LA LUPA, SIMBOLO DEI ROMANI

di Michele Gatto

1. Origini e sviluppo di un mito

Quando pensiamo a Roma antica ci vengono subito in mente alcuni simboli, ancora oggi nell’immaginario della città eterna, tra i quali l’aquila di Giove o la sigla S.P.Q.R., ma probabilmente il più famoso resta la lupa, con o senza i gemelli.

La figura della lupa è legata indissolubilmente al mito della fondazione di Roma. Praticamente tutti conosciamo la storia tramandataci dalla tradizione letteraria: dopo l’usurpazione del trono di Alba Longa da parte di Amulio ai danni del fratello maggiore Numitore, la figlia di quest’ultimo, Rea Silvia, diventando vestale fu costretta alla verginità; il dio Marte infranse il divieto mettendo incinta la sacerdotessa, che partorì così due gemelli, i quali vennero fatti abbandonare da Amulio nelle acque del Tevere, all’interno di una cesta; infine, i neonati approdarono miracolosamente su una riva del fiume sotto un fico e furono allattati da una lupa, finché il pastore Faustolo li trovò e allevò insieme alla moglie Acca Larenzia (Tito Livio, I, 3, 10; Plutarco, Romolo, 3 e 4, 1-2; Dionisio di Alicarnasso, I, 78 e 79, 1-9). Sull’origine e l’antichità di questo mito si è creato un dibattito fra gli studiosi, che lo hanno collocato cronologicamente in un arco di tempo tra l’VIII ed il IV secolo a.C., anche se ad esempio l’archeologo Andrea Carandini ne ha sostenuto una strutturazione graduale, in cui elementi risalenti alla prima età del ferro sarebbero stati riadattati agli inizi dell’età monarchica, per poi assorbirne nel corso del tempo dei nuovi, fino alla sistemazione definitiva avvenuta all’epoca di Augusto (Calvetti, 2002).

Romolo e Remo, P.P. Rubens, 1615-1616 (fonte: Wikimedia)

In ogni caso, in questo mito caratterizzato da diversi personaggi alcuni dei quali dal significato simbolico, risalta indubbiamente la lupa, che dopo aver trovato i gemelli non solo li avrebbe allattati, ma leccandoli li ripulì dal fango, nutrendoli anche con l’aiuto di un picchio; quando successivamente Faustolo e altri pastori giunsero nei pressi del fico, la lupa si rifugiò in una grotta (Dionisio di Alicarnasso, I, 79, 6-8; Virgilio, Eneide, VIII, 630-634). Riguardo alla figura simbolica della lupa, sono possibili due interpretazioni: la prima ci viene fornita già da Plutarco (Romolo, 4, 3), secondo il quale la lupa in realtà potrebbe non essere altri che la stessa Acca Larenzia. I Romani infatti utilizzavano il termine lupae oltreché per indicare gli animali, anche per le prostitute (da qui il termine lupanare, cioè bordello); inoltre, da Dionisio di Alicarnasso (I, 79, 10) apprendiamo che proprio quel giorno Acca Larenzia avrebbe partorito un bambino già morto, quindi sarebbe stata nelle condizioni di allattare i due neonati, ai quali i genitori adottivi attribuirono i nomi Romolo e Remo. La seconda, identifica la lupa come una personificazione del dio Marte: sia il lupo sia il picchio erano infatti animali considerati sacri alla divinità, perciò non è casuale che entrambi fossero presenti sotto il fico a prendersi cura dei suoi figli. Questa storia ha inoltre molte somiglianze con quella riportata da Erodoto (I, 107-113) relativa al re persiano Ciro il Grande, destinato dal nonno Astiage all’abbandono in una foresta ed alla morte, mentre era ancora in fasce: ma il neonato fu allevato in segreto dal pastore Mitradate e dalla moglie Spakò, il cui nome in lingua persiana significa “cagna”, animale sacro per i Medi; anch’essa aveva appena partorito un figlio morto, quindi i due bambini furono scambiati, permettendo così a Ciro di sopravvivere e di fondare in seguito la dinastia Achemenide. Essendo il lupo considerato sacro e legato a storie simili anche nelle steppe eurasiatiche, è possibile che questo genere di racconto si sia diffuso gradualmente ai popoli di lingua indoeuropea, giungendo fino ai Latini (Ferro, Monteleone, 2010; Calvetti, 2002). L’identificazione del lupo con un dio era presente anche nel mondo greco: Pausania (X, 14, 7) racconta infatti un episodio legato al santuario di Delfi di cui il protagonista era proprio un lupo, il quale dopo aver trovato il tesoro rubato dedicato ad Apollo, avvertì e guidò la popolazione locale al suo recupero; venne perciò considerato la personificazione del dio stesso, dando vita al culto di Apollo Lykaios (lupo). Inoltre, non bisogna dimenticare il ruolo giocato dal lupo nel Ver Sacrum (Primavera Sacra), rituale celebrato ciclicamente dalle popolazioni osco-sabelliche del centro Italia: come dimostra la genesi degli Irpini insediatisi in Campania, essi presero il nome dall’animale totemico guida che loro chiamavano hirpus, cioè lupo (Galasso, 2005; Ferro, Monteleone, 2010). Il mito dei gemelli fondatori nutriti da animali selvatici e poi allevati da pastori, non fu quindi semplicemente il frutto di una successiva elaborazione letteraria, ipotizzata in passato, legata alla tradizione greca (dove questo genere di storie era frequente, ed uno degli esempi è il caso di Mileto (Antonino Liberale, Metamorfosi, 30). Piuttosto, era un tòpos già presente in Italia e nel Lazio, finito col mescolarsi ad elementi di origine greca: basta pensare alla vicenda di Ceculo, fondatore di Praeneste (Palestrina), ma soprattutto a quella di Silvio, secondo la tradizione figlio di Enea o di Ascanio, il cui nome deriverebbe proprio dalla sua nascita in una foresta (Tito Livio, I, 3, 7; Dionisio di Alicarnasso, I, 70; Cornell, 1975).

2. Il culto di un simbolo

La figura della lupa era legata a culti ancestrali, precedenti alla fondazione di Roma, poi evolutisi e adattati o integrati al mito di Romolo. Come abbiamo già visto, una volta arrivati Faustolo e i pastori, la lupa andò a rifugiarsi in una grotta: questo antro, sito ai piedi del Palatino e nei pressi del Germalo, il punto del ritrovamento dei gemelli, era chiamato Lupercale. In realtà, è probabile che il luogo fosse già connesso ad un culto, quello di Fauno, una divinità dei boschi e della fertilità successivamente chiamata Luperco (forse da lupo), identificata anche con il greco Pan Liceo, sebbene alcuni autori parlino ad esempio di una dea Luperca; altri ancora invece, affermano che Luperco fosse il nome con cui era conosciuto Evandro, il figlio di una profetessa. Quello che sappiamo con certezza, è l’esistenza di una festa dai rituali particolari, convergenti proprio verso la grotta: i Lupercalia (Ferro, Monteleone, 2010; Wiseman, 1995).

Innanzitutto, questa si svolgeva il 15 febbraio, due giorni dopo quella dedicata a Fauno, ed è possibile fosse di origine etrusca (Wiseman, 1995; Holleman, 1985). Protagonisti principali erano i Luperci, che potrebbero essere definiti dei “lupi-caproni” suddivisi nei due collegi dei Fabiani e dei Quinziali, composti da giovani provenienti dalle gentes dei Fabî e dei Quinzî, i quali dovevano svolgere il rituale nudi: dopo aver sacrificato delle capre e un cane all’interno del Lupercale insieme al flamen Dialis (il sacerdote addetto al culto di Giove), essi segnavano col coltello insanguinato la fronte di due giovani (ripulita con del latte), facendoli così entrare a far parte dei collegi; successivamente, le capre sacrificate venivano scuoiate e si svolgeva un banchetto, al termine del quale i Luperci compivano una corsa rituale colpendo con le pelli chiunque incontrassero, soprattutto le donne (Plutarco, Romolo, 21, 3-5; Calvetti, 2002; Gallo, 2005). Questi seguivano un percorso probabilmente circolare attorno al Palatino, ritornando al Lupercale dopo essere passati tra Circo Massimo, Via Sacra, Foro e Rostri, un itinerario allungato dallo spostamento del centro nevralgico della città proprio verso il Foro. In ogni caso, il significato dei Lupercalia sarebbe stato purificatorio: dall’età di Romolo, attraverso il rituale la città veniva depurata del contatto con i defunti avvenuto durante i Parentalia. Oltre poi ad essere un rito di passaggio per i giovani iniziati, la festa propiziava la fertilità, specialmente delle donne, che accettavano di buon grado di essere colpite dal flagellum dei Luperci (Parodo, 2017; Munzi, 1994). Secondo la tradizione letteraria, l’istituzione della festa sarebbe sempre dovuta a Romolo e Remo ed alle loro vicende precedenti la fondazione di Roma, mentre nelle sue fasi e nei suoi rituali, sebbene modificati nella celebrazione e nel significato, continuò a sopravvivere per lungo tempo all’Urbe stessa, seppur a Costantinopoli (Parodo, 2017; Ferro, Monteleone, 2010; Munzi, 1994).

Calco da un rilievo della Colonna Traiana, raffigurante dei signiferi con copricapo in pelli d’animale (fonte: Wikipedia)

Come già detto, il punto focale dei rituali era la grotta del Lupercale con la sua area sacra, monumentalizzata in età augustea, di cui faceva parte anche il ficus Ruminalis, sotto il quale i gemelli sarebbero stati allattati: siccome la linfa del fico ricorda il latte, la pianta venne associata alla dea Rumina, divinità dell’allattamento il cui nome deriva da ruma o rumis, cioè mammella; ad essa venivano offerti sacrifici con il latte, oppure di vino e animali lattanti (Varrone, De re rustica, II, 11, 5). Quando la tradizione del mito di Romolo e Remo si affermò, il luogo venne associato quasi esclusivamente ad essi, oscurando così la figura di Rumina; ad ogni modo, sappiamo della presenza di un secondo fico anche all’interno del comitium (Plinio, Storia Naturale, XV, 77; Tacito, Annali, XIII, 58; Munzi, 1994; Hadzsits, 1936). Infine, alla stessa Acca Larenzia, seconda o unica nutrice dei gemelli, il 23 dicembre era dedicata la festa dei Larentalia, durante la quale venivano offerte libagioni dal flamen Quirinalis sulla sua tomba, al Velabro (Plutarco, Romolo, 4, 3 e 5; Aulo Gellio, Notti Attiche, 7, 7; Varrone, De lingua latina, VI, 23-24; Ferro, Monteleone, 2010). In effetti, più che la lupa in sé, fu il suo ruolo di nutrice ad essere venerato, sebbene il lupo fosse già considerato un animale sacro nel Lazio arcaico, conservando nel tempo dei privilegi religiosi. Tuttavia, non esistevano tabù rispetto alla sua uccisione: ciò avveniva in caso di difesa del bestiame o di pericolo per la popolazione cittadina, ma si trattava di casi estremi; abbiamo infatti scarse testimonianze di cacciatori di lupi, animali probabilmente nemmeno impiegati nelle venationes (spettacoli di caccia negli anfiteatri) e nella medicina magico-rituale o nei sacrifici, come accadeva invece in Grecia. Inoltre, è possibile l’utilizzo della pelle di lupo nell’esercito romano solo per i comandanti dei velites, fino alla riforma militare di Mario nel 107 a.C., mentre in seguito, per quanto riguarda i signiferi (i portastendardo), se non possiamo escluderlo a priori, dalle fonti letterarie e archeologiche risulta quantomeno probabile che essi indossassero piuttosto pelli di orso o leone; Properzio (IV, 10, 20) riporta comunque che Romolo avrebbe utilizzato un elmo con pelle di lupo. Nella tarda antichità, l’editto dei prezzi di Diocleziano confermerebbe infine la scarsa richiesta sul mercato delle pelli di lupo (Editto di Diocleziano, VIII, 27-28; Rissanen, 2014b).

3. Le raffigurazioni della lupa

Quello della lupa è stato un tema spesso adottato in ambito iconografico, vista la sua importanza, del quale infatti ci sono giunti numerosi esempi. Se però dal punto di vista figurativo l’immagine della lupa non mostra significative variazioni, visto che è quasi sempre rappresentata di lato con la testa rivolta all’indietro, è invece ampia la gamma di oggetti sui cui è presente, dalle gemme ai vasi, fino ad arrivare ai mosaici, alle monete ed alle sculture; spesso in queste raffigurazioni sono presenti vari elementi del mito della fondazione di Roma, anche mescolati con altri miti, oppure, in alcuni casi molto celebri, la lupa è rappresentata da sola.

Specchio in bronzo del IV secolo a.C. ritrovato a Praeneste, raffigurante la lupa ed i gemelli, attorniati da figure divine (fonte: Wiseman, 1995)

Un esempio interessante è quello di uno specchio in bronzo ritrovato a Praeneste. La sua datazione risale alla fine del IV secolo a.C., nonostante in passato sia stato ipotizzato potesse trattarsi di un falso: su di esso, all’interno della decorazione, è raffigurata una scena elaborata che vede al centro la lupa mentre allatta i gemelli sotto il fico, ed ai lati due figure maschili associabili a dei pastori, di cui quello sulla sinistra indossa solamente degli stivali ed una pelle di capra attorno alle spalle, tenendo il tipico bastone pastorale, il lagobolon; questo suo aspetto è stato fatto coincidere con Pan Liceo o è anche stato visto come una possibile immagine dei Luperci. La rappresentazione è completata dalla presenza, in alto, di Mercurio, del picchio e di una figura femminile velata (forse Rea Silvia), ed, in basso, di un leone (Wiseman, 1995; Weigel, 1992).

Spesso, la lupa è stata raffigurata sulle monete, a Roma e nelle province. Vi comparve per la prima volta durante il III secolo a.C., sulle cosiddette monete romano-campane, coniate inizialmente da una zecca magnogreca, probabilmente quella di Neapolis (Napoli). Nella serie argentea risalente al 269/268 a.C., al rovescio, la lupa è raffigurata con la testa volta all’indietro e, sotto, i gemelli mentre vengono allattati; in basso, all’esergo, è apposta la legenda al genitivo ROMANO (“dei Romani”), come nella monetazione greca (RRC I, n. 20/1; Rissanen, 2014a; Savio, 2001). A seguito dell’introduzione del denario, nel corso del II secolo a.C. al tipo della lupa con i gemelli furono aggiunte le figure di Faustolo, del fico e del picchio insieme alla legenda ROMA, affiancati successivamente a Roma stessa, seduta su degli scudi mentre regge una lancia. Durante la guerra sociale (90-88 a.C.), gli alleati italici coniarono una moneta in argento fortemente simbolica, nel cui tipo di rovescio il toro italico carica la lupa romana. Il modello iconografico classico è stato riproposto durante tutta l’età imperiale, nonostante siano state introdotte anche alcune varianti: ad esempio, su degli aurei e denarî di Vespasiano, sotto i gemelli è raffigurata una piccola barca, simbolo della cesta che li trasportò sul Tevere; su un follis bronzeo di Massenzio, la lupa è collocata tra le gambe dei Dioscuri affiancati dai cavalli, i divini fratelli protettori della città, associati a Romolo e Remo (RRC I, n. 235/1 a-c; RRC I, n. 287/1; RIC II, n. 241 e 960; RIC VI, n. 16; Weigel, 1992).

La raffigurazione più famosa della lupa è però una scultura in bronzo, quella che conosciamo come Lupa Capitolina, esposta presso i Musei Capitolini a Roma. In questo caso, la lupa era stata rappresentata singolarmente: infatti, i due gemelli sotto di essa sono il frutto di un’aggiunta attuata alla fine del XV secolo da parte di Antonio del Pollaiolo. L’opera è stata oggetto di varie ipotesi di datazione ed attribuita quindi all’arte greca, etrusca o addirittura medievale, ma è molto probabile risalga alla metà del V secolo a.C. e che provenga dall’area etrusca, come confermerebbero i confronti con altre raffigurazioni del periodo. Dalle fonti sembrerebbe ci fossero almeno due sculture di questo genere a Roma: una presso il Lupercale, alla quale i fratelli Ogulni quando erano edili nel 296/295 a.C. avrebbero fatto aggiungere i due gemelli (Tito Livio, X, 23, 12; Dionisio di Alicarnasso, I, 79, 8); l’altra sul Campidoglio, colpita nel 65 a.C. circa da un fulmine e non riparata nonostante i danni, come riporta Cicerone (Contro Catilina, III, 19; De Divinatione, II, 47). Essendo la Lupa Capitolina originariamente priva dei gemelli e mostrando tracce sulle zampe posteriori di un trauma riconducibile forse ad un fulmine, è possibile identificarla con l’esemplare di cui parla l’oratore. La Lupa, alta 75 centimetri e ben conservata, è raffigurata di profilo, con la testa girata verso l’osservatore e le fauci semiaperte, dall’espressione feroce: le sopracciglia infatti sono ricche di pieghe, gli occhi sono fissi e le orecchie appuntite; il pelo del collo è caratterizzato da ciocche “a fiamma”, ed il corpo mostra una certa magrezza sottolineata dalle costole in evidenza, mentre dal ventre pendono le mammelle stilizzate; infine, le zampe sono tese, in posa di guardia (Castagnoli, 1961; Bianchi Bandinelli, Torelli, 2008). Sull’opera sono ancora visibili i segni delle tecniche di realizzazione scultorea e di fusione del bronzo, ed in generale questa esprime una certa essenzialità tipica delle opere arcaiche, nonostante la presenza di dettagli come quelli del pelo (Giuffredi, Mercuri, Parisi Presicce, Salerno, Paoloni, Orazi, 2013; Bianchi Bandinelli, Torelli, 2008).

Moneta “romano-campana” in argento, raffigurante al diritto la testa di Ercole e al rovescio la lupa che allatta i gemelli, con legenda ROMANO (fonte: britishmuseum.org)

La lupa era considerata un simbolo di Roma anche nelle province, dove la sua immagine era molto diffusa sia in ambito pubblico sia in ambito privato, in maniera da affermare la propria romanità, lealtà e vicinanza all’impero. Inoltre, era anche un simbolo di eternità, non solo politica e dello Stato romano, propagandisticamente sostenuta fin dall’età di Augusto, ma anche in ambito funerario: nelle province, adottarlo sulle stele funerarie aveva lo scopo di indicare il proprio status di vicinanza a Roma durante la vita, come soldato, cittadino o sacerdote; insomma, era un segno inequivocabile, che univa l’immortalità di Roma alla propria, un’immagine non a caso collegata anche ai Ludi Saeculares (Rissanen, 2014a; Milovanović, Mrđić, 2010; Weigel, 1992). Ancora oggi, la lupa riesce ad esprimere questo senso di eternità, tanto che la sua identificazione con la città di Roma risulta sempre attuale.

Michele Gatto – Scacchiere Storico

Michele Gatto è uno studioso dell’antichità greca e romana, in particolare della Grecia in età classica e di Roma in età imperiale. È specializzato in numismatica antica. I suoi interessi arrivano a comprendere inoltre la storia bizantina.

Bibliografia

Bianchi Bandinelli R., Torelli M. 2008, L’arte dell’antichità classica. Etruria-Roma, Novara; Calvetti A. 2002, La lupa e i gemelli, in “Lares” 68, pp. 225-243; Castagnoli F. 1961, s.v. Lupa Capitolina, in Enciclopedia dell’Arte Antica, Roma, pp. 731-732; Cornell T.J. 1975, Aeneas and the twins: the development of the roman foundation legend, in “Proceedings of the Cambridge Philological Society” 21, pp. 1-32; Ferro L., Monteleone M. 2010, Miti romani. Il racconto, Torino; Galasso G. 2005, Storia dell’Irpinia antica, Avellino; Gallo A. 2005, “Lupercalia”. Una inedita testimonianza in un bacile bronzeo pompeiano, in “Rivista di Studi Pompeiani” 16, pp. 65-91; Giuffredi A., Mercuri F., Orazi N., Paoloni S., Parisi Presicce C., Salerno C.S. 2013, La Lupa Capitolina: indagini termografiche per lo studio delle tecniche di formatura e delle finiture del bronzo dopo la fusione, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma” 114, pp. 9-24; Hadzsits G.D. 1936, The Vera Historia of the Palatine Ficus Ruminalis, in “Classical Philology” 31, pp. 305-319; Holleman A.W.J. 1985, Lupus, Lupercalia, lupa, in “Latomus” 44, pp. 609-614; Milovanović B., Mrđić N. 2010, The She-Wolf Motif with Romulus and Remus on a Tomb Stela of an Augustal from Viminacium, in “Bollettino di Archeologia on line del Ministero per i Beni e le Attività Culturali”, Volume speciale, pp. 90-94; Munzi M. 1994, Sulla topografia dei Lupercalia: il contributo di Costantinopoli, in “Studi Classici e Orientali. A cura dei Dipartimenti di Filologia Classica, Linguistica, Scienze Archeologiche e Scienze Storiche del Mondo Antico dell’Università degli Studi di Pisa” 54, pp. 347-364; Parodo C. 2017, La maledizione della sterilità. I Lupercalia come strumento di legittimazione sacrale della politica augustea di incremento demografico, in “OTIVM. Archeologia e Cultura del Mondo Antico” 3, pp. 1-20; RIC II = H. Mattingly, E.A. Sydenham, Vespasian to Hadrian, London 1926; RIC VI = C.H.V. Sutherland, R.A.G. Carson, From Diocletian’s reform (A.D. 294) to the death of Maximinus (A.D. 313), London 1967; Rissanen M. 2014a, The Lupa Romana in the roman provinces, in “Acta Archaeologica Academiae Scientiarum Ungaricae” 65, pp. 335-360; Rissanen M. 2014b, Was there a taboo on killing wolves in Rome?, in “Quaderni Urbinati di Cultura Classica” 107, pp. 125-147; RRC I = M.H. Crawford, Roman Republican Coinage, New York 1974; Savio A. 2001, Monete romane, Milano; Weigel R. 1992, s.v. Lupa Romana, in Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae VI/1, Zürich/München, pp. 292-296; Wiseman T.P. 1995, The God of the Lupercal, in “The Journal of Roman Studies” 85, pp. 1-22.

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Pubblicato da Scacchiere Storico

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