IL CULTO DI APOLLO A SPARTA

Affresco di Apollo dal Palatino

di Michele Gatto

1. Il mito di Apollo in breve

Apollo nacque dall’unione tra Zeus e Latona: figlia del titano Ceo e di Febe, il padre degli dei se ne innamorò seducendola e fecondandola sotto forma di quaglia, ma l’espediente non riuscì a nascondere il tradimento agli occhi di Era, sposa di Zeus. Quest’ultima fece perciò inseguire Latona dal serpente Pitone, così da impedirle di partorire alla luce del sole, finché il girovagare della dea non la condusse sull’isola errante di Delo. Dopo la nascita della figlia Artemide, avvenuta in precedenza su Ortigia, al nono giorno di travaglio Latona mise alla luce Apollo, tra una palma di datteri e un ulivo: da quel momento, Delo si sarebbe immobilizzata sul mare (Graves, 2021). Sebbene fossero state gravidanze durate sette mesi e perciò concluse prematuramente, ciò non influì in alcun modo sulla crescita dei fratelli divini: infatti, probabilmente per effetto del nutrimento ricevuto, a base di nettare e ambrosia, Apollo ottenne da Efesto arco e frecce dopo appena quattro giorni dalla nascita.

Il dio possedeva un’innata abilità con queste armi, che gli permisero di compiere numerose imprese. La prima a vederlo protagonista fu quella legata alla nascita del suo più celebre santuario: recatosi sul monte Parnaso alla ricerca di Pitone, Apollo lo avrebbe ferito con le sue frecce senza però riuscire a impedirne la fuga presso Delfi, dimora della compagna Delfine e sede dell’oracolo di Gea o Temi. Nonostante Pitone si fosse rifugiato nel tempio, Apollo lo uccise e, per ovviare a questo sacrilegio, ricevette da Zeus l’ordine di purificarsi e di presiedere i giochi Pitici, istituiti in onore della vittima (Graves, 2021). Secondo altre versioni, Apollo sarebbe giunto a Delfi per fondare un tempio e qui avrebbe ucciso Pitone o la dragonessa Delfine, guardiani del territorio, lasciandone marcire il corpo: il termine Pytho ebbe così origine da pythein, cioè putrefarsi, dando nome al luogo (Omero, Inno ad Apollo, 300-304; 356-374); allo stesso modo, Apollo avrebbe convinto dei marinai cretesi a diventare sacerdoti e custodi del suo santuario balzando sulla loro nave sotto forma di delfino, ricevendo l’appellativo Delfinio dal quale deriverebbe il nome Delfi (Lévêque, 2006; Guidorizzi, Romani, 2019; Scott, 2015).

Apollo uccide Pitone
Incisione raffigurante Apollo che uccide il serpente Pitone, inserita nel I libro delle Metamorfosi di Ovidio. H. Goltzius, 1589. Los Angeles County Museum of Art (fonte: Wikimedia, licenza CC0)

Una volta impossessatosi del santuario, Apollo divenne padrone del suo oracolo dopo aver appreso l’arte divinatoria da Pan e sottomesso la sacerdotessa, detta Pitonessa o, più comunemente, Pizia (Graves, 2021; Guidorizzi, Romani, 2019). Si trattava di una donna appartenente ad una famiglia locale che, una volta scelta, sarebbe dovuta restare casta; inoltre, poteva essere consultata una sola volta al mese ad eccezione dei tre invernali, durante i quali si riteneva che Apollo non fosse presente nel santuario. Essa, posseduta dal dio, profetizzava vaticini nell’adyton del tempio, forse un antro scavato nella roccia sottostante, dove seguiva un preciso rituale prima di entrare in estasi: bevuta l’acqua della fonte Castalia e purificatasi nella fonte Cassotis, masticava foglie di alloro e sedeva su un tripode, dopodiché forniva risposte ai quesiti in versi o in prosa, successivamente interpretate dai sacerdoti; diverse fonti descrivono questi rituali, aggiungendo particolari e tentando di fornire una spiegazione sulla natura e l’origine dei responsi (Euripide, Ione, 90-91; Diodoro Siculo, XVI, 26, 1-5; Strabone, IX, 3-5; Pausania, X, 24, 7; Luciano, Due volte accusato, 1). Sebbene il tema relativo all’ispirazione mistica della Pizia risulti controverso e sia stato oggetto di diversi studi, ciò non toglie che l’oracolo di Delfi venisse consultato per questioni personali e di Stato, esercitando per secoli un ruolo decisivo nella storia delle poleis greche e non solo (Lévêque, 2006; Scott, 2015).

Apollo poteva sfruttare le sue abilità di arciere per sfogare la propria ira, portando a termine vendette terribili: alcuni esempi sono sicuramente l’uccisione dei numerosi figli di Niobe, colpevole di aver insultato Latona per la sua scarsa prolificità, o anche quella del gigante Tizio, che tentò di violentare la madre del dio in un boschetto sacro di Delfi (Graves, 2021). Tuttavia, l’episodio più celebre resta probabilmente la punizione inflitta agli Achei durante la guerra di Troia. Come narra Omero nell’Iliade, Apollo (schierato con i Troiani) accolse le preghiere del suo sacerdote Crise, al quale Agamennone aveva sottratto la figlia Criseide come bottino, scagliando frecce che provocarono un’epidemia mortale nell’accampamento dei Greci; nella stessa Odissea, la vendetta di Ulisse sui Proci si compie durante una gara con l’arco svoltasi nel giorno dedicato al dio (Omero, Iliade, I, 7-99; Odissea, XXI, 257-268; XXII, 5-7). Un’altra vittima dell’ira di Apollo fu Marsia, reo di essersi ritenuto un musicista più abile di lui: sfidato ad una contesa di canto e musica presieduta dalle Muse, il satiro, sconfitto, venne poi scorticato vivo dal dio. Apollo risultava infatti insuperabile con la sua lira dalle sette corde, tanto da battere anche Pan in un’altra gara, divenendo così il dio della musica ed allietando i banchetti divini. Ovviamente, chi non lo apprezzava ne avrebbe pagato le conseguenze: Mida, il mitico re di Frigia, espressosi a sfavore di Apollo in una competizione musicale, fu punito con la crescita di un paio di orecchie d’asino che il sovrano dovette nascondere sotto il berretto frigio. A sottolineare l’importanza di questa prerogativa apollinea, all’interno dei giochi pitici di Delfi, istituiti tra il 591 e il 586 a.C., un ruolo preminente era assegnato alle gare musicali, presenti fin dagli inizi e svolte insieme ad altre competizioni artistiche prima di quelle atletiche; ai vincitori era assegnata una corona d’alloro (Graves, 2021; Scott, 2015).

Dipinto sulla Pizia
Sacerdotessa di Delfi, di J. Collier, 1891. Art Gallery of South Australia, Adelaide (fonte: Wikimedia, licenza CC0)

Oltre ad essere considerato il dio della musica, Apollo patrocinava anche la poesia, la filosofia, la matematica, la scienza e la medicina. Uno dei suoi più antichi appellativi era Sminteo, cioè sorcio: infatti, i topi erano associati non solo alle malattie, ma anche alle cure; inoltre, il dio-medico Asclepio nacque da una relazione tra Apollo e Coronide, figlia del re dei Lapiti, ed apprese le arti curative proprio dal padre e dal centauro Chirone. È comunque indubbio che l’identificazione più importante attribuita ad Apollo rimanga quella con il Sole. Il culto dedicatogli dagli Iperborei, popolo non ben identificato presso cui il dio si recava durante l’inverno, avrebbe previsto ecatombi di asini in suo onore, similmente alle celebrazioni egizie dedicate ad Horus: quest’ultimo, secondo il mito, era la divinità solare reincarnazione di Osiride che punì Seth per aver ucciso suo padre; oltretutto, Seth inseguì Iside mentre era in attesa di Horus, un’evidente analogia col racconto dell’inseguimento di Pitone nei confronti di Latona, il che ha portato ad identificare Apollo Iperboreo con Horus e, di conseguenza, con il Sole (Diodoro Siculo, II, 47; Graves, 2021).

2. Apollo e Sparta

Il culto di Apollo può essere considerato uno dei più importanti, se non il principale, dei culti spartani. Al dio erano dedicate tre feste, le Giacinzie, le Carnee e le Gimnopedie, ed era venerato sotto diverse forme, principalmente come Apollo Carneo e Apollo di Amicle. In Laconia, la regione spartana del Peloponneso, gli furono dedicati una trentina di santuari, la maggior parte dei quali concentrata presso il monte Taigeto.

Per quanto riguarda Apollo Carneo, il suo epiteto rimanda alla figura divina di Karnos, cioè la personificazione del montone: in epoca pregreca, egli divenne oggetto di culto dei pastori che lo consideravano simbolo della forza vitale e artefice della proliferazione delle greggi; la sopravvivenza di questa figura è però dovuta alla sua unione col dio solare Apollo (Guarducci, 1984), il quale, forse per questo motivo, venne così rappresentato con l’attributo delle corna d’ariete su diverse monete del mondo greco (BMC Greek I, n. 67).

Sulla nascita del culto (e di conseguenza delle Carnee) esistono versioni di carattere locale ed inerenti alla conquista dorica del Peloponneso. Una si riferisce all’uccisione di Carno, profeta di Apollo proveniente dall’Acarnania, da parte di Ippote: questo omicidio avrebbe scatenato l’ira del dio, manifestatasi con una pestilenza nel campo dei Dori che, in riparazione del crimine, bandirono il responsabile e istituirono il culto di Apollo Carneo (Pausania, III, 13, 4). Un’altra versione è quella inerente alla figlia di Crio, che incontrò delle spie doriche mentre si recava a raccogliere l’acqua e le condusse dal padre, profeta di Apollo, il quale rivelò loro come sottrarre Sparta agli Achei (Pausania, III, 13, 3). Nella città lacedemone esisteva un santuario dedicato ad Apollo Carneo associato a quelli di altre divinità, come i Dioscuri e Artemide (Pausania, III, 14, 6); inoltre, la nascita del culto è all’origine del nome del mese Carneo, in cui tra agosto e settembre aveva luogo la festa delle Carnee, le cui celebrazioni duravano nove giorni fino al plenilunio (Guarducci, 1984). Ancora in epoca romana imperiale, soprattutto durante il principato di Augusto, una vittoria nei giochi (che attiravano un gran numero di visitatori da altre città) era talmente prestigiosa da fruttare al trionfatore il mantenimento a spese pubbliche (Spawforth, 2002).

L’importanza delle Carnee è comunque attestata fin dalle guerre persiane, ed imponeva agli Spartani la sospensione di qualsiasi altra attività, compresa quella bellica (Erodoto, VII, 206, 1). All’interno delle feste c’erano diversi rituali e giochi: uno era la corsa degli staphylodromoi, i cui partecipanti, scelti tra un gruppo di uomini celibi chiamati karneatai al servizio del dio per quattro anni, avevano il compito di organizzarne il culto (Pettersson, 1992). Il rituale consisteva nell’inseguimento di un giovane, personificazione di Karnos e portatore di tenie (bende rituali), da parte di altri giovani recanti dei rami di vite: se fossero riusciti a raggiungerlo, o perlomeno a toccarlo, questo avrebbe costituito un presagio positivo per la città; in origine, la corsa prevedeva l’inseguimento di un vero montone con il ruolo di vittima sacrificale, propiziatoria alla fertilità (Guarducci, 1984). Un altro rituale che poteva rimandare alla vita pastorale, ma che ha anche portato all’interpretazione delle Carnee come mimesi della vita militare, era quello in cui, dietro ordine di un araldo, venivano allestite tre tende (skiades) nelle quali mangiavano rispettivamente nove uomini, per un totale di ventisette: praticamente, una rappresentanza delle fratrie spartane (Pettersson, 1992). Infine, si svolgevano gare musicali prettamente connesse alla figura di Apollo, risalenti secondo la tradizione al 676 a.C., stesso anno della ventiseiesima Olimpiade, che ebbero come primo vincitore Terpandro (Ateneo, XIV, 37). A Sparta, riguardo la formazione dei giovani, il canto o in generale l’educazione musicale ricoprivano un ruolo fondamentale. Nonostante i cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli, ciò è testimoniato dal coinvolgimento dei ragazzi nei cori delle feste, il cui prestigio era rinomato: infatti, la musica fu per gli Spartani un mezzo utile a conservare ed affermare la propria tradizione e la propria identità culturale anche durante il dominio di Roma (Massaro, 2012). L’essere un buon soldato ed un buon musicista erano caratteristiche comuni per gli Spartani, come evidenziato dai peana, per cui le stesse Carnee sono state interpretate parte integrante dell’addestramento militare. I partecipanti al culto avrebbero così ricevuto una preparazione al loro futuro compito di cittadini-soldato (Pettersson, 1992).

Moneta con Apollo Carneo
Moneta d’argento di Metaponto con al diritto la testa volta a destra, probabilmente, di Apollo Carneo. Al rovescio, una spiga di grano e, nel campo a destra, la legenda META (fonte: © The Trustees of the British Museum. Shared under a CC BY-NC-SA 4.0 licence)

Riguardo le rappresentazioni di Apollo Carneo, esse erano caratterizzate da un’immagine teriomorfa a causa dell’associazione del dio con Karnos. Alcune testimonianze e vari ritrovamenti avvenuti in Laconia confermerebbero questo tipo iconografico: una stele ritrovata a Sparta, recante un’iscrizione dedicatoria (IG V,1, 222) a Carneo da parte di un certo Aiglatas per una vittoria nei giochi, riporta un rilievo nella parte superiore raffigurante le corna d’ariete. L’ariete può essere visto come un simbolo di comando dato che, ad esempio, attraverso il suo sacrificio veniva sancito il passaggio dai vecchi ai nuovi leader di Sparta, mentre la presenza dell’immagine di Apollo Carneo nelle altre città laconiche indicherebbe l’egemonia spartana su di esse. Le Carnee potrebbero essere state utilizzate da un punto di vista ideologico, proprio per legittimare la natura dominante di Sparta e l’immagine degli Spartani nella loro veste di conquistatori (Pettersson, 1992): ad esempio, lo stesso Pausania parla di “costume dorico” a proposito della presenza del tempio di Apollo Carneo a Cardamyle (Pausania, III, 26, 7).

Apollo era venerato a Sparta anche come Amyklaios, data la presenza di un importante santuario nella vicina città di Amicle, situata poco più a sud. Qui il culto del dio si univa a quello nei confronti di Giacinto (o Iacinto), probabilmente un’antica divinità simbolo di morte e rinascita della natura, progressivamente associata ad Apollo (Guarducci, 1984): tuttavia, secondo il mito sarebbe stato un giovinetto suo favorito ed ucciso accidentalmente da Apollo stesso, tanto da portare il dio ad istituire in Laconia un giorno di sacrifici commemorativi (al tragico evento è legata, tra l’altro, l’attribuzione del nome del giovane ad un fiore cresciuto sulla sua tomba) (Pausania, III, 19, 5). L’episodio di cui Giacinto è protagonista, può essere visto come un simbolo della “morte” adolescenziale necessaria all’ingresso nell’età adulta: non a caso Apollo era il dio della giovinezza, il che crea un legame tra lui ed il fanciullo, oltre a sottolinearne il rapporto intimo, da inserire nella dimensione dei riti di iniziazione e passaggio (Richer, 2004).

Come racconta Pausania, all’interno del santuario dedicato ad Apollo si trovava la tomba di Giacinto, a cui si accedeva tramite una porta di bronzo, dove il giovinetto riceveva offerte funebri simili a quelle di un eroe (Guarducci, 1984). Al di sopra della tomba, erano collocati un trono riccamente decorato ed una statua colossale del dio (LIMC II/1), alta circa trenta cubiti (Pausania, III, 18, 9; 19, 1-3), dando forma ad una struttura progettata dall’artista Baticle. Per quanto riguarda il trono, è probabile che in realtà fosse costituito da un insieme di più seggi, collocati ad un’altezza tale sopra al bomos (cioè altare e camera funeraria) ed attorno alla statua, in grado di indurre l’illusione che quest’ultima fosse seduta (Prontera, 1980/81; DNP 2). Delle scene raffigurate sulla sua superficie esterna, le prime nove potrebbero riferirsi alla mitica nascita di Sparta e della monarchia, seguite da altre nove inerenti al matrimonio e alla vita militare, ed otto forse relative al tema del potere. Le scene all’interno, invece, possono essere considerate una rivisitazione di quelle esterne (Richer, 2004): in ogni caso, i soggetti delle decorazioni presenti sul trono dovrebbero essere stati dipinti su tavole di legno (Delivorrias, 2009), fornendo comunque, dal punto di vista iconografico, un saggio dei rituali inerenti alla festa delle Giacinzie (Richer, 2004). La colossale statua di Apollo molto probabilmente non fu opera di Baticle: doveva trattarsi invece di uno xoanon arcaico in legno, praticamente gemello della statua dedicata ad Apollo Pitico sul Tornace. Era caratterizzata oltreché dalla presenza dell’arco, attributo tipico del dio, anche dalla più insolita lancia nella mano destra, elemento fondamentale dell’armamento oplitico, un segno interpretato da Prontera come simbolico della conquista dorica; secondo un’altra teoria di Prontera, le due statue avevano originariamente il ruolo di “sentinelle armate” del territorio spartano (Prontera, 1980/81). La tradizione racconta che, durante la battaglia di Amicle, Apollo sarebbe apparso agli Spartani con quattro mani e quattro orecchie, le sembianze nelle quali forse fu inizialmente scolpita la statua: la figura avrebbe successivamente subito un processo di “normalizzazione” e di restauro (venendo probabilmente ricoperta di bronzo), forse a seguito di un responso oracolare da Delfi (Prontera, 1980/81). Inoltre, il volto dello xoanon fu ricoperto con l’oro che Creso, re di Lidia, avrebbe donato a Sparta per decorare invece il simulacro di Apollo Pitico (Pausania, III, 10, 8).

Statua di Apollo e Giacinto
Apollo e Giacinto, di S. Ricci, 1810. Galleria d’Arte Moderna, Palazzo Pitti, Firenze (fonte: Wikimedia, licenza CC0)

Apollo e Giacinto erano onorati ad Amicle con la celebrazione delle Giacinzie, festa della durata di tre giorni (ma in origine è possibile arrivasse addirittura a dieci) (Erodoto, IX, 7-11), di cui ci è giunta una descrizione dettagliata da parte di Ateneo (IV, 139, D-F): il primo, era dedicato alla commemorazione funebre di Giacinto attraverso il digiuno, il silenzio ed il divieto di indossare corone, compiendo infine alla sera il sacrificio (enagismos) prescritto da Apollo verso il fanciullo. I giorni seguenti, erano invece caratterizzati da canti, danze, banchetti, spettacoli e sfilate ai quali partecipava tutta la popolazione spartana insieme, forse, anche a stranieri e schiavi (Guarducci, 1984); in particolare, durante un pasto chiamato kopis, veniva sostanzialmente manifestata la gioia per l’ascesa di Giacinto e della sorella Poliboia tra gli dei (Richer, 2004). La città si svuotava letteralmente per prendere parte alla festa e, attraverso una strada chiamata Yakinthis odos, aveva luogo una vera e propria processione fino ad Amicle. I ragazzi e le ragazze si esibivano nei cori, suonando il flauto (l’aulos, uno strumento fondamentale nella tradizione spartana, utilizzato per dettare il ritmo di marcia delle truppe) (Berlinzani, 2013) e la kithara, compiendo danze arcaiche e corse a cavallo. Le donne più giovani, ogni anno tessevano ed offrivano ad Apollo un chitone (Pausania, III, 16, 2), dopodiché salivano su dei carri decorati, destinati esclusivamente a loro (Pettersson, 1992).

La partecipazione praticamente totale della popolazione alle Giacinzie potrebbe indicarne la natura “rivoluzionaria”, per un temporaneo rinnovamento del mondo prima del ritorno all’ordine: la celebrazione finale della morte e dell’ascesa di Giacinto diventava così una metafora del trapasso di questa “nuova” società (Richer, 2004). Secondo la ricostruzione di Pettersson, la struttura della festa potrebbe essere divisa in due parti: la prima, aveva lo scopo di far accedere i partecipanti alla dimensione sacrale, perciò, forse, i divieti al cantare il peana e all’indossare corone d’edera indicavano l’assenza di Apollo. Invece, il sacrificio in onore di Giacinto potrebbe essere visto come tramite per il contatto tra i giovani iniziati e la morte. La seconda parte vedeva un netto cambiamento del rituale, al quale è possibile attribuire un carattere transitorio dedicato anche all’iniziazione dei ragazzi e delle ragazze spartani, partecipanti attivi alle celebrazioni. Un ulteriore elemento del rito era costituito da un pasto comune aperto a chiunque, indipendentemente dalla posizione sociale, ed al termine del divieto riguardante i canti e le corone, segno del ritorno del dio e del rinnovato contatto con lui (Pettersson, 1992).

Una venerazione particolare era quella riservata ad Apollo Lykaios, attributo sotto cui il dio veniva associato al lupo, considerato un messaggero proveniente dal mondo del caos verso quello dell’ordine, un tramite tra la dimensione sacrale e quella profana (Gershenson, 1992). In questo senso, esisteva un collegamento diretto al santuario di Delfi, col quale gli Spartani ebbero sempre un legame peculiare. Nella città sacra era presente la statua bronzea di un lupo, donata dalla popolazione locale: come ricorda Pausania (X, 14, 7), un ladro avrebbe rubato parte del tesoro di Apollo, nascondendosi poi sul monte Parnaso nel pieno della foresta. Quando si addormentò, venne ucciso da un lupo inviato dal dio che ogni giorno si recava a Delfi ululando, spingendo così gli abitanti a seguirlo e a ritrovare la refurtiva; da qui, l’introduzione di un culto di Apollo Lykaios (Gershenson, 1992). Sparta era strettamente legata alla città della Focide ed al suo santuario: qui il mitico legislatore Licurgo avrebbe ricevuto le indicazioni relative alla Grande rhetra, ed i re potevano contare su consiglieri detti pythioi, responsabili dei rapporti con Delfi. L’oracolo veniva consultato riguardo diversi aspetti, sia sociali (moralità pubblica e suntuaria), sia militari e di politica interna, con responsi manipolati di volta in volta a seconda delle esigenze (Scott, 2015). Non a caso, tra i culti spartani si annovera anche quello di Apollo Pitico, testimoniato dalla presenza del tempio e della statua sul monte Tornace: il santuario doveva trovarsi su una terrazza lungo la via che conduceva da Sellasia a Sparta, alla sinistra del fiume Eurota; la statua al suo interno, come già detto precedentemente, è da considerarsi gemella di quella ad Amicle, sebbene pare non abbia subito modifiche nel corso del tempo (Pausania, III, 10, 8; Prontera, 1980/81). Sparta continuò a intrattenere un rapporto privilegiato con Delfi ancora in epoca romana imperiale, nonostante la propria decadenza, ricevendo vantaggi relativi alla prossenia e stabilendo ulteriori legami grazie ad alcune famiglie aristocratiche; di conseguenza, le consultazioni oracolari degli Spartani proseguirono almeno fino al III secolo d.C. (Spawforth, 2002). Tornando ad Apollo Lykaios, un segno della devozione nei confronti del “dio-lupo” può essere indicato dall’utilizzo della sua immagine su monete lacedemoni di epoca romana (Grunauer von Hoerschelmann, 1978).

Dipinto di Apollo e Urania
Apollo, dio di Luce, Eloquenza, Poesia e Belle Arti con Urania, Musa dell’Astronomia, C. Meynier, 1798. Cleveland Museum of Art (fonte: Wikimedia, licenza CC0)

Infine, Sparta onorava Apollo attraverso la festa delle Gimnopedie, che in origine celebrava anche alcune battaglie, come quella del VI secolo a.C. vinta contro Argo (la “Battaglia dei Campioni”) e forse quella delle Termopili. Quest’ultima si celebrava nel corso del plenilunio, con una durata dai tre ai quattro giorni, terminando all’incirca tra la metà di luglio e quella di agosto (Richer, 2007). Sotto il dominio romano, le Gimnopedie erano ancora considerate tra le feste più importanti e attrattive di Sparta. Le celebrazioni erano parte integrante della formazione degli efebi, visto lo svolgimento di competizioni tra cori e di danze tradizionali (Pausania, III, 11, 9; Spawforth, 2002) che avevano luogo in una determinata area dell’agorà chiamata theatron, almeno fino alla costruzione del teatro in marmo di età augustea: se in età classica si esibivano anche cori formati da uomini adulti, in epoca romana i cori erano costituiti da giovani in fase di addestramento. La loro esibizione era considerata una prova di resistenza da parte degli efebi, avendo luogo durante le ore più calde della giornata, oltre ad essere un modo (insieme alle danze compiute da nudi, le gymnopaidike) (Luciano, De saltatione, 12) per onorare gli dei protettori della città (Pettersson, 1992), cantando versi poetici tradizionali a celebrazione dei coraggiosi e, soprattutto, di biasimo verso i codardi in guerra (Pettersson, 1992; Nobili, 2016). Il nome stesso della festa, “I Giochi Nudi”, indica l’importanza svolta al suo interno dalla nudità, intesa come perdita temporanea del proprio status. Il nudo a Sparta era legato unicamente ad alcuni rituali e classi di età: basti pensare all’himation, unico indumento indossato per un anno dai fanciulli all’inizio dell’agoge; probabilmente, quindi, la nudità simboleggiava il passaggio dei giovani spartani ad una nuova condizione sociale (Pettersson, 1992; Kennell, 1995).

Nonostante le sue numerose sfaccettature e la sua complessità, il culto di Apollo a Sparta ci fornisce perciò numerose indicazioni, non solo su aspetti politici regionali e panellenici, ma anche sulla vivacità religiosa e la tradizione rituale della città nel corso dei secoli.

Michele Gatto – Scacchiere Storico

Michele Gatto è uno studioso dell’antichità greca e romana, in particolare della Grecia in età classica e di Roma in età imperiale. È specializzato in Numismatica Antica. I suoi interessi arrivano a comprendere inoltre la storia bizantina.

Bibliografia

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Immagine di copertina: affresco di età augustea raffigurante Apollo Citaredo. Palatino, Parco Archeologico del Colosseo, Roma (fonte: Wikimedia, licenza CC0)

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Pubblicato da Scacchiere Storico

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