QUALIS ARTIFEX. NERONE E IL MONDO DELLO SPETTACOLO

di Rebecca Goldaniga

1. Nerone pacifista

Nerone, com’è noto, fu un uomo di cultura e dai molteplici interessi artistici, che si dilettò nella poesia, nel canto, nella recitazione e nella danza. Ma soprattutto egli volle calcare le scene in veste di citaredo e di auriga, scelte per nulla scontate, che meritano di essere qui sottoposte a un’attenta riflessione. Egli salì al trono nel 54 d.C. appena sedicenne. Negli anni della sua giovinezza, com’è noto, la sua attività di governo fu direttamente controllata dalla madre, Agrippina Minore e dai tutori: il prefetto al pretorio Afranio Burro e il filosofo di corte Seneca. Nerone organizzò per la prima volta dei ludi nel 57 d.C. Si trattò di spettacoli ancora pienamente in linea con la tradizione romana, incentrati sui combattimenti gladiatorii ma già privati dell’ebbrezza del sangue. Da Svetonio si apprende infatti che all’inizio del suo principato il giovane imperatore proibì che i duelli fra gladiatori fossero portati alle estreme conseguenze, riducendoli a banali incontri di scherma (Svet., Vitae Caesarum, Nero, 12): già una decisione dal carattere rivoluzionario. Secondo Massimo Fini tale provvedimento scaturì dalla repulsione di Nerone nei confronti del bellicismo, dello spreco di vite umane e soprattutto di quella mascolinità opprimente ed ostentata propria del costume romano. Non a caso egli dedica un intero capitolo della sua monografia alla linea politica pacifista adottata dal principato neroniano (Fini, 1993).

2. Gli Iuvenalia

Ad ogni modo, l’imperatore si espose per la prima volta al pubblico (in qualità di citaredo) solo nel 59 d.C, in seguito alla morte della madre e in occasione degli Iuvenalia. In tal caso il principe conferì un carattere pubblico a un rituale privato: quello del primo taglio della barba, che segnava l’accesso di un giovane maschio romano alla maggiore età. Ciò gli permise di crearsi una sorta di “alibi”. Quella del 59 non fu propriamente un’esibizione pubblica, poiché Nerone si limitò a cantare per i suoi ospiti, come spesso avveniva tra le mura della domus imperiale. Inoltre, i giochi si svolsero presso il circo di Caligola, al di là del Tevere (nella zona degli attuali giardini Vaticani) e mantennero l’impianto tradizionale. Nonostante ciò, vennero intramezzati da numerose pièce teatrali e da esibizioni da parte di personaggi di rango di entrambi i sessi. Questo bastò a far sì che Tacito ne parlasse come di spettacoli avvenuti in un clima di orgia collettiva, scagliandosi duramente contro i nobili Romani che vi presero parte (Tac., Annales, XIV, 15). Risulta interessante il fatto che in occasione degli Iuvenalia, Nerone abbia istituito un gruppo di giovani aristocratici, gli Augustani, atto ad assistere alle sue esibizioni pubbliche, ma anche a tributare e suscitare plausi nei suoi confronti. Malitz specifica che la pratica di retribuire dei gruppi di spettatori poiché applaudissero, era già in uso nel mondo ellenistico, in modo particolare nei teatri di Alessandria (Malitz, 2003). Nerone si sarebbe dunque limitato a sostituire il denaro con favori e avanzamenti di carriera. Tuttavia, dato il controllo che i capi delle scuderie esercitavano sul mondo del circo, è molto probabile che il principe, lungi dal voler alimentare semplicemente il proprio egocentrismo, desiderasse crearsi una fazione personale, al fine di orientare le manifestazioni di consenso all’ippodromo e di contenere i focolai di rivolta ivi presenti. Si noti, a tal proposito, che già nei primi anni di regno, Nerone adottò provvedimenti piuttosto severi nei confronti di aurighi e pantomimi. Ai primi vietò di lanciarsi con il cocchio per le strade della capitale, diffondendo il panico e il terrore; i secondi li espulse addirittura dall’Italia (assieme alle rispettive tifoserie), in quanto fomentatori di disordini. Permise loro di tornare ad esercitare la professione solo nel 60 d.C., ma continuò ad escluderli dalle manifestazioni a carattere sacro (Fini, 1993). In questa data infatti l’imperatore istituì delle feste in stile greco che presero il nome di Neronia (60 d.C.).

3. I Neronia

Secondo l’uso greco, i Neronia avrebbero dovuto avere una cadenza quinquennale e avrebbero previsto agoni quali gare di recitazione, poesia, danza, musica e canto, corse di carri e competizioni atletiche prive di spargimenti di sangue, in cui i partecipanti avrebbero gareggiato nudi, depilati e oliati (Polverini, 2002). In tal caso, Nerone (conscio dello scalpore che tali giochi avrebbero suscitato a Roma) non si esibì personalmente, ma si limitò al tentativo di legittimare i Neronia, richiamandosi al lontano modello dei ludi offerti da Augusto, dopo la battaglia di Azio (che tuttavia si tennero unicamente in Grecia). In vista di tali spettacoli fece erigere un nuovo teatro e una grande palestra in Campo Marzio e si curò di fare in modo che tutto avvenisse senza scandali o disordini estromettendo per l’appunto i pantomimi (Fini, 1993). Ad ogni modo, per il suo esordio pubblico, Nerone pazientò ancora quattro anni, scegliendo di non calcare le scene a Roma, ma a Napoli, una città fortemente ellenizzata, che lo avrebbe sicuramente accolto con maggior favore. A Napoli, sebbene il pubblico fosse meno vasto, egli ottenne un enorme successo. Il 64 d.C., del resto, avrebbe dovuto essere un anno di svolta per il progetto propagandistico neroniano, poiché previde una prima replica dei Neronia e l’inizio di un tour in Grecia, il quale avrebbe portato il talento dell’imperatore in tutte le maggiori città dell’Ellade. Due eventi dall’importanza fondamentale. Nel primo caso infatti, i Neronia si sarebbero dovuti tenere a Roma, durante il periodo estivo. Tuttavia, lo scoppio del grande incendio impose che le feste fossero rimandate all’anno seguente. Nel 65 d.C. però, per evitare che Nerone debuttasse in scena, i senatori più tradizionalisti, gli offrirono preventivamente la vittoria in una gara di canto, suscitandone il dissenso (Tac., Annales, XVI, 4). Secondo Svetonio, Nerone, che era perfettamente consapevole dei rischi che stava correndo, fece per andarsene dal teatro ma la plebe lo richiamò a gran voce chiedendogli di cantare (Svet., Vitae Caesarum, Nero, 26). Inizialmente, egli rispose che avrebbe accontentato i suoi sudditi più tardi presso i suoi giardini, ma davanti alla loro insistenza cedette. Sarebbe stata determinante, in tal caso, una petizione con cui i pretoriani si associarono ai desideri del popolo, la quale portò Nerone a inserire il proprio nome nella lista degli artisti in gara e a partecipare comunque ai giochi in veste di citaredo. Tuttavia, anche questa volta, egli parrebbe aver adottato degli accorgimenti per non dare l’impressione di voler sfidare i mores in modo troppo superbo. Calcò le scene accompagnato da due prefetti al pretorio e la sua performance artistica fu annunciata dal consolare Curzio Rufo, uomo molto stimato dai benpensanti, la cui integrità non fu mai messa in dubbio nemmeno in seguito alla morte dell’imperatore (Malitz, 2003). Con il suo sostegno, Nerone cantò la Niobe ma non volle che in quell’occasione fossero distribuiti dei premi, rimandando lo svolgimento effettivo dei Neronia all’anno seguente.

4. Il grand tour e il taglio dell’istmo

Per quanto riguarda invece il tour in Grecia, è necessario chiarire che non si trattò di una decisione improvvisa e presa tout court. Il viaggio dell’imperatore sarebbe infatti dovuto durare due anni e la corte imperiale aveva già avviato un vasto programma edilizio in Oriente, incentrato su Olimpia, Corinto e Alessandria, in modo da predisporne le tappe. I liberti Elio e Policlito, assieme a un tale Nimfidio Sabino erano da tempo stati incaricati di gestire gli affari politici in assenza del sovrano (Malitz, 2003). Tigellino, la guardia pretoriana, gli Augustani e i maggiori dignitari di corte, alla fine dell’estate del 66 d.C., erano tutti pronti a partire e a spalleggiare Nerone nel suo itinerario cerimoniale. L’imperatore provvide anzitutto a comunicare alle maggiori città dell’Ellade la propria volontà di prendere parte a tutti gli agoni con cadenza quadriennale. Per questa ragione, l’Acaia modificò il calendario delle festività religiose, in modo da far cadere Olimpiadi, giochi Pitici, Istmici e Nemei nello stesso anno. Nerone infatti, intendeva tornare in patria con il titolo ellenico di periodonikès, ovvero vincitore di tutte e quattro le celebri gare. Prima tappa del viaggio fu Corfù, seguita da Azio, dove Nerone si fermò per venerare la statua di Apollo cara ad Augusto e per onorare quest’ultimo. Seguirono Olimpia, Corinto e Delfi, con lo svolgimento dei numerosi giochi. Anche la struttura tradizionale delle gare venne ampiamente modificata, in modo da permettere all’imperatore di cimentarsi nelle discipline più svariate. A Corinto, per esempio, egli si esibì come attore, mentre a Olimpia comparve in veste di citaredo e auriga (guidando un cocchio trainato da dieci cavalli e riportando una brutta caduta). Curiosamente non si recò ad Atene e a Sparta, privilegiando in particolar modo Corinto. Malitz sostiene che tale predilezione potrebbe essere stata legata alla volontà di celebrare una Grecia “romana”, intesa come parte integrante dell’impero, contrapposta a una Grecia classica. Fini, al contrario, pensa a Corinto come all’emblema della Grecia ellenistica, una città impregnata di cultura orientale, fortemente disprezzata dai Romani più conservatori, i quali continuavano ad ammirare le due celebri poleis. Inoltre, ipotizza che Nerone possa non aver amato Sparta a causa del suo spirito militarista. L’imperatore, ad ogni modo, rimase a Corinto fino all’Aprile del 67 d.C., dopodiché si spostò a Delfi. Frattanto, diede il via ad un ambizioso progetto ingegneristico: il taglio dell’istmo. L’idea era già stata accarezzata dal tiranno della città, Periandro, settecento anni prima, da Cesare e da Caligola, ma non era mai stata messa in pratica. Implicava “il taglio” di una lingua di terra lunga circa sei chilometri, in modo da creare un tratto navigabile che avrebbe permesso alle navi di evitare la circumnavigazione del Peloponneso e il doppiaggio dell’insidioso capo Matapan. Un modo per ridurre considerevolmente la distanza fra Oriente e Occidente e favorire i traffici commerciali. Nonostante ciò molti vi si opposero. Certuni per motivi religiosi (aprire un passaggio là dove vi era un istmo avrebbe potuto voler dire sfidare gli dei), altri per motivi ingegneristici (si temeva che il livello delle acque, diverso ai due capi dell’istmo di Corinto, avrebbe potuto sommergere parte della terraferma). Nerone allora convocò a Corinto ingegneri e geologi egiziani e una volta messo a punto il progetto si fece inviare da Vespasiano (che stava reprimendo la rivolta giudaica) seimila prigionieri, ai quali aggiunse mille condannati ai lavori forzati di diversa provenienza. I lavori si sarebbero interrotti alla sua morte, ma sarebbero stati ripresi, nel medesimo punto, diciotto secoli dopo, nel 1881, sulla base dello stesso tracciato. Il 28 novembre del 67 d.C. il sovrano invitò a Corinto tutte le città della Grecia e lì inscenò una liberazione dell’Acaia dalla giurisdizione romana, ricordando il caso di Tito Quinzio Flaminino ai giochi Istmici, a seguito della guerra macedonica. Quello della libertà della Grecia non era altro che un artificio retorico, un mezzo propagandistico che da secoli i Romani utilizzavano astutamente per ottenere un consenso politico da parte dell’area più acculturata dell’ecumene. Nerone invero concesse ai Greci l’immunità fiscale, conscio del fatto che le entrate provenienti dall’Acaia non avevano un grande peso sul bilancio complessivo dello Stato (inoltre, fra i 1808 premi che conquistò, ve ne furono parecchi in denaro, i quali andarono probabilmente a rimpinguare le casse dell’amministrazione imperiale) (Warmington, 1973).

Carta settecentesca dell’istmo di Corinto (fonte: Wikimedia)

È da voi inatteso il dono che ora vi faccio, abitanti della Grecia, benché, forse, nulla si possa ritenere inatteso da una munificenza pari alla mia, un dono tanto grande che mai potreste sperare di chiedermelo. Magari avessi potuto compiere questo gesto quando l’Ellade era al culmine del suo splendore, in modo che un maggior numero di uomini avesse potuto godere della mia grazia. Tuttavia, non per pietà, ma per benevolenza, vi offro ora questo beneficio e ringrazio i vostri dei, la cui vigile provvidenza ho sperimentato sulla terra e sul mare e mi ha concesso l’opportunità di un dono tanto grande. Gli altri imperatori hanno liberato delle città, Nerone una provincia”.

Così si espresse l’imperatore nel momento in cui inaugurò l’inizio dei lavori e diede
simbolicamente il primo colpo di vanga per il taglio dell’istmo (Smallwood, 1967). Un atto politico che fra i Greci gli conferì un’enorme popolarità. Furono coniate monete in cui comparve nelle vesti di Giove, gli Apolloniani lo ribattezzarono “patrono di tutta la Grecia” e ad Alessandria d’Egitto egli venne paragonato ad Apollo (Fini, 1993). Ciononostante, il tour si arrestò prima del previsto, nel momento in cui Nerone ricevette gli ultimi rapporti del liberto Elio. A Roma l’aristocrazia approfittava dell’assenza dell’imperatore per ampliare il proprio raggio d’azione. La plebe si accendeva in virtù delle irregolarità nei rifornimenti annonari, i soldati di stanza in Britannia e in Giudea ancora dovevano ricevere il soldo. Già contemporaneamente alla realizzazione del taglio dell’istmo, Nerone aveva infatti dovuto sventare una nuova congiura: quella ordita da Vinciano, genero di Corbulone, comandante delle legioni d’Oriente. Vinciano era stato invitato a Corinto con molte lusinghe, ma una volta approdato in Grecia aveva compreso di essere caduto in una trappola ordita da Nerone stesso. Dunque, si era tolto la vita prima di essere giustiziato.

5. Il ritorno a Roma

Il ritorno dell’imperatore a Roma tuttavia fu disposto solo quando, nel gennaio del 68 d.C., Elio si recò di persona in Grecia per comunicare alla corte la gravità della situazione. Nerone salpò in pieno inverno, nonostante le perigliose condizioni atmosferiche, mise alla frusta i marinai e attraversò l’Adriatico in una settimana. Fece tappa a Brindisi, si fermò ancora una volta a Napoli e proseguì verso Anzio e Alba Longa. Il rientro a Roma assunse il carattere di una vera e propria cerimonia trionfale. Nerone avanzò su un carro trainato da cavalli bianchi, appartenuto ad Augusto, con l’armatura consueta del generale vittorioso ma affiancato da un famoso citaredo (Diodoro). Si presentò come un trionfatore del regno delle Muse, facendo trasportare dal corteo alcune tavole con i nomi degli artisti sconfitti in gara (in opposizione alle tavole con i nomi dei popoli sottomessi a Roma). Fece sfilare i premi vinti in Grecia e non pose davanti al cocchio i senatori e i cavalieri, bensì gli Augustani e i membri dell’entourage che lo aveva seguito e assistito durante il viaggio. Infine, non depositò le corone di alloro al tempio di Giove Ottimo Massimo, ma al santuario di Apollo sul Palatino, presso la domus di Augusto.

Nerone a Baia, Jan Styka, 1900 (fonte: Wikimedia)

6. La funzione dei ludi neroniani

Alla luce di tutti questi dati, appare dunque evidente come nella linea politica adottata da Nerone spettacoli e atti diplomatici conversero, al punto tale che alcuni storici parlano ragionevolmente di politica-spettacolo. La domanda da porsi riguarda quindi gli scopi principali di tale disegno. Massimo Fini, a proposito dei ludi organizzati da Nerone, parla di una mera rivoluzione culturale attraverso la quale l’imperatore “cercò di dirozzare e migliorare la mentalità della società romana, indirizzandola verso i costumi e gli stili di vita di quella ellenistica, molto più civilizzata e colta” (Fini, 1993). Consacrazione di tale atto rivoluzionario sarebbe stato il tour in Grecia, segno che l’imperatore era deciso a modificare il costume romano in maniera radicale, in senso filoellenistico. La stessa durata del viaggio avrebbe pertanto sottolineato la parità fra le province orientali e occidentali e il ruolo universale dell’imperatore, “sovrano dei quiriti e degli stranieri”. Jurgen Malitz, al contrario, considera la permanenza in Acaia un tentativo di rafforzare la posizione di Roma nell’ambito della politica estera e di esercitare un maggior controllo sui paesi orientali. A proposito del mutamento culturale, dichiara che difficilmente quest’ultimo “poteva essere raggiunto nei modi egocentrici scelti dall’imperatore”. Di conseguenza, egli pensa agli spettacoli neroniani in senso prettamente politico, finalizzandoli soprattutto alla repressione (Malitz, 2003). Fini ritrae Nerone come un imperatore-artista, filopopolare e visionario; Malitz lo racconta dieci anni dopo come un moderno dittatore, deciso ad esercitare una forte egemonia su tutti i canali comunicativi dell’epoca. Per il primo la politica propagandistica di Nerone ebbe unicamente un carattere culturale, per il secondo mantenne una natura coercitiva. Vien da chiedersi se tali aspetti potessero coesistere. Del resto, nel mondo romano, politica, cultura e religione furono sempre tre istanze interconnesse, fra le quali la prima determinava le restanti. L’ipotesi secondo cui Nerone avrebbe voluto avviare una riforma dei costumi appare piuttosto plausibile, anche se atti quali l’istituzione del corpo degli Augustani e dei Neronia inducono a pensare all’adozione di una strategia per il controllo del circo. Come già accennato, gli Augustani potrebbero essersi posti come una vera e propria factio di regime che avrebbe avuto il delicato compito di orientare i consensi all’interno dell’ippodromo in concorrenza con le factiones tradizionali. Sullo stesso piano si sarebbero posti i provvedimenti contro tutte quelle categorie di “tifosi” e teatranti considerate sobillatrici di sedizioni e finanche le misure contro gli editores che promuovevano rivolte nelle colonie. Per ciò che concerne i Neronia invece, essi assunsero il ruolo di nuovi ludi da inserire nel calendario romano, esattamente come accadde per le feste patrocinate da Giulio Cesare. Tuttavia, mentre quest’ultimo si limitò ad aggiungere la propria immagine al corteo della pompa, Nerone si spinse oltre: prese personalmente parte ai giochi per la prima volta, fu il primo imperatore romano a sfidare le consuetudini di casta legate al mondo degli spettacoli. La prima, quella che impediva ai Romani benestanti di dilettarsi nelle artes ludicrae, la seconda quella che identificava i ludi circenses come campo d’azione dei magistrati e i munera gladiatoria come prerogativa del sovrano. Attraverso una partecipazione diretta, Nerone avrebbe dunque cercato di invadere il terreno del circo, ancora appartenente all’evergetismo di edili e pretori e ai capi delle scuderie. Di conseguenza, riforma culturale e propositi repressivi molto probabilmente coincisero. Ad ogni modo, in accordo con l’idea di Rinaldi, l’imperatore mantenne un atteggiamento ossequioso nei confronti del ceto senatorio solo per i primi cinque anni di principato (Rinaldi, 2013). A partire dal 59 d.C. la propaganda neroniana avrebbe deviato verso modelli politici di stampo marcatamente ellenistico (gli stessi già prediletti da Caligola), i quali tuttavia non sarebbero stati adottati in maniera improvvisa. Anzitutto, Nerone sarebbe stato influenzato dalle dottrine del maestro Cheremone di Alessandria, sacerdote e direttore dell’omonima biblioteca, che si impegnava a conciliare il pensiero dei sacerdoti egizi con gli assunti della filosofia stoica. Quest’ultimo, secondo Rinaldi, avrebbe trasmesso al giovane principe una concezione teocratica, di matrice egiziana, del potere. La medesima con cui venne a contatto Marco Antonio, da cui lo stesso Nerone discendeva. Attraverso la partecipazione agli agoni greci, Nerone avrebbe quindi ricercato una giustificazione alla propria deriva autocratica. I ludi avrebbero permesso all’identificazione con la divinità, di non coincidere con un atto di hybris, bensì con un dono delle Muse. Di conseguenza, l’arte, allo stesso modo della guerra, avrebbe conferito per la prima volta valore all’individuo anche nel mondo romano. Nerone avrebbe fatto così convergere una riforma assiologica con una riforma politica, in cui, come afferma Rinaldi, “la priorità non sarebbe stata certo la componente religiosa. Essa consisteva invece nel proclamare l’arte quale manifestazione del genio, quale valore fondante e qualificante, quale carisma e tessuto connettivo che assimila l’artista alla sfera del divino”. Del resto, Nerone venne associato a diverse divinità, specie nelle province orientali: Giove Liberatore, Giove Custode Ottimo Massimo, persino Marte Ultore, Ercole e Asclepio (dio guaritore) (Svet., Nero, LIII, 2; Dio. Cass., LXIII, 9, 4; LXIII, 20, 5). Tuttavia un ruolo di primo piano fu certamente rivestito dalla figura di Apollo. Quest’ultimo godeva di due particolari caratteristiche: era stato il dio caro ad Augusto (legato all’istituzione del principato) ed era il dio ispiratore delle arti, spesso rappresentato in veste di citaredo, musagete e auriga. Esibendosi in questi ruoli, Nerone si proponeva dunque come un Alter Apollo. Da Tacito si apprende infatti che una portentosa statua del dio, con le fattezze del principe, giganteggiava presso la Domus Aurea (Tac., Ann., XV, 42). Inoltre, a partire dal 64 d.C., Nerone iniziò ad essere rappresentato sulle monete dell’epoca con la corona di raggi, privilegio riservato solo all’imperatore deificato e all’artifex, ovvero a colui che veniva sollevato dalla sua arte verso la dimensione del divino.

Rebecca Goldaniga – Scacchiere Storico

Rebecca Goldaniga è una studiosa dell’antichità romana. Si occupa soprattutto delle dinamiche sociali e culturali riguardanti il mondo latino. Ha un debole per gli imperatori “eccentrici” e per i gladiatori. A Netflix preferisce i kolossal peplum.

Bibliografia

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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