di Federica Fornasiero
«La crociata predicata da Urbano II nel 1095
segna l’inizio di una vera rivoluzione dottrinale.
La Chiesa cristiana, nell’arco di un millennio,
passa dal rifiuto della violenza guerriera
all’uso sancito delle armi,
dal pacifismo alla guerra santa, alla crociata» (Flori, 2003)
1. Introduzione
Durante l’XI secolo si assistette alla diffusione della pratica del pellegrinaggio verso i luoghi considerati sacri dalla tradizione cristiana: da Roma a Santiago di Compostela, fino alla Terrasanta, la cui meta principale era Gerusalemme e, quindi, il Santo Sepolcro. Il pellegrino – di qualsiasi estrazione sociale – partiva da solo o in gruppo per tre ragioni principali: adempimento di un voto, espiazione dei peccati, devozione. La Chiesa di Roma a questo punto iniziò a intravedere la possibilità di sfruttare questa pratica, spronando i fedeli a difendere o a riconquistare i luoghi sacri, strappandoli agli infedeli (soprattutto musulmani) anche con le armi. A tal proposito, a partire da Alessandro II nel 1064 e successivamente con Urbano II a Clermont nel novembre 1095, i pontefici via via promossero il pellegrinaggio armato con le cosiddette indulgenze, ossia la remissione dei peccati per chiunque partisse e desse il proprio contributo in difesa – e anche diffusione – della Fede in funzione antislamica (Barbero, 2015; Flori, 2003; Zorzi, 2016). La Terrasanta divenne pertanto la meta principale da sottrarre al nemico, in particolar modo all’Islam, e le crociate divennero ben presto «una forma molto particolare di pellegrinaggio» (Barbero, 2015).
2. Premesse alla prima crociata
La Città Santa – dapprima romana, poi bizantina; culla dell’ebraismo, del cristianesimo e infine dell’Islam – divenne araba nel VII secolo, quando venne sottoposta al califfato di Baghdad: da questo momento in poi, parte della sua popolazione iniziò a convertirsi alla religione islamica, creando una situazione di convivenza tra i tre monoteismi. Inizialmente, i rapporti tra Occidente e Medio Oriente furono pacifici, tanto che Carlo Magno stipulò diversi accordi con il califfato, anche per garantire i pellegrinaggi cristiani in sicurezza. Tuttavia, dall’XI secolo, il califfato arabo cadde sotto il giogo turco, che lo smembrò in califfati, emirati e sultanati indipendenti spesso in conflitto tra loro. I Turchi, a differenza degli Arabi, furono meno tolleranti e più bellicosi nei confronti della popolazione locale, dei pellegrini cristiani e dell’impero bizantino, il quale, minacciato, si vide costretto a rivolgersi all’Occidente in cerca di aiuto: appello che venne palesato durante il Concilio di Parma, antesignano di quello di Clermont del 1095. Sul fronte iberico, invece, all’avanzata araba si contrappose la Reconquista cristiana (718-1492) (Benedetti, 2015), esacerbando così i sentimenti di rivalsa contro l’Islam, che sfociarono successivamente e violentemente nelle cosiddette crociate. Per quanto riguarda invece la Chiesa romana, va sicuramente tenuto a mente che la Lotta per le investiture e la Riforma gregoriana avevano contribuito a dare una nuova organizzazione politico-giuridica alla Curia di Roma, e che la figura del pontefice andò imponendosi come guida spirituale e politica della Cristianità (Fornasiero, 2025); una comunità che – a seguito della disgregazione dell’impero carolingio – faticava a trovare equilibrio e la cui nobiltà feudale pareva essere ormai allo sbando, dedita soprattutto a razzie e violenze. Questa complicata situazione trovò una sorta di valvola di sfogo nella prassi del pellegrinaggio armato, che si tradusse in una vera e propria spedizione militare – dai tratti coloniali e con forti spinte religiose, politiche ed economiche – al fine di conquistare e di controllare il Medio Oriente, con la speranza di un lauto bottino spirituale ma anche materiale (Barbero, 2015; Benedetti, 2015; Demurger, 2010; Flori, 2003).
3. Urbano II, Clermont e l’indulgenza plenaria: l’inizio del pellegrinaggio armato dei crociati

Come si è anticipato, papa Urbano II “inventò” l’idea di crociata «in un momento in cui la Chiesa romana sta puntando decisamente a diventare la guida politica della Cristianità» (Barbero, 2015), in un momento cioè in cui l’impero era in crisi, ormai caratterizzato dalla proliferazione di signorie locali laiche ed ecclesiastiche, e da conflitti intestini. Infatti, una delle caratteristiche della prima crociata fu proprio l’assenza di partecipazione dell’imperatore e dei sovrani, compensata però dal protagonismo della Chiesa e dei feudatari, maggiori e minori o esponenti di rami cadetti generalmente estromessi dall’eredità familiare destinata solitamente ai primogeniti. Una seconda importante peculiarità di questo preciso periodo storico fu che la guerra e le conseguenti violenze iniziarono ad essere considerate non solo lecite, ma anche sante, degne di benedizione papale e doverose per potersi considerare un buon cristiano: fino all’XI secolo, la Chiesa ripugnava la violenza anche quando “giustificabile” (volta, per esempio, alla conversione dei pagani), peccato che in qualche modo doveva essere espiato e per il quale si sarebbe dovuto chiedere perdono. Urbano II invece non si limitò solo a ideare il concetto di crociata, ma addirittura arrivò a concedere la remissione dei peccati a chi avesse intrapreso il pellegrinaggio armato contro gli infedeli, di fatto dando un nuovo obiettivo soprattutto a quella nobiltà minore o cadetta dedita alla violenza, che rappresentava un grave problema in Occidente e per il papato, il quale era intenzionato a ripristinare ordine e pace delocalizzando i conflitti. Inoltre, al di là delle implicazioni economiche, politiche e sociali, il linguaggio utilizzato era attinente alla sfera religiosa: pellegrinaggio, martirio, remissione, infedeli (Barbero, 2015; Benedetti, 2015; Flori, 2003). In sintesi, «il papato avocava a sé l’uso consacrato delle armi, interveniva per porre fine alle guerre fratricide e mediava la riconciliazione tra potenze cristiane quale condizione per vederle impegnate in Oriente» (Benedetti, 2015).
La Chiesa, inoltre, se fino a questo momento aveva sostanzialmente cercato di condannare la guerra sulla scorta del messaggio diffuso dal Nuovo Testamento, chiedendo a chi la praticava per mestiere di purificarsi dal peccato, a partire dall’XI secolo tese sempre più a giustificarla in funzione antipagana – e quindi antimusulmana – come mezzo attraverso il quale giungere al proprio obiettivo, fino a renderla una sorta di dovere morale, una missione, un’occasione per ottenere il perdono dei peccati e un sacrificio che poteva culminare nel martirio (Flori, 2003).

Il 1095 fu un anno di svolta, durante il quale si tennero due concili che inaugurarono la prassi delle crociate: uno a Pavia e l’altro a Clermont, crocevia da cui solitamente partivano i pellegrini verso la Penisola iberica. Quella di Clermont fu un’assemblea in cui si discussero i punti salienti della Riforma ecclesiastica, soprattutto simonia e pace di Dio per porre fine sia agli abusi del clero, sia alla condotta anticristiana della nobilità. Il consesso radunò il papa, il clero e i cavalieri e feudatari franco-germanici; contestualmente, Urbano II pronunciò il celeberrimo Appello, con il quale il pontefice – per porre fine alle lotte fratricide, in risposta alla richiesta d’aiuto da parte dell’imperatore bizantino Alessio Comneno e probabilmente con la speranza di ripristinare lo scisma tra Chiesa occidentale e orientale (1054) – spinse l’aristocrazia a espiare i propri peccati con un pellegrinaggio armato in Terrasanta, il cui fine era la cacciata dei Turchi: si diede così formalmente inizio alla Prima crociata l’anno seguente, quando un primo contingente partì dapprima alla volta di Costantinopoli, seguito poi da un altro che proseguì, passando successivamente per l’Anatolia alla volta di Gerusalemme, città che capitolò nel 1099 (Barbero, 2015; Benedetti, 2015; Demurger, 2010; Flori, 2003; Zorzi, 2016; Tyerman, 2000).
Tra i crociati non vi furono però solamente nobili e cavalieri, ma anche una massa di popolani, talvolta emarginati, donne, bambini e chierici, in cerca di riscatto sociale, economico – allettati dalla prospettiva di guadagno e dalla possibilità di migliorare il proprio status – e religioso, in vista pertanto della remissione dei peccati come ricompensa spirituale per aver partecipato al pellegrinaggio armato e alla conversione – o in caso contrario allo sterminio – degli infedeli. Inizialmente, Urbano II – che, come si è visto, rivolse il suo appello a un’assemblea nobiliare – fu riluttante all’idea di un contingente popolare; tuttavia, non ebbe modo di fermare l’adesione anche delle fasce basse della cristianità occidentale. Questa massa – meno organizzata ed esperta rispetto agli eserciti nobiliari – si pose al seguito di Pietro l’Eremita, predicatore e figura carismatica non inquadrata ufficialmente nel clero, la quale – secondo la tradizione – non solo si fece portavoce del volere di Cristo, ma anche di quello del popolo. I suoi sermoni – tra Francia e Renania – e la sua persona, infatti, catalizzarono l’attenzione di uomini e donne, laici e religiosi, popolani e nobili, che – stando ai resoconti – lo veneravano come un santo capace di miracoli. Pietro si pose pertanto alla testa della cosiddetta crociata popolare, la quale marciò verso Costantinopoli in anticipo rispetto alle truppe guidate dal vescovo di Le Puy, ambasciatore pontificio e capo spirituale della crociata nobiliare (Benedetti, 2015; Demurger, 2010; Flori, 2003).
4. Deus Vult! La crociata popolare: massacri e saccheggi in nome di Dio

La prima popolazione a soccombere al fervore cristiano fu sicuramente quella ebrea: l’appello del pontefice a proteggere e a liberare la cristianità dagli infedeli, infatti, esacerbò l’odio religioso e razziale contro i cosiddetti “nemici di Cristo”, ebrei e musulmani, i primi rei di rinnegare il Messia e aver collaborato alla sua crocefissione, i secondi di occupare i luoghi sacri. Quando i pellegrini “popolani” iniziarono a marciare verso Costantinopoli, lasciarono dietro di loro una scia di sangue dalla Francia all’odierna Germania, ma anche lungo il Danubio: i primi pogrom antisemiti furono infatti portati a termine già in Occidente, quando ancora le truppe nobiliari non si erano né organizzate, né mosse. Gli scopi principali legati a questi massacri furono sostanzialmente economici: razzie, estorsioni e saccheggi al fine di recuperare ricchezze per poter finanziare il pellegrinaggio armato; oltre che religioso-escatologici, con la conversione forzata o la morte. Come si è anticipato, rispetto alle truppe cavalleresco-nobiliari, le frange popolari erano maggiormente indisciplinate e più inclini ad azioni spontanee, nonostante sottostessero a un’organizzazione militare con capi e gruppi armati di soldati. Pietro l’Eremita – sebbene abbia tentato di mantenere sotto controllo i suoi – non mancò di avallare azioni violente e ricatti. Ma in alcuni casi, come per esempio in Ungheria, queste milizie soccombettero alla reazione degli eserciti delle popolazioni aggredite. Un altro caso emblematico fu quello del massacro di Civetot: una volta giunta a Costantinopoli nel 1096, a causa di furti e saccheggi, le truppe popolari vennero spostate per volere di Alessio Comneno al di là del Bosforo, con la promessa di vettovagliamento. Essendo giunti in anticipo rispetto alle milizie del vescovo di Le Puy, l’attesa iniziò a spingere nuovamente dei gruppi di pellegrini ad aggressioni e furti, come già avvenuto a Nicea. Questi tentativi provocarono la reazione turca, che a sua volta suscitò sentimenti di vendetta tra gli occidentali, i quali organizzarono una spedizione armata allontanandosi così dal campo di Civetot: l’accampamento venne pertanto lasciato incustodito e difeso dai pellegrini più vulnerabili, come preti, donne, bambini e inermi, i quali vennero massacrati dai Turchi. L’esperienza della crociata popolare – la prima campagna militare e il primo esempio di pellegrinaggio armato – si concluse quindi nel 1096 nei pressi di Costantinopoli (Flori, 2003).
5. La crociata dei baroni, milites Christi
Gli eserciti crociati partirono da Occidente nel 1096 e giunsero scaglionati a Costantinopoli nel 1097, tra incomprensioni, riluttanze, liti e compromessi. Durante la prima crociata, questi ultimi non furono guidati da re come avvenne in seguito, bensì da esponenti dell’alta nobiltà e principi. Infatti, i re di Francia, Germania e Inghilterra vennero scomunicati proprio perché non parteciparono personalmente al pellegrinaggio armato, preferendo mandare dei vicari in proprio nome. Un esempio può essere Ugo di Vermandois, fratello del re di Francia e salpato da Bari in sua vece; fu il primo a giungere a Costantinopoli a seguito di un naufragio, tratto in salvo dall’imperatore bizantino.
Seguì invece la via aperta da Pietro l’Eremita, il duca lorenese Goffredo di Buglione: percorrendo l’Ungheria, venne costretto a lasciare in ostaggio il fratello Baldovino di Boulogne. Inoltre, rifiutò di giurare fedeltà vassallatica ad Alessio I, inaugurando un periodo di schermaglie e saccheggi, finché non cedette nel 1097, prestando giuramento all’imperatore e raggiungendo poi i suoi al di là del Bosforo.
Altro protagonista fu il normanno Boemondo di Taranto, figlio del Guiscardo ma estromesso dall’eredità, che – sebbene nemico dei bizantini – si astenne da saccheggi e giurò fedeltà al Comneno.

Se Ademaro, vescovo di Le Puy e legato pontificio, fu capo spirituale della spedizione, Urbano II vide in Raimondo di Saint-Gilles, conte di Tolosa, il capo militare.
Tra gli altri importanti capi vi furono Roberto di Normandia, Roberto di Fiandra e Stefano di Blois, che, come quasi tutti gli altri principi, giurarono fedeltà all’imperatore d’Oriente.
D’altro canto, Alessio I Comneno si assicurò di rifocillare – non sempre senza scaramucce e problemi – i crociati, proprio perché chiamati in aiuto contro i Turchi. Tuttavia, come si è visto, l’imperatore ne pretese un giuramento di fedeltà e il controllo delle terre eventualmente riconquistate a fine campagna; inoltre, non partì a capo della spedizione, suscitando il malcontento dei capi occidentali, già infastiditi dai compromessi che dovettero accettare in cambio di vettovaglie e del supporto militare da parte del contingente bizantino capitanato da Tatikios (Flori, 2003).
6. Le tappe verso la conquista di Gerusalemme
Quando le truppe si misero in marcia nel 1097, la prima città posta sotto assedio lungo la rotta verso la Terrasanta fu la anatolica Nicea, il cui sultano era momentaneamente assente per domare una rivolta. La città cinta dalle forze crociate si arrese dopo un breve assedio, compensando i soldati con monete d’oro, d’argento e bronzo, secondo rango. Sebbene Nicea capitolò senza nemmeno porre assedio, i pellegrini delusi si risentirono con Alessio I, reo – a loro avviso – di aver tramato con i Turchi. Gli eserciti si divisero in due contingenti per proseguire la marcia, che ebbe una battuta d’arresto a Dorileo, quando i soldati di Boemondo vennero attaccati dal sultano di Nicea. I crociati vinsero la battaglia, nonostante fossero gravemente decimati dai Turchi. A questo punto, a seguito di una seconda sconfitta, i Turchi optarono per “fare terra bruciata” durante la ripiegata, condannando di fatto gli occidentali agli stenti e alla perdita dei propri cavalli, e obbligando alcuni di loro a rinunciare alla spedizione. A trarre giovamento dalla situazione fu Baldovino: venne adottato dal sovrano armeno Thoros, che da lì a poco cadde nel corso di una rivolta. Il principe ereditò pertanto il trono di Edessa, che divenne così il primo regno latino in Oriente. Gli altri capi, in primis Goffredo, Raimondo e Boemondo, proseguirono verso Antiochia non senza problemi, ponendola sotto assedio. Gli eserciti iniziarono però a essere sfiancati da clima, fame, sete, malattie e dissenteria. Mossi dalla ricerca di rifornimenti, organizzarono delle spedizioni: Boemondo e Roberto di Fiandra però subirono un’imboscata, perdendo uomini e bottino. L’assedio divenne ancora più intollerabile a causa di una carestia e dalle incursioni nemiche, nonché dal fatto che Antiochia pareva inespugnabile. A tutto ciò si aggiunse la defezione dei soldati di Tatikios, seguita all’accordo intrapreso da Boemondo con una guardia armena, che avrebbe aiutato i crociati a penetrare le mura della città. E così fu: i crociati riuscirono a prendere Antiochia nel 1098, massacrando i Turchi, sebbene vennero posti a loro volta sotto assedio per sette mesi già dal giorno seguente la conquista, causando non solo perdite a causa della carestia e delle malattie, ma anche delle diserzioni. Nonostante i crociati fossero in crisi, riuscirono successivamente a respingere gli assalti nemici, aggiudicandosi definitivamente Antiochia, che passò sotto la reggenza di Boemondo. A questo punto, quanto rimase dell’esercito – alla cui testa vi furono Goffredo e Raimondo – partì alla volta di Gerusalemme, raggiunta inaspettatamente con il supporto dei governatori turchi di Aleppo e Damasco, e arabi (questi in funzione antiturca), che decisero di trattare con i crociati, agevolandoli. Venne dapprima conquistata Betlemme e poi Gerusalemme, anche grazie ai Genovesi che rifornirono i crociati del legname per costruire le macchine d’assedio. I contingenti capitanati da Goffredo e Raimondo assaltarono la Città Santa, massacrandone la popolazione. Il 15 luglio 1099 ebbe così fine la prima crociata con la conquista di Gerusalemme e della Terrasanta. Molti ritornarono in patria, Goffredo di Buglione ottenne il titolo di Difensore del Santo Sepolcro e a Pietro l’Eremita furono attribuiti la gestione delle questioni religiose e il controllo del clero latino e greco (Demurger, 2010; Flori, 2003): «l’obiettivo della crociata era stato raggiunto, ma con la liberazione della tomba di Cristo i crociati avevano anche conquistato dei territori. A Clermont, Urbano II aveva invitato a liberare Gerusalemme, non a creare degli Stati. Eppure fu esattamente ciò che accadde» (Demurger, 2010).

7. I regni cristiani: tra mobilità sociale e interessi economici
I dibattiti sulla Prima crociata aprono a riflessioni generalmente concentrate sulla portata e sulle intenzioni della stessa, considerata non solo una guerra santa, voluta da Dio per liberare i luoghi sacri dai Turchi, ma anche come “valvola di sfogo” dei conflitti interni all’aristocrazia franco-normanna, e ancora come vera a propria spedizione militare coloniale con finalità politico-economiche (Demurger, 2010; Flori, 2003; Tyerman, 2000).
Come si è visto, il pellegrinaggio armato – guidato soprattutto da esponenti della nobiltà feudale di Francia, Normandia, Provenza e Fiandre, ma anche dei normanni siciliani, e in primis dal legato pontificio Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy – giunse a Costantinopoli, da dove ripartì nel 1097, a seguito dell’accordo di lasciapassare concesso da Alessio I Comneno. I crociati volsero poi verso Nicea e successivamente ad Antiochia, che cadde nel 1098, per infine giungere a prendere Gerusalemme (Benigno, Donzelli, [et all.], 1998).
Dopo la conquista della Città Santa nel 1099, vennero costituiti i cosiddetti Regni cristiani, signorie e principati che furono assegnati ai capi delle diverse spedizioni, esponenti dell’élite cavalleresca, alcun dei quali in patria non avrebbero potuto ereditare il patrimonio familiare. A Goffredo di Buglione venne attribuito il Regno di Terrasanta, in difesa del Santo Sepolcro; a Boemondo di Taranto, il Principato di Antiochia; mentre Baldovino di Boulogne venne posto a capo della Contea di Edessa; infine, la Contea di Tripoli venne consegnata nel 1109 a Raimondo di Tolosa. I Regni cristiani d’oltremare ricalcarono l’organizzazione politica feudale tra signori e cavalieri; a difesa dei pellegrini vennero inoltre istituiti gli ordini monastici militari, come gli Ospedalieri nel 1099 e i Templari nel 1118, il cui clero era comunque soggetto a rispettare i voti di povertà, castità e obbedienza, sebbene fosse loro concesso l’uso delle armi e della violenza in difesa della Fede e nella lotta contro gli infedeli (Barbero, 2015; Flori, 2003; Zorzi, 2016).
8. Conclusione
Le cause della prima crociata furono soprattutto quattro: la prima, di motivazione puramente religiosa, vedeva nel pellegrinaggio armato un’occasione per liberare la Terrasanta dagli infedeli, in pratica giustificando l’uso della violenza come dovere spirituale; la seconda, invece, di ordine “coloniale” ed economico, si configurò sia come espediente risolutivo della violenza di quella società feudale dedita alla guerra, tramite la promessa di terre, bottino e riscatto sociale, sia come riconquista armata della Terra considerata Santa dalla cristianità; la terza, riguardava l’iniziale appoggio promesso dall’Occidente cristiano all’impero d’Oriente, che faticava a contenere i Turchi; infine, la quarta, di motivazione politica, concretizzò il ruolo del papa quale guida spirituale e non dell’Occidente cristiano, in un momento in cui l’impero – a seguito della Lotta per le investiture – non riusciva a imporsi come unico vero potere in Occidente (Flori, 2003).

Per citare Jean Flori, «la crociata non nasce spontaneamente, in quel 1095: essa è appunto il risultato finale della progressiva sacralizzazione della guerra, che è conseguenza poi del tentativo di santificare la causa da difendere […] e demonizzare i nemici» (Flori, 2003).
Per concludere, una precisazione: sebbene Urbano II possa essere considerato l’ideatore del pellegrinaggio armato in Terrasanta, il termine “crociata” non fu coniato dal pontefice, ma apparve solo nel XV secolo. Quello utilizzato dal papa fu invece crucesignatus, a indicare coloro i quali apponevano simbolicamente sulle proprie vesti una croce rossa, segno distintivo dei pellegrini con un preciso scopo, supportato e voluto dal pontefice, quindi da Cristo. In ogni caso, anche la diffusione di questo termine non avvenne prima del XII secolo per indicare specificatamente quello che successivamente venne riconosciuto come “crociato”, il quale inizialmente si considerava e veniva identificato come un pellegrino. Infatti, quanto meno formalmente, la spedizione si presentò come risposta alla richiesta d’aiuto avanzata da Alessio I Comneno e come l’opportunità per riconquistare la Terrasanta, mentre solo successivamente acquisì altri significati, anche simbolici. L’esperienza, inoltre, si inserì in un preciso contesto storico, di cui Urbano II può essere considerato uno dei maggiori protagonisti: riformista gregoriano, capo della Chiesa di Roma e della cristianità, esponente della nobiltà del tempo e abile predicatore (Demurger, 2010).

Federica Fornasiero – Scacchiere Storico
Federica Fornasiero è medievista di formazione, laureata in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano e diplomata alla scuola APD dell’Archivio di Stato di Milano. Ad ora è dottoranda presso l’Università degli Studi di Bergamo, con un progetto sull’emigrazione italiana nel XIX secolo. I suoi interessi principali sono la storia sociale, economica e di genere, ma non disdegna anche la storia delle chiese e delle eresie medievali.
Bibliografia
Barbero A., Benedette guerre. Crociate e jihad, Laterza 2015 (versione ebook); Demurger A., Crociate e crociati nel Medioevo, Mondadori 2010; Flori J., Le crociate, il Mulino 2003; Fornasiero F., “La lotta per le investiture: lo scontro epocale tra papato e impero”, in Rivista online di ricerca e divulgazione di Scacchiere Storico, 10 febbraio 2025, all’URL <https://scacchierestorico.com/2025/02/10/la-lotta-per-le-investiturelo-scontro-epocale-tra-papato-e-impero/> (consultato il 22.12.25); Storia del cristianesimo. L’età medievale (secoli VIII-XV), vol. II, a cura di Benedetti M., Carocci 2015; Storia medievale, a cura di Benigno F., Donzelli C. [et all.], Donzelli 1998; Tyerman G., L’invenzione delle crociate, Einaudi 2000; Zorzi A., Manuale di storia medievale, Utet 2016.
Immagine di copertina: Goffredo di Buglione nella sua torre d’assedio all’assalto di Gerusalemme, 15 luglio 1099, BNF ms. Français 22495 folio 69, XIV sec. (fonte: Gallica Digital Library, licenza CC0)
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