OSTI E OSTERIE IN ETÀ MODERNA

di Davide Galluzzi

In alcuni precedenti articoli abbiamo parlato della storia del vino in età moderna e delle sale da caffè come luoghi di sociabilità e di sviluppo della sfera pubblica. È forse ora necessario trattare brevemente la storia di alcuni locali che uniscono entrambi gli aspetti sopra menzionati, ossia le osterie e le taverne, luoghi di rivendita del vino e di sviluppo, tanto quanto i caffè, della sfera pubblica. Cercheremo inoltre di delineare, in questo breve articolo, anche un profilo generale dei proprietari di questi locali e della loro clientela.

  1. Osterie e taverne in età moderna: un profilo generale

Il primo aspetto importante da sottolineare riguardo le osterie e le taverne è la loro grandissima importanza economico-sociale in età moderna. Cerchiamo di analizzare brevemente entrambi questi aspetti.

Una taverna del XVII secolo (fonte: Wikipedia)

L’importanza economica dei luoghi in questione si struttura su più livelli. Da un lato, infatti, osterie e locande erano un’importantissima fonte economica per i loro proprietari, per i quali rappresentava l’unico o comunque il principale motivo di guadagno. Non solo, si pensi anche a tutto il mondo economico che girava direttamente intorno a questi spazi quali, per esempio, il commercio del vino o delle risorse necessarie al buon funzionamento delle osterie e delle taverne. 

Questi luoghi di sociabilità, inoltre, avevano un ruolo fondamentale a livello economico anche per un altro aspetto: in quanto luogo di incontro e di ospitalità per i viaggiatori (tra i quali rientravano, ovviamente, anche diversi mercanti) essi fornivano anche occasione per contatti commerciali e facilitavano, di conseguenza, gli scambi e l’economia.

Non dobbiamo poi dimenticare un altro ruolo, per noi forse di poco conto, ma importantissimo nella società d’Antico regime, ossia quello di punti di orientamento fondamentali nella geografia cittadina. In un’epoca storica in cui non esistevano vie e numeri civici come li conosciamo noi, queste rivendite di vino e cibo assumevano un’importanza fondamentale sia per gli abitanti, sia per i forestieri, venendo utilizzati come punti cardine per indicazioni stradali (Kümin, 2009).

L’importanza sociale di osterie e taverne emerge anche da quanto già detto. Come luogo di incontro esse contribuivano allo sviluppo della sfera pubblica (Kümin-Tlusty, 2002) e potevano essere terreno fertile per discussioni politiche e religiose. Si pensi a tal riguardo, come segnalato anche da Michael Frank, al contributo che tali luoghi ebbero nella diffusione della Riforma (Frank, 2002).

Non solo, questi luoghi di sociabilità, frequentati, come vedremo, da persone di entrambi i sessi, svolgevano anche un ruolo che potrebbe sembrare paradossale, ossia lo sviluppo di una sfera più intima e privata. Le osterie, infatti, affiancavano spesso grandi sale comuni a stanze più piccole e riparate, ideali per gli incontri di più vario genere: da mercanti che si incontravano per discutere d’affari, a coppie in cerca di uno spazio intimo per i propri incontri d’amore più o meno leciti (Capp, 2007).

Miniatura tedesca del XV secolo (fonte: Wikipedia)

Osterie e taverne come luoghi di incontro, quindi, ma non dobbiamo pensare che, una volta chiuse le porte dei locali, avvenisse un rimescolamento sociale. In una società fortemente gerarchizzata come quelle d’Antico regime, infatti, questo sarebbe risultato intollerabile. Anche all’interno delle taverne e delle osterie, quindi, la gerarchia sociale veniva ribadita attraverso una rigida divisione dei tavoli e anche da questo emerge l’importanza sociale di questi luoghi. Ben lungi, come vedremo, dall’essere terreno fertile per il sovvertimento sociale essi, invece, contribuirono al rafforzamento dell’ordine e della società in Età moderna.

Non solo, in quanto luoghi di sociabilità e di ospitalità le taverne e le osterie potevano rappresentare una delle poche occasioni di incontro tra popolazione locale e stranieri o tra persone di fedi diverse (Kümin, 2002).

Quanto detto sino ad ora aiuta a comprendere l’importanza che osterie e taverne rivestivano per lo Stato.

Da un lato, infatti, esse rappresentavano un’importante fonte di entrate per gli Stati dell’Età moderna attraverso le tasse imposte, mentre dall’altro rappresentavano un pericolo, forse, come già detto, più percepito che reale, per l’ordine pubblico. Le autorità temevano ciò che sarebbe potuto avvenire all’interno delle osterie e delle taverne, specialmente in quanto luogo di incontro e dibattito. Il pensiero delle autorità andava, ovviamente, al pericolo che il malcontento sarebbe potuto sfociare in rivolta. In realtà questi locali a metà strada tra il pubblico ed il privato ebbero scarsissimo ruolo nello scoppio di ribellioni e, anzi, ebbero un importante funzione nella stabilizzazione dell’ordine sociale. Non solo, come già detto, in quanto riproduzione e rafforzamento dell’ordine gerarchico della società dell’Età moderna, ma anche perché

«[…] Expressions of discontent directed at the authorities had the character of cleansing rituals. By giving vent to their feelings, disgruntled citizens freed themselves of pent-up emotions, thus reducing the danger of individual situations getting out of hand and resulting in concerted disorder […] As court records reveal, protests were generally individual actions. Kept within certain bounds they were tolerated, and prosecutions followed only when the accepted limits were overstepped […]» (Frank, 2002) .

Al di là del pericolo di eventuali rivolte le autorità temevano anche la delinquenza comune che fioriva, o sarebbe potuta fiorire, intorno alle rivendite di bevande alcoliche. Non solo risse, ma anche giochi illegali, scommesse, prostituzione e altro.

Sia per queste ragioni, sia per l’importanza economica delle osterie e delle taverne, lo Stato, nel corso dell’Età moderna, tentò di estendere il proprio controllo su questi locali attraverso una nutrita serie di leggi e regolamenti.

Oltre l’aspetto economico-finanziario gli scopi di questi regolamenti erano:

«[…] the need to establish quality standards and to set down maximum prices; the wish to exercise official control over travellers; the desire to influence the number of public houses; and the need to exert direct control on alcohol consumption […]» (Frank, 2002).

Da queste esigenze nacquero tutta una serie di disposizioni riguardanti l’obbligo, da parte di osti e tavernieri, di denunciare la presenza di eventuali stranieri nei loro locali, oppure il disciplinamento degli orari di apertura e chiusura o di vendita delle bevande alcoliche. Emblematici, a tal riguardo, i regolamenti che vietavano la vendita di vino durante gli orari delle funzioni religiose, da cui emerge anche una volontà di controllo dei costumi e un timore di natura più spirituale (Stewart, 2002). Le autorità, inoltre

«[…] provvidero spesso a presidiarle [le osterie, N.d.R.] con propri informatori per raccogliere notizie e monitorare la situazione dell’ordine pubblico […]» (Levati, 2019).

Su tutti questi aspetti torneremo a breve, quando analizzeremo le figure di osti e tavernieri. Per ora basti ricordare che il principale strumento delle autorità per adempiere al fine che si erano proposti era la facoltà di concedere o revocare le licenze di apertura dei locali. Tale strumento di controllo, tuttavia, era spesso indebolito dalla costante necessità finanziaria dello Stato moderno che spingeva l’autorità a rilasciare costantemente nuove licenze.

In ogni caso, nonostante tutte queste debolezze, attraverso le leggi e i regolamenti emessi lo Stato moderno esprimeva «[…] its claim to control, at least on paper […]» (Frank, 2002).

  1. Gli osti e i tavernieri

La fama negativa che circondava le osterie e le taverne si rifletteva direttamente anche sui loro proprietari. Su osti e tavernieri, bollati spesso come “servi di Satana” (Frank, 2002), ricadevano i pregiudizi della popolazione, dei teologi, dei medici e delle autorità. Essi, infatti, venivano visti come individui senza scrupoli, disposti a vendere vino guasto e adulterato o a fomentare il vizio ed il peccato pur di aumentare i propri profitti. Un vero e proprio pericolo per la salute del corpo e delle anime dei buoni cristiani dell’epoca.

Una osteria olandese del XVII secolo (fonte: Wikipedia)

Le cose stavano davvero così? Osti e tavernieri erano davvero servi del demonio pronti ad irretire chiunque capitasse loro a tiro? Ovviamente no, la situazione era molto più sfumata e, al di là del pregiudizio diffuso che circondava queste figure professionali, osti e tavernieri rivestivano un importante ruolo all’interno della società dell’Età moderna.

Prima di tutto non dobbiamo dimenticare il già più volte citato potere di controllo delle autorità su osterie e taverne che, è bene sottolinearlo, ricadeva anche sui loro proprietari. Leggi e regolamenti, quindi, si rivolgevano anche a loro seppure, molte volte, con scarsi risultati.

Inoltre, nonostante la fama negativa che lo circondava, l’oste (o il taverniere) era figura importante nella comunità in cui viveva. Molto spesso egli era, seppur in modo rudimentale, in grado di leggere e scrivere. In secondo luogo, sebbene con sfumature diverse a seconda di luoghi, condizioni e congiunture storiche, osti e tavernieri potevano accumulare una discreta fortuna economica. Questa dinamica, è bene sottolinearlo, non era unicamente maschile: non erano rari, infatti, i casi di osterie gestite da donne, spesso vedove di precedenti proprietari, in grado di accumulare discrete ricchezze e sempre in lotta per mantenere la rispettabilità del proprio locale (Capp, 2007). Tuttavia non dobbiamo confondere le risorse con il prestigio sociale. Quest’ultimo, infatti, poteva venire messo in discussione da molti fattori. Come ci ricorda Michael Frank, infatti:

«[…] Their reputation could suffer if, for instance, they were too fond of drink and became a disruptive factor in the community. […] Proprietors could also gamble away their social assets by succumbing to the financial lures of the criminal world. To receive stolen goods or shelter prostitutes was guaranteed to meet with disapproval […]» (Frank, 2002).

È bene sottolineare, in ogni caso, come gran parte di osti e tavernieri operassero ad un livello di sussistenza, senza accumulare grandi fortune economiche.

Inoltre, essi erano spesso al centro di tutta una serie di conflitti. Tali scontri potevano avvenire con le autorità (qualora essi infrangessero leggi o regolamenti), con altri membri della comunità (per esempio nel caso in cui gli osti o i tavernieri fossero anche contadini) o, infine, con i clienti (qualora vendessero prodotti di scarsa qualità o a prezzi troppo elevati). Torneremo a breve sui rapporti spesso tesi con alcuni particolari tipi di avventori quali, per esempio, i soldati.

Da tutto questo emerge quanto la pressione sui proprietari di questi locali fosse forte ed avvenisse da più parti, ma non dobbiamo dimenticare come, in ogni caso, essi rimanessero comunque:

«[…] an important force in their community, and their position was marked by a certain degree of economic power and social prestige. While publicans were at the centre of a web of interests, dependencies and obligations, they could, if they played the game right, free themselves to such a degree that both their economic existence and their reputation remained secure […]» (Frank, 2002).

Quanto detto sino ad ora riguarda il mondo “ufficiale” e “legale” delle osterie e delle taverne, ma non dobbiamo dimenticare che, in Età moderna, esisteva tutto un mondo sommerso di luoghi di rivendita di alcolici illegali. Questo arcipelago di osti e tavernieri, che operavano al di là della legge e senza l’autorizzazione delle autorità, era composto dalla parte più povera della popolazione che vedeva nella rivendita di vino e di alcolici un modo per integrare le loro scarse entrate. Emblematica, a tal riguardo, la forte presenza di donne nel mercato illegale. La gran parte di loro erano vedove che, dopo la morte del marito, vedevano nel sottobosco della rivendita non autorizzata del vino, l’unica fonte di sostentamento. Proprio questi fattori portavano le autorità ad esercitare una certa tolleranza nei confronti degli osti e dei tavernieri non autorizzati costretti a rivolgersi al mercato illegale a causa della loro povertà (Frank, 2002).

Una osteria di Portmouth (fonte: Wikipedia)

In conclusione di questo breve ritratto degli osti e dei tavernieri in Età moderna, possiamo dire che essi, proprio a causa della già citata volontà dello Stato moderno di estendere il proprio controllo sul mondo dei locali di vendita del vino e degli alcolici e sulla popolazione in generale, rappresentarono un importante tassello per l’azione di disciplinamento sociale. Si pensi a tutti i regolamenti emessi dalle autorità riguardo diversi aspetti quali, per esempio, la denuncia dei forestieri che alloggiavano presso i loro locali. Emerge, quindi, una volontà da parte dello Stato di coinvolgere osti e tavernieri nel loro progetto di estensione del controllo e del disciplinamento della società, ma, come già detto precedentemente, le intenzioni delle autorità non trovarono, in gran parte dei casi, uno sbocco concreto. Proprio la debolezza delle autorità dello Stato moderno e, di contro, le ben più concrete pressioni della clientela spingevano osti e tavernieri ad agire diversamente e a smarcarsi dal progetto appena descritto portato avanti dallo Stato moderno.

  1. I clienti 

Veniamo, in conclusione, a tracciare un rapido profilo dei clienti delle osterie e delle taverne.

La clientela di questi locali può essere divisa in due gruppi: da un lato i viaggiatori che soggiornavano momentaneamente presso le osterie, dall’altro gli avventori locali che rappresentavano una clientela fissa. 

Gli abitanti della comunità, quindi, frequentavano osterie e taverne sia durante la settimana, sia la domenica (dando vita ai timori religiosi legati all’eventuale frequentazione durante gli orari delle funzioni, con conseguenti regolamenti che vietavano la vendita di alcolici durante quei determinati orari). Non dobbiamo inoltre dimenticare la frequentazione di questi locali anche durante le festività, fossero esse religiose, come il Natale, o legate alla vita di tutti i giorni come, per esempio, il matrimonio. Anche per quanto riguarda questi aspetti emerge una differenza di ceto: l’élite, infatti, celebrava queste cerimonie nelle proprie case, mentre la parte bassa della società si riuniva presso le osterie e le taverne.

The Ale-House Door di Henry Singleton (fonte: Wikipedia)

Da quanto detto emerge un ulteriore aspetto fondamentale legato alla clientela di questi esercizi pubblici: non si frequentavano le osterie o le taverne solo per bere, ma anche per socializzare, per scambiarsi informazioni, per distrarsi ed evadere momentaneamente dalla vita di tutti i giorni, per creare una rete di contatti che avrebbe potuto venire utilizzata nel momento del bisogno (Frank, 2002).

La clientela, quindi, era varia ed è difficile tracciarne un profilo unitario. Bisogna in ogni caso sottolineare come essa fosse composta da persone appartenenti soprattutto al livello medio o medio-basso della società, mentre gli elementi marginali erano malvisti. Non era tuttavia da escludersi la presenza, soprattutto in occasione di particolari feste, come per esempio il kermis nei Paesi germanici, di esponenti del clero (i quali, e il caso di Mögeldorg è emblematico, talvolta erano proprietari di taverne) o di membri della parte medio-alta della società (Stewart, 2002). 

Differenze nella composizione degli avventori derivavano anche dal luogo in cui osterie e taverne sorgevano. Qualora esse fossero semplici locali di villaggio, la clientela sarebbe stata composta essenzialmente dagli abitanti, ma nelle osterie di città si sarebbe trovato una più ampia varietà di avventori, composta anche da stranieri.

The Wayfarer di Hieronymus Bosch (fonte: Wikipedia)

Non dobbiamo, inoltre, dimenticare l’importante presenza femminile nelle osterie o nelle taverne. Molto spesso essa viene ricondotta solo al mondo della prostituzione o del personale, ma in realtà la situazione era molto diversa. Beat Kümin, nel suo studio sulle taverne europee in età moderna, delinea tre principali casi riguardanti la presenza femminile nelle osterie e nelle taverne, ossia:

«[…] first, as landladies or servants; second, as ‘respectable’ guests (wives accompanying husbands or on ‘business’); and third, appearing most often in court records, as singles or women unaccompanied by their husbands, who were almost invariably suspected of sexual licence if not prostitution […]» (Kümin, 2002).

Vediamo quindi come la frequentazione femminile delle osterie fosse varia e le occasioni per la loro presenza fossero molteplici. Si andava dalle feste alle cerimonie, ma è bene sottolineare come le donne potessero frequentare le osterie e le taverne per gli stessi motivi degli uomini: ossia per socializzare ed evadere momentaneamente dalla realtà di tutti i giorni. 

Non si può comunque negare la presenza di prostitute in molte osterie e taverne. Anzi, il binomio consumo di alcol-licenza sessuale era criticato in molti testi o molte leggi e regolamenti dell’epoca (Capp, 2007).

Emerge quindi una sorta di dualità rispetto alle donne che frequentavano questi luoghi: da un lato le donne dabbene, dall’altro quelle di malaffare. In certi casi, tuttavia, le situazioni erano più sfumate come nel caso di personale femminile di bell’aspetto volutamente reclutati dagli osti per attirare la clientela maschile, cosa che poteva scatenare le ire delle mogli degli avventori e circondare una particolare osteria di una cattiva fama (Capp, 2007).

Un ultimo, particolare, tipo di clientela era rappresentato dai soldati, soprattutto in una fase di transizione nell’ospitalità delle truppe acquartierate nelle città che stava passando dall’ospitalità in abitazioni private a quelle in luoghi appositi o in locali pubblici come, appunto, le taverne. Questi ultimi luoghi, inoltre, giocavano un ruolo fondamentale anche nel reclutamento di nuove truppe e venivano regolarmente frequentate dai funzionari preposti a tale compito (Tlusty, 2002).

I rapporti tra soldati che stazionavano nelle taverne e i proprietari dei locali erano spesso tesi e potevano sfociare in episodi di violenza verbale o fisica da entrambe la parti o potevano determinare, con i ritardi o i mancati pagamenti, la rovina di un oste (Tlusty, 2002).

  1. Conclusioni

Da quanto analizzato in questo breve articolo emerge come le osterie fossero, in Età moderna, luoghi di fondamentale importanza per le società dell’epoca. Analogamente a quanto detto per le sale da caffè, infatti, anch’esse hanno svolto un ruolo fondamentale nell’economia e nello sviluppo della sfera pubblica europea, fattori, questi, che hanno portato alla volontà degli Stati d’Antico regime di aumentare il controllo, spesso non riuscendoci, su tali luoghi.

Queste importanti funzioni si riflettevano anche sul ruolo degli osti e dei tavernieri in Età moderna, figure importanti per le comunità dell’epoca, pur venendo spesso demonizzati e bollati come “servi di Satana” o come personaggi di pochi scrupoli pronti a truffare e a irretire i buoni cristiani.

Anche l’analisi della clientela, tutt’altro che omogenea, mostra il ruolo fondamentale giocato da questi luoghi di sociabilità nel nostro passato, sia per quanto riguarda la sfera dell’ospitalità e della vendita di bevande e cibo, sia per quanto riguarda gli aspetti più sociali e culturali.

Davide Galluzzi – Scacchiere Storico

Davide Galluzzi è laureato in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano. Specializzato in Storia Moderna, i suoi interessi di ricerca includono la Rivoluzione francese, l’età napoleonica, la Storia culturale e l’uso pubblico della Storia.

Bibliografia

Capp B., Gender and the Culture of the English Alehouse in Late Stuart England, in The Trouble with Ribs: Women, Men and Gender in Early Modern Europe, Helsinki Collegium for Advanced Studies, 2007; Frank M., Satan’s Servant or Authorities’ Agent? Publicans in Eighteenth-Century Germany, in The World of tavern. Public Houses in Early Modern Europe, Aldershot, Ashgate, 2002; Kümin B., Iconographical Approaches to the Early Modern Public House, in Food & History, vol. 7, n° 2 (2009), Kümin B., Public Houses and their Patrons in Early Modern Europe, in The World of tavern. Public Houses in Early Modern Europe, Aldershot, Ashgate, 2002; Kümin B.- Tlusty B.A., Introduction, in The World of tavern. Public Houses in Early Modern Europe, Aldershot, Ashgate, 2002; Levati S., Vino, osti e osterie nell’Italia centro-settentrionale tra XVIII e XIX secolo, in Le vie del cibo, Carocci, Roma, 2019; Stewart A., Taverns in Nuremberg Prints at the Time of the German Reformation, tratto da “Digital Commons UNL”, consultato il 06.03.2022(https://digitalcommons.unl.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1001&context=artfacpub); Tlusty B.A., The Public House and Military Culture in Early Modern Germany, tratto da “Digital Commons UNL”, consultato il 06.03.2022 (https://digitalcommons.bucknell.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1105&context=fac_books

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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