DALL’ESTREMO ORIENTE AI CAMPI DI FIANDRA

La Cina e i cinesi nella Prima guerra mondiale

di Davide Longo

1. Premessa

Noyelles-sur-mer è un piccolo paesino francese adagiato fra le colline nella regione della Somme, che per buona parte dell’anno significa soprattutto campi verdi, sentieri fangosi, mucche libere al pascolo e staccionate di legno dipinte di bianco. Nulla nel paesino suggerisce la possibilità che il tempo effettivamente scorra, e che siano passati cento anni dalla guerra che devastò queste terre e questi paesi che si trovarono subito alle spalle della linea del fronte per buona parte del conflitto. Le trincee sono sepolte sotto svariati metri di fango ricoperto da un soffice tappeto di erba fresca, e gli stivali chiodati, le raffiche di mitragliatrice e i colpi dell’artiglieria sono solamente un vago e annebbiato ricordo.

Eppure. Eppure Noyelles-sur-mer è anche la plateale dimostrazione che, contrariamente a ciò che spesso si crede, la Prima guerra mondiale non fu solamente una guerra di uomini bianchi. A pochi passi dal centro, nella frazione di Nolette – due strade e un agglomerato di poche decine di case basse che ne ricoprono l’incrocio – si apre davanti agli occhi del visitatore una distesa di quasi mille lapidi bianche, tutte appartenute a uomini che di francese avevano ben poco se non, forse, l’attitudine a fumare la pipa.

Ingresso del cimitero cinese di Nolette (fonte: Wikipedia)

Quello di Nolette, infatti, è uno dei numerosi cimiteri della Prima guerra mondiale riservato alle migliaia di cinesi che morirono durante o subito dopo il conflitto. A Nolette riposano 842 salme, di cui solo quattro non sono state identificate, tutte appartenenti a figli del Regno di Mezzo, inviati in terra di Francia a scavare trincee, a morire con le membra nel fango o – come accadde alla quasi totalità dei morti di Nolette – ad abbandonare la vita terrena tra gli spasmi e i dolori atroci dell’influenza spagnola. 

Cosa ci facevano dei cinesi a scavare trincee sulla Somme, accanto ai fanti inglesi e francesi che combattevano furiosamente per pochi metri di terreno? Proviamo a fare luce sul ruolo che ebbero gli abitanti del Regno di Mezzo nella Prima guerra mondiale sul teatro europeo, e di come questo conflitto influenzò la vita politica, economica e sociale di questo immenso paese asiatico. Il presente lavoro è debitore in particolare al libro di Xu Guoqi Strangers on the Western Front: Chinese Workers in the Great War pubblicato nel 2011 dalla Cambridge University Press (Xu, 2011). Si è scelta di seguito la traslitterazione in pinyin dei nomi cinesi, salvo nei casi in cui i termini hanno già largo utilizzo comune in altre traslitterazioni: in tal caso pinyin e caratteri cinesi semplificati vengono indicati tra parentesi quando il termine compare per la prima volta nel testo.

2. La neutralità cinese allo scoppio della guerra

La Cina arrivò allo scoppio della Prima guerra mondiale come un gigante prostrato, caduto in disgrazia sulle proprie ginocchia. Il bimillenario impero, che aveva attraversato guerre, colpi di Stato e rivoluzioni senza venire intaccato nella sua sostanza, era caduto già nel 1911 sotto i colpi della rivoluzione (Vogelsang, 2014). Il dottor Sun Yat-Sen (孙逸仙, Sūn Yìxiān), leader repubblicano di sentimenti democratici e fondatore del Kuomintang (中国国民党, Zhōngguó Guómíndǎng), il Partito nazionalista cinese, venne eletto come primo presidente provvisorio il 29 dicembre 1911, mentre l’impero Qïng (清朝) andava in pezzi e l’imperatore Pǔyí (溥仪), all’epoca soltanto un bambino, era costretto ad abdicare.

Il grande movimento rivoluzionario, iniziato con la rivolta nella città di Wuchang e passato alla storia con il nome di Rivoluzione Xīnhài (辛亥革命, Xīnhài Gémìng), era destinato a cambiare le sorti dell’Asia intera. Infatti la Cina, che arrivava da decenni di debolezza del potere centrale dimostrata anche dalla penetrazione occidentale e dalle ingerenze delle potenze europee negli affari interni del paese, andò letteralmente in pezzi: Tibet, Mongolia e altre regioni, che mal sopportavano il governo di Pechino (北京, Běijīng), si dichiararono indipendenti; vari signori della guerra presero de facto il controllo di altre parti dell’Impero; Sun Yat-Sen venne eletto, come scrivevamo, presidente a Nanchino (南京, Nánjīng), arrivando quindi di fatto a creare nel sud del paese un proprio governo rivoluzionario alternativo a quello dei Qïng, la cui autorità si limitava ormai alla sola città di Pechino.

In questo caos i Qïng tentarono di riaffermare la propria autorità invocando l’aiuto del più potente signore della guerra in circolazione (Roberts, 2002), il generale Yuán Shìkǎi (袁世凯). Yuán, originario dello Hénán (河南) e governatore dell’area del Beyang (grossomodo l’odierno Shāndōng 山东). Quest’ultimo era uno degli uomini più in vista negli ambienti della corte imperiale: militare di grande talento, aveva prima addestrato l’esercito coreano in funzione antigiapponese e poi, richiamato a Tientsin (天津, Tiānjīn), aveva guidato la repressione della rivolta dei Boxer, un movimento rivoluzionario all’inizio fomentato dalla stessa imperatrice Cíxǐ (慈禧) – bisnonna di Pǔyí e imperatrice fino al 1908, anno della sua morte – e poi sfuggito al controllo della sovrana. In effetti la corte doveva molto a Yuán Shìkǎi: era stato il generale, all’epoca in ottimi rapporti con le delegazioni occidentali, a fare pressioni affinché l’imperatrice Cíxǐ non venisse inserita in una lista di criminali di guerra proprio per aver istigato, come in effetti aveva fatto, la rivolta dei Boxer.

Insomma, agli occhi dei ministri mancesi del governo imperiale Yuán era l’unico che con la sua forte e moderna armata del Beyang avrebbe potuto proteggere il potere imperiale contro i rivoluzionari di Sun Yat-Sen. Per questo a Yuán venne conferita la carica di primo ministro imperiale. A questo punto Yuán Shìkǎi, con una mossa davvero spregiudicata, fece un patto con i rivoluzionari di Sun Yat-Sen: avrebbe organizzato la deposizione di Pǔyí, ultimo imperatore, in cambio della carica per sé di Presidente della Repubblica cinese. I rivoluzionari, messi alle corde dall’armata del Beyang, accettarono e Yuán costrinse l’imperatrice madre a proclamare ufficialmente la deposizione dell’imperatore bambino.

Yuán Shìkǎi (fonte: Reuters Press)

Yuán Shìkǎi venne nominato Presidente della Repubblica dal Senato repubblicano. Nel 1913 il Kuomintang ottenne una vittoria schiacciante alle elezioni e Song Jiaoren (宋教仁), deputato e braccio destro di Sun Yat-Sen, propose la costituzione di un gabinetto di governo politico. Questa mossa metteva in serio pericolo il potere di Yuán Shìkǎi, il quale fece assassinare Song Jiaoren e scatenò la repressione contro i militanti del partito nazionalista. Sun Yat-Sen fu costretto a fuggire in Giappone mentre i membri del Kuomintang venivano massacrati o costretti a giurare fedeltà a Yuán, che organizzò il governo come una vera e propria dittatura militare (Vogelsang, 2014).

3. I giapponesi a Qīngdǎo 

Nel 1914, dunque, la Cina era un paese frammentato e diviso: i rivoluzionari quasi tutti emigrati o uccisi, il governo militare di Yuán Shìkǎi al nord, con capitale Pechino, le province meridionali indipendenti o sotto il giogo di locali signori della guerra.  La debolezza della neonata repubblica cinese attirò le mire espansionistiche del vicino impero giapponese. 

L’occasione perfetta per il Giappone, schierato con l’Intesa contro Austria-Ungheria e Germania, si presentò subito dopo l’inizio del conflitto mondiale. I tedeschi occupavano infatti il territorio della città cinese di Qīngdǎo (青岛, conosciuta all’epoca anche come Tsingtao) nello Shāndōng fin dal lontano 1897. I tedeschi avevano usato la città come base per la loro flotta navale di stanza nel Pacifico e avevano impiantato alcune floride fabbriche, fra cui la nota birreria Tsingtao, in attività ancora oggi e i cui prodotti sono diffusi in tutto il mondo. Ai giapponesi la città faceva naturalmente gola, così come a Yuán Shìkǎi: quest’ultimo propose all’ambasciatore britannico John Jordan – di fatto rappresentante dell’Intesa in Oriente – di lasciare ai cinesi la riconquista di Qīngdǎo. Tuttavia i britannici, volendo coinvolgere il Giappone nella guerra, preferirono non avvalersi dell’aiuto cinese e permettere alle armate nipponiche di attaccare la città.

L’assedio di Qīngdǎo in una cartina tedesca d’epoca (riproduzione anastatica propria)

I giapponesi dichiararono guerra alla Germania il 23 agosto, dopo che i tedeschi avevano ignorato l’ultimatum nipponico consegnato già il 15 agosto. I giapponesi circondarono la colonia tedesca mettendo il blocco navale e il governatore imperiale germanico ebbe appena il tempo di far evacuare la flotta del pacifico, comandata da Maximilian von Spee e che poi sarà distrutta dai britannici nella battaglia delle Falkland. Dopo un blocco durato mesi le operazioni giapponesi di terra iniziarono il 31 ottobre, con i nipponici che scavarono trincee attorno alla città. Si combatté fino al 6 novembre quando i giapponesi diedero l’assalto e i tedeschi furono costretti a dare la resa la mattina seguente. I nipponici presero prigionieri 4600 militari tedeschi, che rimarranno in prigionia – a dire il vero trattati abbastanza bene – fino al rimpatrio nel 1920 (Sondhaus, 2014). A quel punto prima della fine del 1914 la colonia tedesca cadde in mano giapponese: si tratta della prima operazione rilevante della prima guerra mondiale in Asia e, pur essendo avvenuta in territorio cinese, il governo di Yuán Shìkǎi non ebbe alcun ruolo in essa. Anche in questo senso si spiega la conseguente neutralità del governo di Yuán, che si protrarrà per tutti i primi anni del conflitto.

La penetrazione giapponese nello Shāndōng ebbe delle pesanti conseguenze per la Cina (Samarani, 2017). Riconoscendolo come legittimo interlocutore, i giapponesi imposero al governo di Yuán Shìkǎi un documento in cui si formulavano ventuno richieste nipponiche per evitare la guerra tra Cina e Giappone. Le richieste erano pesantissime e scatenarono un’ondata di malcontento, non solo fra i cinesi, ma anche tra i britannici che non vedevano di buon occhio lo sviluppo di un conflitto in Asia. Yuán, che in realtà controllava solo una parte del paese, era forse propenso ad accettare le ventuno richieste, e venne tolto dall’imbarazzo di una scelta così impopolare proprio dagli inglesi che costrinsero i nipponici a ridurre a tredici le loro richieste, ormai divenute  più moderate e accettabili.

Nonostante l’intervento inglese però la capitolazione di Yuán Shìkǎi ai giapponesi, che mantennero il controllo su parte del territorio cinese, mise il governo di Pechino in una situazione precaria. Il consenso popolare al regime calava drasticamente e gli altri signori della guerra si facevano sempre più irrequieti e pronti ad attaccare l’armata del Beyang, percepita come più debole rispetto ad alcuni anni prima. Yuán Shìkǎi era consapevole di questa situazione di crisi tanto che scelse di dare maggiore legittimità al proprio potere. Nel 1915, con un colpo di mano, Yuán dichiarò decaduta la repubblica e proclamò sé stesso imperatore: l’operazione venne sostenuta dal governo nipponico, che sperava di controllare il nuovo Impero, ma anche dagli statunitensi nella persona del politologo Frank Johnson Goodnow (Burdick, 1976).

4. La caduta di Yuán Shìkǎi e il Corpo dei lavoratori cinesi

Il progetto di Yuán non era ben visto dai molti cinesi che ricordavano la lezione repubblicana e democratica di Sun Yat-Sen e non avevano alcuna intenzione di vedere ripristinato l’Impero. A capo di questi rivoluzionari difensori della Repubblica si pose un altro signore della guerra, Cai E (Vogelsang, 2014), che aveva avuto un ruolo rilevante nella Rivoluzione Xīnhài ed era diventato governatore della regione più meridionale della Cina, lo Yúnnán (云南). Cai E radunò le sue forze e marciò su Pechino: Yuán era davvero impressionato dalle forze avversarie, aveva ormai poca fiducia nell’armata Beyang, che si era nel frattempo in parte disgregata, e in più la sua salute non faceva che peggiorare. Reumatico, affetto da insufficienza renale, Yuán Shìkǎi ritardò la cerimonia di investitura imperiale fino a rinunciarci il 22 marzo. Lo stallo venne risolto pochi mesi dopo, il 6 giugno 1916, con la morte di Yuán per uremia. Cai E, lungi dal diventare il nuovo padrone della Cina, ritagliò per sé un ruolo prettamente militare e morì di tubercolosi nel novembre dello stesso anno.

La morte di Yuán Shìkǎi aprì un vuoto ai vertici della repubblica che venne colmato dal parlamento con l’elezione di un nuovo presidente, Lí Yuánhóng (黎元洪) (Samarani, 2017). Li, noto moderato e meno incline di Yuán Shìkǎi alle tentazioni autoritarie, era stato un avversario di Sun Yat-Sen alle prime elezioni repubblicane ma poi era diventato vicepresidente del governo Sun, carica che aveva mantenuto durante tutto il regime di Yuán. Ad ogni modo fu con il governo di Lí Yuánhóng che si verificò il primo passo verso il coinvolgimento cinese nel conflitto.

Soldati giapponesi durante l’assedio di Tsingtao (fonte: Wikipedia)

Pur essendo titubante sulla rottura dei rapporti con la Germania, Lí Yuánhóng strinse rapporti con i britannici e, pur rimanendo neutrale, firmò un accordo commerciale con gli inglesi e i francesi. L’accordo prevedeva la formazione di un Corpo dei lavoratori cinesi (Xu, 2011) che sarebbero stati impiegati sia al fronte, per scavare trincee, testare mine, lavorare alla costruzione di infrastrutture, sia nelle retrovie, come operai negli stabilimenti inglesi e francesi. Il Corpo doveva essere formato da 50.000 volontari cinesi: vista la miseria in cui versavano le diverse regioni della giovane repubblica la risposta fu straordinaria e il reclutamento dei primi contingenti si chiuse in pochi giorni. È rilevante notare che il maggior numero di volontari proveniva dallo Shāndōng occupato dai giapponesi: evidentemente alle condizioni di povertà si sommava la malsopportazione per la dominazione nipponica, alla quale i volontari speravano di sfuggire partendo per l’Europa. I volontari ricevevano 20 yuan all’atto dell’imbarco e un’indennità mensile di 10 yuan da pagarsi alla famiglia del volontario rimasta in Cina (Roberts, 2002).

5. Dal colpo di Stato di Zhāng Xūn alla dichiarazione di guerra alla Germania

Il Corpo dei lavoratori cinesi fu un segno tangibile dell’orientamento prevalente fra le élite dirigenti cinesi, almeno a partire dal 1916. Tuttavia la Germania non accettò la partecipazione della Cina allo sforzo bellico dell’Intesa, anzi. Il governo tedesco si interessò ben presto alle sorti del Celeste Impero e ordì un piano per farlo riavvicinare agli Imperi Centrali.

L’occasione buona per i tedeschi si presentò a metà del 1917 (Picquart, 2004). Lí Yuánhóng, presidente della repubblica, entrò in conflitto con Duàn Qíruì (段祺瑞), presidente del consiglio e signore della guerra, noto per avere un esercito personale a lui fedele. Duàn Qíruì, anche per i buoni rapporti che aveva con giapponesi e inglesi, premeva per un intervento più diretto della Cina a fianco delle forze dell’Intesa. Lí Yuánhóng, invece, manteneva posizioni più prudenti, temendo l’accrescersi del potere delle potenze straniere in territorio cinese. Tra i due si giunse ben presto ai ferri corti, e nel giugno del 1917 si rischiò la guerra civile: Duàn Qíruì e i suoi principali collaboratori lasciarono Pechino mentre le province a lui fedeli si rivoltavano contro Lí Yuánhóng, il quale, per placare gli animi, chiese l’intervento pacificatore di un altro signore della guerra, il generale Zhāng Xūn (張勳).

Ciò che Li non sapeva è che Zhāng Xūn era al tempo al soldo dei tedeschi, i quali avevano puntato su di lui per allontanare la Cina dalla sfera d’influenza anglo-francese. Inoltre Zhāng Xūn si spinse decisamente oltre la semplice influenza sul governo. A capo delle proprie armate conquistò Pechino e l’1 luglio 1917, mentre Li fuggiva precipitosamente, proclamò la restaurazione della dinastia Qïng e mise sul trono l’ormai adolescente Pǔyí, semplice marionetta nelle mani del generale. L’esperimento, passato alla storia come Restaurazione Manciù, durò solo pochi giorni: il 12 luglio dello stesso anno le armate di Duàn Qíruì, fedeli alla Repubblica, scacciarono Zhāng Xūn, Pǔyí e le armate legittimiste manciù dalla capitale, mettendole in rotta e restaurando il governo repubblicano. Zhāng Xūn si ritirò nella legazione olandese e, vistosi perduto, si arrese ritirandosi dalla vita politica fino alla morte avvenuta a Tientsin nel 1923.

Cinesi al lavoro nelle Fiandre, in una fabbrica mobile delle retrovie (fonte: Reuters Press)

Il colpo di stato di Zhāng Xūn ebbe sin da subito una chiara connotazione filotedesca e questo, di converso, provocò un avvicinamento fra Lí Yuánhóng e le forze dell’Intesa. Il restaurato governo della Repubblica, anche su pressione di Duàn Qíruì che era stato il vero artefice della cacciata di Zhāng Xūn, vide le dimissioni di Lí Yuánhóng. Il vicepresidente, Féng Guózhāng (冯国璋), divenne il nuovo presidente della repubblica e, in accordo con Duàn e con gli inglesi, dichiarò guerra alla Germania il 14 agosto. 

La dichiarazione di guerra ebbe come primo effetto quello di aumentare l’invio di operai cinesi al fronte. Il Corpo dei lavoratori cinesi arrivò a contare oltre 140.000 operai. In Europa i cinesi, trattati come veri e propri coolies e spesso vittime di aggressioni razziste, venivano segregati dalle altre truppe fino a riservare loro dei cimiteri separati da quelli degli altri uomini, i quali invece venivano seppelliti tutti insieme, che fossero inglesi, francesi o indiani, sikh, sudafricani. Divennero esperti nella riparazione dei carri armati, vennero impiegati per testare le mine, vennero chiusi in stabilimenti dai quali era proibito loro uscire per fraternizzare con militari di altra nazionalità. Gli inglesi impiegarono oltre 100.000 operai cinesi, soprattutto nei cantieri navali e nelle fabbriche di munizioni e armamenti. La Francia impiegò 35.000 cinesi nella costruzione delle trincee, e perfino la Russia arrivò – prima della rivoluzione del 1917 – a impiegare 50.000 operai cinesi. Molto spesso questi lavoratori morivano in massa prima di arrivare al fronte: emblematico è il caso della nave francese SS Athos, affondata il 17 febbraio 1917 dal sottomarino tedesco SM U-65 nel mezzo del mar Mediterraneo. La nave trasportava oltre 900 coolies cinesi: ne rimasero uccisi 543 (Sondhaus, 2014).

6. I cinesi in Siberia

Il contributo prettamente militare di truppe cinesi fu invece minore, tuttavia tale apporto vi fu e vale la pena qui di ricordarlo brevemente. Subito dopo la dichiarazione di guerra i cinesi occuparono in armi le concessioni tedesche a Tientsin e Hànkǒu (漢口) e la concessione austro-ungarica sempre di Tientsin (Sondhaus, 2014). 

L’unico reale stanziamento di truppe cinesi al di fuori dei propri confini nel periodo fra il 1914 e il 1918 fu l’intervento delle truppe cinesi in Siberia (White, 1970 e Maddox, 1977). Sin dall’Ottobre del 1917 la Russia si era trasformata in una polveriera: i bolscevichi di Lenin e Trotsky, alleati ai socialrivoluzionari di sinistra, avevano preso il potere in Russia e iniziato la costruzione di uno stato operaio e contadino ispirato ai principi del marxismo. Questo tentativo di costruzione di uno Stato comunista era stato osteggiato da gran parte dei quadri dirigenti del vecchio regime zarista e da altri protagonisti della rivoluzione di febbraio. Questi avevano fondato tutta una serie di effimeri Stati in Siberia (ma non solo) che non riconoscevano il potere dei comunisti. Era per questo scoppiata la guerra civile: da una parte l’Armata Rossa organizzata da Lev Trotsky, dall’altra le armate bianche organizzate dai vari generali ex-zaristi (Kornilov, Denikin, il Barone Nero in Mongolia). 

Ben presto, dopo la firma del Trattato di Brest-Litovsk che metteva fine alle ostilità fra Russia e Germania, le forze dell’Intesa avevano preso a sostenere le armate bianche, sia per colpire il governo bolscevico, che aveva firmato la pace separata e che stava aprendo gli archivi zaristi e denunciando la diplomazia segreta, sia per porre un argine alla diffusione delle idee comuniste nel resto del mondo. A metà 1918 gli Stati Uniti d’America avevano inviato più di diecimila soldati in Siberia a supporto delle armate bianche, seguiti a ruota da molte altre potenze: Regno Unito, Francia, Italia, Giappone, Cecoslovacchia, Serbia, Grecia, Estonia, Polonia, Romania, tutti avevano mandato dei contingenti per combattere contro i bolscevichi.

La Repubblica di Cina partecipò attivamente a questo intervento alleato su suolo russo. Lo fece, naturalmente, in ritardo: lo fece alla fine del 1918, quando gruppi di mercanti cinesi chiesero esplicitamente al governo di Pechino di inviare una forza militare in Siberia affinché fossero protetti dall’arbitrio delle forze militari straniere presenti sul luogo. Il governo cinese non se lo fece ripetere: oltre 1600 soldati e 700 uomini di personale civile di supporto vennero inviati nella città di Vladivostok a protezione della comunità cinese. Si trattava per la Cina di una forza militare di tutto rispetto, se pensiamo che gli USA avevano inviato in tutto 13.000 uomini e l’Italia, una delle potenze vincitrici della Grande Guerra, aveva partecipato con circa 2500 uomini alla spedizione, in gran parte carabinieri e Alpini o ex militari austro-ungarici di nazionalità italiana organizzati nella Legione Redenta. A coordinare l’intervento cinese a Vladivostok venne inviato l’ammiraglio Lin Jianzhang, veterano comandante della corazzata Hai Rong (la prima corazzata cinese) e già organizzatore del trasporto dei lavoratori cinesi in Europa dopo il 1916 (White, 1970 e Maddox, 1977).

L’intervento alleato – e dunque anche la spedizione cinese – in Siberia fu, in ogni caso, effimero: l’Armata Rossa, contro ogni pronostico, sconfisse ripetutamente i bianchi, e gli alleati si ritirarono dal suolo sovietico entro il 1920, eccetto i giapponesi che lasciarono la Siberia solo nel 1922 (Morley, 1957). 

7. Versailles e il Movimento del 4 Maggio

Come abbiamo visto, dunque, il contributo cinese allo sforzo bellico dell’Intesa fu rappresentato soprattutto dalle decine e decine di migliaia di lavoratori cinesi inviati in Francia, in Mesopotamia contro gli Ottomani e in Africa Orientale Tedesca a garantire la costruzione delle infrastrutture che avevano permesso la vittoria delle forze alleate nella guerra. La Cina arrivò dunque a Versailles con un pesantissimo bilancio di morti per un Paese di fatto non belligerante: oltre diecimila coolies erano morti sui campi di battaglia delle Fiandre dal 1916 al 1919, per la guerra o a causa della terribile epidemia di influenza spagnola.

La Cina partecipò alla Conferenza di Pace di Parigi (Bernardini, 2019) con dei propri delegati (a differenza, ad esempio della Russia bolscevica, la cui delegazione non venne accettata). Tuttavia la Cina restò fuori dal Consiglio dei Dieci, che de facto prese tutte le decisioni rilevanti a proposito del nuovo assetto geopolitico internazionale. Facevano parte di questo consiglio i primi ministri e i ministri degli esteri delle cinque potenze vincitrici: Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Italia e Giappone. Proprio la presenza dei nipponici nel Consiglio dei Dieci mostrò che la sorte della Cina era fin dall’inizio segnata. 

Infatti i trattati che emersero dalla conferenza di pace non rilevarono il contributo di sangue e uomini fornito dalla Cina allo sforzo bellico. Il tutto venne oscurato dalle rivendicazioni giapponesi che vennero sostanzialmente accolte. L’Impero nipponico ottenne il riconoscimento dei diritti che la Germania aveva vantato fino al 1914 sulla regione dello Shāndōng, che dunque non venne restituita alla Cina ma entrò a far parte ufficialmente dei domini giapponesi. 

Illustrazione delle proteste del 4 Maggio 1919 a Pechino (fonte: China Files)

Questo causò un’ondata di proteste antigiapponesi e antioccidentali nelle principali città della Cina, passato alla storia come il Movimento del 4 Maggio (Vogelsang, 2014) poiché iniziò proprio in quel giorno del 1919 e continuò fino all’estate dello stesso anno: studenti, membri della piccola e media borghesia, accademici e rettori universitari come Chén Dúxiù (陈独秀, futuro primo leader del Partito Comunista Cinese) organizzarono le dimostrazioni dirigendo il proprio malcontento contro i ministri filogiapponesi del governo di Pechino, ma anche contro un intero modello politico, economico e sociale percepito come antico e inadeguato. I manifestanti chiesero l’abbandono del modello confuciano di gestione del potere e della società e l’adozione di modelli percepiti più moderni: il movimento venne influenzato sia dalle idee nazionaliste sia dall’ondata progressita e rivoluzionaria che era partita con la rivoluzione bolscevica del 1917 (Bernardini, 2019).

8. Conclusioni

L’irritazione cinese per i risultati della Conferenza di Pace di Parigi erano più che comprensibili. Come abbiamo già detto il tributo di morti cinesi durante la guerra era stato alto, se consideriamo che la neonata repubblica non era un Paese direttamente belligerante, non partecipando al conflitto con truppe proprie ma con personale di supporto. Di contro i nipponici non avevano avuto perdite rilevanti, se è vero che «nell’intera guerra le forze giapponesi registrarono meno di 500 caduti in combattimento, in gran parte durante l’assedio di Qīngdǎo» (Sondhaus, 2014). Ciononostante era stato il Giappone a beneficiare delle decisioni della Conferenza, in parte perché poté esercitare una grande influenza sul Consiglio dei dieci, in parte perché le potenze europee non vedevano i nipponici come una colonia, ma come uno Stato con un proprio spessore internazionale guadagnato anche durante la guerra russo-giapponese, e ancora anche perché le potenze europee avevano precisi interessi coloniali nel mantenere la Cina nello stato di frammentazione in cui si trovava nel 1919: la concessione dello Shāndōng ai giapponesi andava dunque precisamente in tale direzione.

Tomba cinese in terra di Fiandra (fonte: Archivio Scacchiere Storico)

Tuttavia è interessante notare anche che gli sviluppi del movimento di protesta contro le decisioni della Conferenza di Pace di Parigi ebbero, in Cina, sviluppi molto diversi da quelli del teatro europeo. Le nazioni europee più insoddisfatte dell’esito del conflitto infatti produssero i miti della Vittoria Mutilata (in Italia) o del tradimento da parte dei nemici della patria, ossia ebrei, socialdemocratici, comunisti (in Germania). Questi miti produssero un esito simile nelle due nazioni, ossia l’involuzione in senso fascista dello Stato e la nascita del totalitarismo. Invece il Movimento del 4 Maggio in Cina si caratterizzò più che altro come un movimento sì antioccidentale ma in senso coloniale, e fornì i quadri che contribuirono alla nascita e allo sviluppo del Partito comunista cinese nelle prime fasi della vita di questa formazione politica. Anche se ben presto Chén Dúxiù e la vecchia guardia bolscevica cinese, che aveva avuto un ruolo fondamentale nel Movimento del 4 Maggio, vennero messi da parte dalla nuova leadership del Partito ormai saldamente nelle mani di Mao, è innegabile il loro apporto alla nascita e allo sviluppo del PCC. 

In conclusione possiamo affermare da un lato che la Prima guerra mondiale non fu, come siamo soliti rappresentarla in Occidente, una guerra di soli uomini bianchi. Il contributo dei militari reclutati nelle colonie inglesi e francesi, il ruolo avuto dagli arabi nello scacchiere mediorientale, la parte giocata dagli Ottomani alleati agli Imperi centrali, la guerra nelle remote colonie africane sarebbero tutti temi meritevoli di analisi e divulgazione. Dall’altro lato possiamo sottolineare come la Prima guerra mondiale anche in Cina fu un potente detonatore che fece da premessa e da causa degli sviluppi politici successivi, a partire dalla guerra civile fra comunisti e nazionalisti iniziata negli anni Venti fino all’invasione giapponese della Manciuria e alla rivoluzione del 1949.

Davide Longo – Scacchiere Storico

Davide Longo si occupa di storia militare e storia contemporanea. I suoi principali ambiti di studio sono lo sviluppo del movimento operaio europeo, la storia del colonialismo e la storia sociale e culturale della Prima guerra mondiale, ma i suoi interessi si allargano fino a comprendere lo sviluppo dei fascismi di ieri e oggi, la Resistenza come fenomeno europeo e la World History, con particolare attenzione a Cina e Sud-est asiatico.

Bibliografia

Bernardini G., Parigi 1919: La Conferenza di pace, il Mulino, Bologna 2019; Burdick C.B., The Japanese Siege of Tsingtao: World War I in Asia, Hambden, Archon Books, 1976; Maddox R.J., The unknown war with Russia: Wilson’s Siberian intervention, Presidio Press, 1977 ; Morley J.W., The Japanese thrust into Siberia, 1918, Columbia University Press, 1957 ; Picquart P., The Chinese Empire, Favre, 2004; Roberts J.A.G., Storia della Cina, Bologna, Il Mulino, 2002; Samarani G., La Cina contemporanea. Dalla fine dell’Impero a oggi, Torino, Einaudi, 2017; Sondhaus L., La Prima guerra mondiale. Una rivoluzione globale, Torino, Einaudi, 2014; Xu G.,  Asia and the Great War, Oxford, Oxford University Press, 2017; Xu G., Strangers on the Western Front. Chinese workers in the Great War, Oxford, Oxford University Press, 2011; Vogelsang, K., Cina. Una storia millenaria, Torino, Einaudi, 2014; White J.A., The Siberian Intervention, Greenwood Press, 1970

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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