievale sono i bestiari: opere dedicate interamente al mondo animale, i quali però non lo illustrano dal punto di vista biologico o scientifico ma ne forniscono un taglio quasi esclusivamente morale, dal forte sapore biblico (Pastoureau, 2012).

Al contrario di quanto si possa pensare, l’uomo medievale è un attento osservatore della natura che lo circonda, ma non vi ricerca la verità scientifica, preferisce il richiamo biblico, ne fa un’indagine culturale, letteraria e religiosa, non biologica. La zoologia medievale è completamente diversa da quella attuale, il suo fine non è scientifico: serve a fornire spunti per la predicazione, per narrare favole e allegorie, a definire sigilli e stemmi ed è alimentata dai proverbi (Pastoureau, 2012).

Tutto questo ben si sposa con la figura del drago, creatura immaginaria ma dalla potentissima simbologia: infatti i bestiari si dilungano enormemente sul possente rettile. In primis ci fanno comprendere che per l’uomo medievale il mostro è reale, esiste davvero: vive in Etiopia e in India e da lì si sposta in tutto il mondo. Questo ci aiuta a comprendere l’enorme significato esotico che possiede questa creatura. A testimonianza di ciò possiamo notare il suo comparire come soggetto ricamato sulle stoffe preziose sotto forma di arabesco. Nonostante il suo simbolismo oscuro veniva spesso inciso persino sui paramenti sacri (Manacorda, 1994). Viene finemente rappresentato nelle miniature o sui capitelli al culmine delle colonne, scolpito in tutta la sua sinuosità mostruosa. I cavalieri, nel Trecento, iniziano a sfoggiare le sue sembianze sulle armature, sugli scudi e sulle bardature dei destrieri: gli spallacci diventano piastre nervate, le gomitiere si mutano in pinne, la borgognotta assume forme membranose simili ad ali draconiche, mentre corna e creste prendono posto sulle protezioni dei cavalli (Baltrusaitis, 1977). Gli attributi draconici donano al guerriero un aspetto imponente ed esotico, il drago diviene simbolo di potenza e ricchezza. L’animale stesso nei bestiari è definito avaro: vive in una caverna dove conserva i tesori provenienti dai territori che razzia o distrugge. Queste opere più volte si soffermano sulla malvagità della creatura, sottolineando il suo essere in grado di provocare tempeste e terremoti, rigurgitare fiamme, soffocare le prede con la coda (organo in cui risiede la sua forza sovrumana) ed emette rumori spaventosi (Pastoureau, 2012).

Drago ed elefante, bestiario anonimo del Northumberland, circa 1250-60 (fonte: The J. Paul Getty Museum)

La creatura è reale a tal punto per chi redige l’opera, che ne vengono persino specificati i vari colori: i più comuni hanno scaglie verdi ma possono spingersi fino al giallo brillante. Risultano sempre vischiosi al tatto e dall’odore nauseabondo. Alcuni capitoli ne descrivono il sangue e si sbilanciano su dei possibili utilizzi: può essere usato come colorante, il diavolo vi si tinge il volto ed è in grado di donare immortalità a chi vi si immerge (Pastoureau, 2012).

  1. Un duello senza tempo

L’aspetto della cupidigia e il ruolo di guardiano verso inestimabili tesori sono entrambi perfettamente radicati nella figura del drago, a tal punto da diventare un ambito fisso in quasi tutte le mitologie che hanno ospitato questo rettile colossale. La bestia è così ben calata nel suo ruolo che persino il nome ci suggerisce ambo le caratteristiche: drago infatti deriverebbe dal greco drakon, accostabile al verbo derkomai, che significa “vedere, lanciare sguardi”, ma traducibile anche con “colui che fissa con lo sguardo” oppure “colui che guarda con occhio fisso” (Hoenegger, 2014). Questi accostamenti filologici ci permettono di sottolineare la natura della bestia, nonché il suo eterno ruolo nella più disparate mitologie che l’hanno accolta: se il primo significato è accostabile all’aspetto rettiliforme (dato che i rettili sono privi di palpebre), il secondo è senza dubbio indice del suo ruolo di guardiano e custode; da sempre sfida per eroi e santi, sia che essi siano alla ricerca di un tesoro o che abbiano qualcuno da salvare.

Il drago, dunque, non è solo una creatura dal grande successo geografico, ma anche temporale: la belva sopravvive al passare del tempo, alberga costantemente nell’immaginario umano sfondando barriere letterarie, filosofiche e teologiche. L’uccisione del drago resta nel corso dei secoli uno dei più grandi soggetti che la letteratura possa narrare: non perde mai enfasi nonostante i cambiamenti dei protagonisti e dei significati.

Nel mito greco il drago è sinonimo della forza della natura, una incarnazione del selvaggio, mentre l’eroe impegnato a sfidarlo rappresenta il genere umano. Spesso, infatti, all’uccisione della bestia segue un rito di fondazione: come nel caso di Delfi, fondata dal dio Apollo dopo aver ucciso il serpente pitone, o in quello di Tebe, costruita nel punto dove Cadmo uccise un possente drago. Una similitudine con le forze naturali possiamo trovarla anche nell’idra uccisa da Ercole. Il legame stretto con la forza primordiale naturale di queste fiere è sottolineato da una particolare caratteristica: spesso questi mostri non assomigliano ai loro discendenti medievali alati, capaci di sputare fuoco, ma sono più ascrivibili agli elementi naturali della terra e dell’acqua (Hoenegger, 2014). Vi sono poi i primi esempi di draghi guardiani: come nel caso di Ladone, posto a custodia del giardino delle Esperidi, o il mostro a protezione del vello d’oro.

Durante il Medioevo il drago assume altri significati, divenendo l’incarnazione del male e del demonio. La lotta contro di lui diventa sempre più un paragone con quella condotta dalle forze del bene contro il male. I santi e gli angeli possono combatterlo in due modi: con lancia, spada e armatura (come san Giorgio e San Michele) o con la preghiera (san Clemente, santa Marta e santa Margherita) (Hoenegger, 2014).

Il drago diventa una delle massime rappresentazioni del diavolo: solo i cavalieri più forti, i chierici più elevati o le anime più pure possono sperare di allontanarlo o addirittura ucciderlo. Le sue fiamme sono dello stesso calore dell’inferno, la sua forza è sovrumana, le sue ali oscurano il sole. La prova è ardua e richiederà tutto ciò di cui l’eroe è capace. Agli aspetti provenienti dai mostri dell’antichità, il drago medievale aggiunge le caratteristiche che gli giungono dai miti ebraici e dall’Apocalisse di san Giovanni: la sua malvagità è amplificata, il suo furore è devastante. Persino la lingua del drago risulta essere un’arma mortale: Tristano, cavaliere della tavola rotonda, la recide come prova della sua vittoria da portare innanzi a re Marco, per poi chiedere la mano di Isotta. A causa della dieta del mostro il muscolo è altamente velenoso e porta il cavaliere a perdere conoscenza. Il cimelio verrà poi rubato da un servo, il quale si aggiudicherà la mano della principessa (Hoenegger, 2014).

Un esempio molto interessante è senza dubbio lo scontro tra san Marcello, vescovo di Parigi risalente al V secolo, e il drago che terrorizza la città. Il duello ci è riportato nella biografia redatta da Venanzio Fortunato, il quale, a causa delle umili origini del prelato, è costretto ad attribuirgli tutta una serie di miracoli per giustificarne l’ascesa alla cattedra vescovile (Le Goff, 1977). La vittoria sul drago è l’ultimo che ci viene narrato e sottolinea come Marcello, essendo vescovo di Parigi, non ne incarna solamente la guida spirituale, ma ne è ormai divenuto anche il leader politico, la massima carica cittadina la cui responsabilità è la protezione dei cives. A sostegno di questo vi è proprio l’analisi che possiamo fare della figura del drago: se è vero che Venanzio ci riporta che il mostro è intento ad occupare la tomba di una donna adultera divorandone il corpo, sottolineando come la bestia rappresenti il male nel senso biblico e religioso del termine, è importante per noi osservare anche la posizione geografica dello scontro. Sappiamo che il luogo sarebbe stato quello della successiva sepoltura del vescovo, sul quale poi sarebbe stata costruita quella che, folkloricamente, viene definita la più antica chiesa di Parigi, capace poi di estendere il nome a tutto il borgo circostante, detto per l’appunto Saint-Marcell (Le Goff, 1977).

Stiamo parlando di una zona ancora estremamente paludosa nell’Alto Medioevo, situata tra il fiume Bievre e la Senna, ricca di acquitrini vicinissimi alla città di Parigi. Si tratta dunque di una rappresentazione dello scontro tra le autorità pubbliche e le imperanti forze della natura situate al di là delle mura. Il drago rappresenta dunque la natura selvaggia al di fuori del contesto cittadino civilizzato, divenendo l’incarnazione delle paludi. Così come Cadmo sconfisse un drago per fondare Tebe, Marcello lo ammansisce colpendolo per tre volte con il suo pastorale e lo scaccia, rendendo colonizzabili le zone prima selvagge (Le Goff, 1977). Il vescovo, e la città insieme a lui, vincono la potenza delle acque, le quali non per la prima volta prendono la forma di un drago. Sono molti i racconti in cui la bestia sauriforme è collegata all’acqua: ci basti pensare ai draghi cinesi, portatori di pioggia e fecondità. Questi, come abbiamo già accennato, potrebbero essere arrivati in Occidente tramite i racconti dei popoli delle steppe, in perenne contatto sia con l’Est che con l’Ovest, e qui aver assunto connotazioni differenti, soprattutto dopo la diffusione del cristianesimo.

Alcune analogie possiamo ritrovarle anche nella leggenda di santa Marta in lotta contro la Tarrasque: un mostro molto simile al drago, dotato di sei zampe, una possente coda e dalla testa leonina. A balzarci agli occhi è, anche qui, la posizione geografica dello scontro, ovvero le paludi della Camargue, oltre che l’ammansimento della bestia, avvenuto tramite le preghiere della giovane Marta capaci addirittura di rimpicciolire il mostro, in modo da permettere agli abitanti della città di poterlo poi uccidere. Anche in questo caso siamo davanti ad un mito di fondazione: la città verrà successivamente ribattezzata con il nome del mostro sconfitto, Tarrascona.

Tornando a san Marcello, il vescovo diverrà successivamente uno dei patroni di Parigi, insieme a santa Genoveffa e san Dionigi, pur restando tra i tre il meno conosciuto o citato. Tra i pochi lasciti della sua storia possiamo trovare alcune raffigurazioni presso Notre-Dame a Parigi: di cui una, forse la più famosa, è posta presso il portale di sant’Anna, dove il vescovo è raffigurato proprio nell’atto di sconfiggere il drago.

Riccardo Marchetti – Scacchiere Storico

Riccardo Marchetti è studioso del Medioevo, in particolare del XIV secolo. La sua analisi si concentra principalmente in ambito sociale ed economico, ma si concede volentieri qualche scorribanda nell’intricato mondo delle istituzioni italiane ed europee.

Bibliografia

Baltrusaitis J. 1979, Il Medioevo fantastico, Milano; Hoenegger T. 2014, Il drago, sfida per santi ed eroi, in F. Marzarico, L. Tori (a cura di), Sangue di drago e squame di serpente, Milano; Le Goff J. 1997, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Torino; Manacorda S. 1994, s.v. Drago in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Roma; Pastoureau M. 2012, Bestiari del Medioevo, Torino.

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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