BERNABÒ VISCONTI E LA PRESA DI REGGIO

di Federica Fornasiero

Se normalmente si sente parlare delle grandi città medievali, sovente si tralascia di considerare le realtà periferiche: questo è, ad esempio, il caso del Comune di Reggio nell’Emilia, controllata dai Visconti dal 1371 al 1404 (Grimaldi, 1921).

La città era allettante dal punto di vista commerciale e geopolitico; perciò, entrò nelle mire sia della Vipera – in vista di una lungimirante espansione padano-emiliana – sia degli Este, in quanto si trovava sulla Via Emilia e permetteva così il controllo dei passi appenninici, del sistema viario, nonché dei traffici verso la Garfagnana e la Lunigiana. Per i milanesi, inoltre, la conquista di Reggio avrebbe consentito di collegare Bologna – retta da Giovanni Visconti dal 1350 al 1355 e ancora isolata rispetto agli altri territori – ai propri domini e porre fine ai minacciosi grattacapo rappresentati dai concorrenti Firenze e Stato Pontificio, ma anche dalle famiglie Este e Gonzaga (Gamberini, 2003; Grimaldi, 1921). Infine, la presa di Reggio costituì per i Visconti una buona occasione per piegare le altre signorie e la nobiltà locale a un rapporto di subordinazione vassallatica, il tutto nell’ottica di costruire un vasto, ricco e accentrato stato visconteo (Gamberini, 2003; Grimaldi, 1921).

  1. Gli scontri preliminari al controllo di Reggio da parte di Bernabò Visconti
Bonino da Campione e collaboratori, Arca di Bernabò Visconti, dettaglio marmo con tracce di doratura e policromia, 1360-1385/1386 circa, Museo di Arte Antica, Castello Sforzesco, Milano (fonte: Creative Commons)

Dalla seconda metà del XIII secolo, Bernabò Visconti si diede gran pena tanto sul piano militare, quanto a livello politico-diplomatico per entrare in possesso del Comune di Reggio e del suo distretto. Egli investì infatti considerevoli somme di denaro per riuscire infine a strappare il reggiano dalle grinfie delle famiglie concorrenti – i Della Scala e i Gonzaga – dai potentati locali – che, come la Vipera, avevano molteplici interessi nel controllare il territorio emiliano-romagnolo – e dalle lunghe mani della Repubblica fiorentina e dello Stato Pontificio, il cui scopo era arginare l’avanzata milanese.

Il Comune di Reggio era allora soggetto ai Gonzaga (1335 – 1371) e dal 1358 fu controllato da Feltrino. I mantovani non seppero nel tempo assicurarsi né la fiducia della popolazione assoggettata, né di amministrare proficuamente il territorio dominato. Infatti, soprattutto sotto la reggenza di Feltrino, Reggio vide un peggioramento generale delle proprie condizioni, nonché la soppressione delle libertà cittadine da parte di quella lontana signoria mantovana, poco presente, poco illuminata e poco avvezza alla buona gestione della cosa pubblica. Non vanno poi dimenticati altri fattori che imbarbarirono il Comune e ne ostacolarono il progresso – portando anzi a un impoverimento della popolazione, allo spopolamento cittadino e a un calo demografico importante, oltre a uno stallo economico-commerciale non indifferente – quali la costante e opprimente presenza della peste e della guerra che coinvolgeva le signorie confinanti, nonché una sorta di permanente anarchia feudale (Gamberini, 2003; Gamberini, 2009; Grimaldi, 1921; Lazzarini, 2007; Torelli, 1921).

I primi tentativi della Vipera per ottenere il possesso di Reggio presero le mosse dallo sforzo bellico e diplomatico per recuperare Bologna, persa dopo la morte di Giovanni (1354) e Matteo Visconti (1355), e in seguito alla rivolta dell’Oleggio (1355) (Grimaldi, 1921). Fu allora che Bernabò indirizzò le proprie mire espansionistiche sul Comune e iniziò a intessere le prime relazioni politico-diplomatiche con Guido e Ugolino Gonzaga per ottenere la cessione dei territori reggiani. Feltrino – corettore dei domini famigliari – e una parte della nobiltà guelfa, però, si opposero al progetto visconteo e agli accordi ai quali stavano giungendo le casate viscontea e gonzaghesca.

Nonostante l’opposizione di Feltrino, nel 1358 Bernabò spinse Guido e Ugolino Gonzaga a infeudarsi: per conservare il possesso sui propri territori, i mantovani accettarono di donare i propri possedimenti al Visconti, il quale glieli riaffidò investendoli di mero e misto imperio. In questo modo, i Gonzaga divennero di fatto alleati e vassalli della Vipera (Gamberini, 2003; Grimaldi, 1921). Feltrino di contro occupò Reggio allontanandosi dalla famiglia, divenendo tiranno sia del Comune di Reggio, sia del suo contado (Grimaldi, 1921; Torelli, 1921).

Nel frattempo, Bernabò era ancora impegnato tanto sul fronte diplomatico con i Gonzaga, quanto sul fronte militare contro l’Oleggio, usurpatore di Bologna; quest’ultimo tuttavia cedette infine la città allo Stato della Chiesa nel 1360 (Grimaldi, 1921). Inoltre, nel 1361 morì Aldobrandino d’Este, alleato di Bernabò, al quale successe Nicolò II, ostile alla politica viscontea, vicino alle posizioni guelfe e interessato al controllo del reggiano. Feltrino, che fino a questo momento pareva essere indeciso, ritenne a questo punto opportuno schierarsi con la fazione antiviscontea scatenando così la reazione di Bernabò, il quale organizzò celermente l’offesa su Reggio. Feltrino riuscì momentaneamente ad allontanare il nemico, complice anche il caos tra fazioni e i vari cambi di posizione, nonché la ribellione di Brescia contro i Visconti e il nuovo vigore assunto dalla lega antiviscontea grazie all’elezione al soglio pontificio di Urbano V, tutte questioni che impegnarono la Vipera su più fronti (Grimaldi, 1921). La disputa si concluse con la sconfitta di Milano, che, in seguito alla pace del 1364, costò al Visconti parte dei territori estensi, l’abbandono delle pretese su Bologna e il riconoscimento dell’autorità di Feltrino su Reggio (Grimaldi, 1921).

La situazione negli anni seguenti era ben lontana dall’essere definitivamente risolta; il contado reggiano era nel caos: parte dei feudatari sosteneva i Visconti, mentre altri appoggiarono gli Este, e nessuno ormai pareva voler sottostare ai Gonzaga, colpa anche della inettitudine di Feltrino, il quale riuscì a inimicarsi buona parte delle più importanti schiatte del reggiano. Così Bernabò – forte di questa situazione e della palese debolezza di Feltrino, ma soprattutto ancora deciso a perseguire la strada intrapresa nel 1358 – decise di estendere definitivamente il suo controllo in Emilia, ponendo sotto assedio Reggio nel 1370 e provocando così la reazione di Nicolò d’Este, accorso infine in aiuto del Comune sotto attacco. Bernabò fu costretto alla ritirata e nello stesso anno si firmò la pace, che in ogni caso non riuscì a porre fine alle mire espansionistiche delle due casate (Grimaldi, 1921).

  1. Come Reggio divenne viscontea
Reggio Emilia, Piazza Prampolini e Duomo (fonte: Google Immagini)

Dopo circa un ventennio di azioni belliche e diplomatiche, Bernabò finalmente riuscì ad assicurarsi il controllo dell’irrinunciabile Reggio e del suo distretto, inaugurando una nuova stagione per il malandato Comune. Vediamo dunque come la Vipera riuscì ad aggiudicarsi l’agognato bottino.

La pace del 1370 fu tutt’altro che duratura, poiché tanto i Visconti, quanto gli Este non erano assolutamente disposti a rinunciare al possesso di Reggio. La situazione nel Comune non era affatto delle più rosee; il malgoverno di Feltrino, la sua inettitudine amministrativa e il suo carattere violento alimentarono il malcontento sia in città, sia nel contado, spingendo quindi gli aderenti verso gli avversari, tanto che addirittura il suo segretario – Gabriello de Cavasacchi – passò alle fila nemiche. Non solo, parte della borghesia cittadina e dei funzionari dediti all’amministrazione pubblica decise di schierarsi con gli Este, insieme alle famiglie nobili del contado – Fogliano, Manfredi, Roberti, Roteglia; le schiere viscontee invece si aggiudicarono la nobiltà feudale – i Canossa, i Pichi della Mirandola e la famiglia Pio de Carpi. Gli Este e i Visconti preferirono continuare la loro azione diplomatica alle spalle di Feltrino per riuscire ad accaparrarsi Reggio, memori inoltre del fatto che il Comune era già stato in grado di respingere un primo assedio (Grimaldi, 1921).

Nicolò però escogitò un piano per eludere il controllo visconteo e per strappare di soppiatto la città di Reggio al Gonzaga: al tempo, la compagnia di Lucio di Lando era di passaggio sulle terre emiliane per poter raggiungere il marchese di Monferrato in lotta con Galeazzo Visconti. Il marchese d’Este decise quindi di assoldarla con la scusa di un assedio a Sassuolo, creando così un diversivo che avrebbe potuto distrarre Bernabò (Grimaldi, 1921; Torelli, 1921). Mentre i mercenari assediavano Sassuolo, Filippo de Roberti de Salvarani e Feltrino Bojardi entrarono in Reggio grazie all’aiuto del traditore Cavasacchi, che aprì loro le porte della città; successivamente, anche la cavalleria estense guidata da Bichino de Marano penetrò nelle mura. I contingenti estensi non trovarono la benché minima opposizione da parte della popolazione reggiana, che rimase completamente passiva, rifiutandosi di prestare soccorso all’oppressore Feltrino, che, di fronte all’indifferenza dei reggiani e al voltafaccia di chi gli fu fedele, non ebbe altra scelta che rifugiarsi nella cittadella insieme ai figli. Ovviamente, il passo successivo sarebbe stato assediare il rifugio dei Gonzaga, in palese inferiorità numerica e privo di vettovaglie.

Feltrino però non accettò la disfatta e si organizzò con il Visconti per la cessione della città (Grimaldi, 1921; Torelli, 1921). Bernabò, che tramite la sua rete informativa (Torelli, 1921) era già venuto a conoscenza delle mosse diplomatico-militari in corso, decise di inviare uomini e vettovaglie agli assediati e mandò il figlio Ambrogio in soccorso ai mantovani; Bichino di contro non seppe fermare le trattative in corso tra Feltrino e Bernabò, inoltre non poté nemmeno contare sull’aiuto dei cittadini di Reggio, che si ostinarono a rimanere neutrali, soprattutto dopo essere stati vessati anche dai ferraresi. Lando infine abbandonò l’assedio di Sassuolo per raggiungere Reggio, nella quale rimase dal 2 al 22 maggio, periodo durante il quale la sua compagnia saccheggiò, depredò, annientò la città e la sua popolazione con una ferocia e brutalità che passò letteralmente alla storia (Grimaldi, 1921; Torelli, 1921). Nel frattempo, invece, Ambrogio temporeggiava e Guido Gonzaga – figlio di Feltrino – raggiunse Bernabò a Parma, riuscendo a vendere Reggio e il suo distretto al Visconti il 17 maggio 1371 per l’ingente cifra di 50.000 fiorini (Grimaldi, 1921). Il giorno seguente la Vipera riuscì a stipulare un patto anche con il Lando, che vendette definitivamente la città ai Visconti per altri 50.000 ducati: finalmente, il 22 maggio Ambrogio entrò in Reggio, la città era ormai viscontea (Gamberini, 2003; Grimaldi, 1921; Torelli, 1921).

  1. Conclusione

Indubbiamente, Reggio beneficiò dal passaggio di signoria e la reggenza viscontea si dimostrò abile nell’amministrare il territorio duramente conquistato.

Infatti, non solo il Comune usciva distrutto dal contenzioso visconteo-estense, ma come già anticipato, la signoria dei Gonzaga non fu assolutamente illuminata: la città versava in condizioni pietose. Fu proprio qui che si vide l’abilità e la lungimiranza della Vipera, che apparve ai reggiani come una vera e propria boccata d’aria fresca (Gamberini, 2009; Grimaldi, 1921).

Tra le prime disposizioni prese dalla nuova reggenza vi furono provvedimenti volti a migliorare le condizioni della martoriata città, oltre alla nomina un podestà che potesse occuparsi di condurre la città verso la ripresa, e l’approvazione gli statuti cittadini (Grimaldi, 1921). Bernabò decise di mantenere gli statuti varati dai Gonzaga nel 1335, limitandosi a sostituire il primo libro – relativo ai privilegi gonzagheschi – con lettere di promulgazione e la concessione della città del 1371 (Grimaldi, 1921; Lazzarini, 2007; Repertorio, 1998).

Parigi sarà ben valsa una messa, ma per Reggio…beh per Reggio si sono fatte pazzie!

Federica Fornasiero – Scacchiere Storico

Federica Fornasiero è medievista e laureata in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano. Nella sua tesi si è occupata di sindacato podestarile nel Trecento e dello studio delle fonti ad esso relative nel Comune di Reggio Emilia. I suoi interessi principali sono la storia sociale, economica e di genere, ma non disdegna anche la storia delle chiese e delle eresie medievali.

Bibliografia

Gamberini A., La Città Assediata: poteri e identità politica a Reggio in Età Viscontea, Viella, Roma 2003; Gamberini A., Oltre la città. Assetti territoriali e culture aristocratiche nella Lombardia del tardo Medioevo, Viella, Roma 2009; Grimaldi N., La Signoria di Barnabò Visconti e di Regina della Scala in Reggio, 1371-1385: contributo alla storia delle Signorie, Cooperativa lavoranti tipografi, Reggio Emilia 1921; Lazzarini I., Reggio 1335: la città, la signoria, gli statuti, in Medioevo Reggiano. Studi in ricordo di O. Rombaldi, a cura di Gamberini A. e Badini G., Franco Angeli, Milano 2007; Repertorio degli Statuti comunali emiliani e romagnoli (secc. XII – XVI), a cura di Vasina A., Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Subsidia 6, Vol. 2, ISIME, Roma 1998; Torelli P., La presa di Reggio e la cessione ai Visconti nei carteggi mantovani (aprile – maggio 1371), in Studi di Storia, di letteratura e d’arte in onore di Naborre Campanini, Cooperativa fra Lavoranti Tipografi, Reggio Emilia, 1921.

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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