IL GOTICO HAITIANO

Un nuovo genere letterario per narrare la Rivoluzione di Haiti agli Europei

di Beatrice Cattaneo

1. Il contesto storico

Il 16 agosto 1791 alcune piantagioni di zucchero della colonia francese di Saint Domingue – oggi Repubblica di Haiti – vennero date alle fiamme. In seguito a questo episodio, alcuni testimoni dei fatti denunciarono l’esistenza di un complotto pianificato dagli schiavi neri dell’isola ed il cui scopo ultimo consisteva nell’organizzare una rivolta e uccidere i padroni bianchi, per impadronirsi della colonia (Popkin, 2012). 

Mappa di Haiti nel Settecento

Pare che queste affermazioni inquietanti non fossero state prese sul serio dalle autorità, tanto che a Cap Français, la città più grande ed importante del territorio, il pericolo non venne considerato realistico. Tuttavia, la settimana successiva a questi eventi – più precisamente il 23 agosto 1791 – gli schiavi neri, erroneamente ritenuti incapaci di organizzare una rivolta, si ribellarono contro la minoranza bianca. Dopo aver distrutto e dato fuoco alle piantagioni di zucchero più ricche di Saint Domingue, gli schiavi si diedero a diverse forme di violenza, uccidendo i padroni bianchi e tutti coloro che furono visti come oppressori, i quali si frapposero fra loro e l’agnognata ricerca di libertà. Questa situazione diede il via ad un crescendo di violenza in cui per la prima volta, come affermato da Jeremy Popkin in A coincise history of the Haitian Revolution (2012), una popolazione di origini africane fu in grado di ribaltare le proprie sorti ribellandosi alla popolazione bianca. Questa situazione ebbe il proprio culmine il 1 gennaio 1804 con la proclamazione dell’indipendenza della Repubblica di Haiti da parte del generale ed ex schiavo Jean Jacques Dessalines. 

Prima pagina del libro Secret History or The Horrors of Santo Domingo di Aaron Burr, 3° vicepresidente degli Stati Uniti d’America.

La rivoluzione di Saint Domingue fu un fatto, per molteplici aspetti, di grandissimo impatto, poiché colpì nel vivo problemi che al tempo erano di grande attualità – come l’istituzione della schiavitù – sovvertendo quella che era percepita come la corretta gerarchia razziale. La costituzione del 20 maggio 1805 proclamava infatti: “L’esclavage est à jamais aboli” (ovvero: la schiavitù è per sempre abolita; Article 2, Constitution du 20 mai 1805), aggiungendo poi: “Toute acception de couleur parmi les enfants d’une seule et même famille, dont le chef de l’État est le père, devant nécessairement cesser, les Haïtiens ne seront désormais connus que sous la dénomination génériques de Noirs” (cioè: tutte le distinzioni di colore tra  i bambini di una sola famiglia, di cui il capo è il padre, devono necessariamente cessare, gli haitiani non saranno che conosciuti sotto la generica denominazione di Neri; Article 3, Constitution du 20 mai 1805).

Negli ultimi anni è stato sempre più indispensabile comprendere e concedere maggiore attenzione alla rivoluzione degli schiavi di Saint Domingue, anche in una prospettiva di Global History, o di Connected History; la Rivolta di Haiti pose infatti le basi per una comprensione più approfondita delle rivolte in America contro il predominio europeo (Popkin, 2012). Non solo, ma questo evento fu anche fondamentale da studiare per quanti vivevano sul vecchio continente: questo evento storico, infatti, avvenuto due anni dopo gli eventi della presa della Bastiglia – che portarono alla proclamazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino – portò alla necessità di vedere applicati quanto prima questi principi e a comprendere come questo potesse avvenire anche all’interno delle colonie, nei confronti di tutti gli schiavi presenti oltreoceano: le idee rivoluzionarie, che stavano avendo nuova diffusione e successo in patria, cozzavano infatti con gli interessi economici da mantenere all’interno del territorio haitiano e l’obiettivo era comprendere come mantenere una coerenza di pensiero e adeguare le novità a situazioni tanto differenti (Popkin, 2012). 

2. La violenza e la letteratura: lo sconvolgimento della società ideale e il timore di una reverse slavery. 

In Silencing the past: Power and the production of history (1995), Michel Rolph Trouillot tratta di come la rivoluzione di Haiti sia rimasta per almeno due secoli un evento poco trattato dalla storiografia europea (Daut, 2008). Si parla infatti di un vero e proprio silenziamento di questo fenomeno e, in un primo momento, di una sostanziale marginalizzazione della storiografia indigena e dei suoi massimi rappresentanti. Oltre a questo “silenziamento” vi fu una vera e propria demonizzazione della Rivoluzione Haitiana. Dichiarando l’indipendenza nel 1804, Haiti non solo sfidava, in quanto Black Republic, gli imperi coloniali di Francia, Spagna e Inghilterra nei Caraibi, ma la sua costituzione (redatta nel 1805) rappresentava un’emancipazione dalla supremazia bianca, dalla schiavitù e dal colonialismo. L’esclusione della componente bianca (evidente persino nella nuova bandiera di Haiti) e i massacri guidati da Dessalines nei confronti di questa parte della popolazione, fecero di questa Repubblica la bête noire per eccellenza nelle teorie razziste per secoli. 

La presa di potere degli schiavi neri divenne un vero e proprio ribaltamento, agli occhi europei, della normalità, della civiltà. Lo spettro della rivoluzione di Haiti imperversò a lungo nella mente europea e ingenerò la nascita di una vera e propria retorica di goticizzazione dell’evento.

All’interno della narrativa odeporica, così come nella produzione romanzesca, si registra infatti una vera moda nel creare descrizioni della rivoluzione legate al campo semantico e ai topos letterari tipici del racconto dell’orrore. Sin dai suoi albori, la Rivoluzione Haitiana e la creazione dello stato nero di Haiti sono stati fortemente demonizzati. Haiti venne a lungo immaginata e pensata come l’antitesi della civilizzazione e della cultura occidentali. Trouillot stesso definisce la Rivoluzione come un caso unico nella storia e utilizza per descriverla degli epiteti negativi come freak, odd, unnatural, queer, grotesque (Daut, 2008). 

Haiti. Storia di una rivoluzione, di Jeremy D. Popkin

Come afferma Raphael Hoermann in A Very Hell of Horrors? The Haitian Revolution and the Early Transatlantic Haitian Gothic (2016), la rivoluzione di Haiti venne percepita da molti come una “violation of the sanctity of whiteness” (Hoermann, 2016). Le esecuzioni, le mutilazioni, la paura di una schiavitù “al contrario”, oscurarono per un periodo – mettendole in secondo piano – le atrocità compiute dagli schiavisti e costituirono il simbolo di come Haiti avesse violato l’ordine naturale e la supremazia bianca, per la prima volta nella storia. 

Un caso particolare è sicuramente rappresentato dal racconto epistolare di Leonora Sansay, Secret History, or the Horrors of St. Domingo (1808), pubblicato anonimo. La vicenda è ambientata durante gli ultimi giorni della Saint Domingue coloniale e narra la sconfitta francese e la vittoria degli schiavi neri. Quello che colpisce di questo testo è sicuramente la rappresentazione che viene data, da un’autrice europea, della rivolta. Nonostante la presenza di una critica agli schiavisti francesi e alle atrocità spesso commesse dagli stessi nei confronti della popolazione nera, la Sansay si concentra principalmente nel dare un’immagine terrificante dei massacri perpetrati dagli schiavi haitiani, guidati da Dessalines, nei confronti degli ultimi francesi rimasti a Santo Domingo. 

In Secret History questi ribelli neri vengono descritti come uno strano connubio tra selvaggi, cannibali, predatori e mostri assetati di sangue. Sansay si spinge addirittura alla formulazione dell’ipotesi di una preoccupante futura reverse slavery, come conseguenza diretta di questa inversione di potere razziale (Sansay, 2007). Il racconto insinua che l’inevitabile conseguenza di questa e di qualunque rivoluzione ed emancipazione di schiavi, non possa che essere la rovina e la distruzione del mondo coloniale conosciuto. Nel testo si trova, nello specifico, un episodio riferito all’esecuzione di una ragazza bianca di quindici anni, causata dal rifiuto della stessa di andare in moglie ad un ex schiavo. Questa descrizione costituisce un perfetto esempio di quello che verrà chiamato “Gotico haitiano”, o “Gotico caraibico”; questo genere somma voyeurismo, sadismo e una tematica fondamentale: la dilagante paura legata al terrore degli abusi sessuali da parte degli schiavi neri, come vendetta degli endemici abusi nelle società schiaviste nel Nuovo Mondo. 

Significativo è il fatto che la Sansay non fu testimone oculare dell’episodio sopracitato, ma le venne narrato una volta tornata in patria, dopo la sua fuga da St. Domingue. Questo non precluse il fatto che il passo presente nella Gothic novel di Sansay sia stato utilizzato da alcuni storici revisionisti come evidenza dell’esistenza di un genocidio bianco perpetrato dagli schiavi neri di Haiti. In questo testo e in linea di massima nell’intero genere del Gotico Haitiano, è presente un vero e proprio riutilizzo e ribaltamento delle crudeltà perpetrate nei confronti degli schiavi in una vera e propria inversione dei ruoli di vittima e carnefice, in cui è il bianco a subire violenza. Effettivamente la descrizione dell’episodio della morte della giovinetta bianca, appesa ad un uncino da macellaio sulla piazza del mercato riflette un’abitudine attribuibile agli schiavisti bianchi, nei confronti dei neri. Questo è testimoniato da una tavola disegnata da William Blake, presente nel famoso testo Narrative of a Five Years’ Expedition against the Revolted Negroes of Surinam di J. G. Stedman (Stedman, 1988). In questo testo, di condanna al commercio di schiavi, vengono riportate le esecuzioni comuni e le punizioni verso gli stessi. L’immagine di Blake, A Negro hung alive by the ribs to a Gallows, potrebbe essere stata fonte di ispirazione per la Sansay nella descrizione dell’evento sopracitato. I linciaggi, le torture, gli stupri ed il generico riadattare le crudeltà perpetrate dai bianchi verso i neri nelle piantagioni ben rappresenta il livello di demonizzazione di questa rivolta, che tanto aveva sconvolto le menti europee. È interessante osservare come da questo racconto emergano l’ansia ed il panico creatosi con l’inversione della supremazia razziale, in un paese che era stato una potenza coloniale. 

Locandina del film Emperor Jones (1933) diretto da Dudley Murphy e basato sull’omonimo dramma di Eugene O’Neill

La rivoluzione haitiana, in questo senso, può essere definita come una delle rivoluzioni con più ampio impatto sociale. Essa causò infatti un doppio cambiamento di grandi proporzioni: da una parte l’emancipazione dalla schiavitù, ma dall’altra, ancora più fondamentale, lo slegarsi dal colonialismo. Questo evento destabilizzò e scosse gli animi europei a tal punto da stimolare la creazione di un discorso gotico, volto a silenziare e a demonizzare l’intera rivoluzione. Le descrizioni caricaturali degli schiavi neri, ma anche dei protagonisti della rivoluzione come Dessalines e Christophe, ebbero ripercussioni sulla percezione della vicenda fino al secolo scorso, come si può notare nel film del 1933 Emperor Jones, in cui ogni tentativo di creare una black majesty viene ridicolizzato. Addirittura, in un testo del 1931, Salt is not for Slaves, di G.W. Hutter l’emancipazione nera viene vista come una patologia, un’epidemia. Gli schiavi neri vengono dipinti dall’autore come degli zombie, veicolo di diffusione del male ad Haiti (Hoermann, 2016). La narrativa gotica, o Haitian Gothic, fu una delle più importanti armi retoriche per attuare una propaganda contro Haiti e il suo nuovo establishment, percepito come una trasgressione all’ordine costituito. Questo evento, che travalicava i limiti di ciò che era considerato consuetudine, e le paure che andò a smuovere nell’inconscio europeo e globale, influenzarono non solo la letteratura, ma anche la cultura popolare, i pamphlets ed i media novecenteschi. Arma di propaganda pro-slavery, questo stile narrativo fu sicuramente d’ispirazione anche per gli studi di eugenetica e per le teorie razziali, nelle quali questo immaginario divenne emblematico per comprendere quanto fosse impossibile e contro natura la costruzione di uno stato nero, imperniato sulla popolazione africana, incapace di controllare le proprie pulsioni e di conseguenza incapace di autogovernarsi.

Beatrice Cattaneo – Scacchiere Storico

Beatrice Cattaneo si è laureata in Scienze Storiche con una tesi in storia moderna. I suoi interessi variano dalla Rivoluzione francese a quella americana, fino al periodo napoleonico. È anche una grande appassionata delle storie dei viaggi di esplorazione e di storia culturale, ma anche delle grandi guerre. Più di tutto però ama i libri e i gatti.

Bibliografia 

DAUT. M. L., Unsilencing the past; Boisrond- Tonnerre, Vastey, and the rewriting of the Haitian Revolution, in South Atlantic Review, 2008; GAFFIELD J., Complexities of Imagining Haiti: A Study of National Constitutions, 1801-1807, in  Journal of Social History, vol. 41, no. 1, pp. 81–103; HOERMANN R., Figures of Terror: The Zombie and the Haitian Revolution, in Atlantic Studies, 2016; HOERMANN R., “A very Hell of Horrors”? The Haitian Revolution and the Early Transatlantic Haitian Gothic, in Slavery and Abolition – A Journal of Slave and Post-Slave Studies, 37:1,183-205, 2016; POPKIN J. D., A coincise history of the Haitian Revolution, Oxford, Viewpoints, Wiley Blackwell, 2012; SANSAY L., Secret History; or, the Horrors of St. Domingo and Laura, ed. Michael J. Drexler, 2007; STEDMAN J. G., Narrative of a Five Years Expedition against the Revolted Negroes of Surinam: Transcribed for the First Time from the Original 1790 Manuscript, Edited by Richard Price and Sally Price, Maryland Johns Hopkins University Press, 1988; Digithèque de matériaux juridiques et politiques, Constitution du 20 mai 1805, Article 2 et 3.

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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