IL FASCINO DEL VAMPIRO TRA FOLKLORE E ILLUMINISMO

di Beatrice Cattaneo

Listen to them, the children of the night. What music they make!
― Dracula, Bram Stoker

La figura del vampiro, fortemente radicata nella cultura e nei contesti storici e geografici dai quali proviene, più che una semplice costruzione immaginifica risulta essere un mito connesso con tutto un mondo simbolico di credenze e superstizioni intimamente legate alle paure quotidiane. 

Nelle seguenti pagine viene analizzata la storia dell’arrivo in Occidente di questa figura, originata dal folklore dell’est Europa. L’incontro tra questi due mondi, avvenuto ai tempi dell’Illuminismo, ebbe alterne fortune e rappresentò un importante paradosso nell’epoca del razionalismo. 

  1.  Il vampiro approda nell’Europa occidentale

Differentemente da quanto si possa credere, la figura del vampiro immaginata da Bram Stoker, nel suo celeberrimo Dracula, rappresenta solo l’apice nella trasposizione letteraria di un mito che, in realtà, ha una lunga storia alle sue spalle. Il vampiro, creazione di stampo mondiale, era una figura estremamente cangiante e variò, nell’immaginario comune, tratti e abitudini a seconda dell’epoca storica e del contesto geografico di riferimento, andando a rappresentare di volta in volta delle paure differenti radicate all’interno di singole società in momenti particolari (Barber, 1988).

Il termine vampire entrò nella lingua inglese, approdando quindi nell’Europa occidentale, nel 1734, in una voce dell’Oxford English Dictionary. La leggenda riguardo queste creature della notte aveva, in quel periodo, iniziato ad avere grande fortuna in Germania, dove tantissimi trattati vennero prodotti sul tema. Questo entusiasmo nei confronti del tema sembrerebbe legato a doppio filo con la pace di Passarowitz, stipulata nel 1718, a causa della quale parte della Serbia e della Valacchia passarono sotto l’egida austriaca, provocando un inevitabile contatto culturale tra le diverse aree (Barber, 1988). Effettivamente i funzionari e i soldati dell’impero austriaco, stanziati in quei territori per la durata delle alterne vicende che caratterizzarono il conflitto austro-turco si trovarono a contatto diretto con le popolazioni locali e quindi anche con le loro credenze. Non mancarono perciò le loro testimonianze dirette concernenti il folklore locale, espresse attraverso missive e rapporti dettagliati indirizzati ai superiori (Petronio, 1999); fu proprio in questo periodo che i militari iniziarono a portare alla luce l’esistenza, all’interno dei territori balcanici, di una pratica locale piuttosto singolare: l’abitudine di esumare cadaveri ed assicurarsi che la loro morte non fosse solo apparente; fatto che stimolò enormemente la curiosità occidentale. La provenienza del vampiro da queste aree sarebbe dimostrata dall’etimologia della parola stessa, che sembrerebbe essere di derivazione slava; essa venne originariamente legata al termine stregone (ricollegandosi così alle attività magiche che nelle culture del sud-est europeo si imputavano al vampiro) e al verbo lituano wempti che significa bere (Petronio, 1999). 

Al di là delle origini del termine vampiro, questo mito ebbe rapidamente successo nell’Europa occidentale, arrivando ad essere citato da Voltaire nel suo Dictionnaire philosophique e venendo in seguito utilizzato da Buffon per denominare una specie di chirottero appena identificato in America meridionale (Petronio, 1999). Si parlava di vampiri nei luoghi emblematici della società illuminista: nei salotti, nei caffè, nei teatri e nelle sale di lettura, segno che il fenomeno doveva essere sicuramente entrato con prepotenza nell’immaginario occidentale. Le vicende di vampiri erano inoltre descritte in giornali famosi, a partire per esempio dagli articoli pubblicati sul Mercure galante, settimanale francese (Morris, 2015). 

2.   Il vampiro: una sfida al tempo dei Lumi

Il vampirismo e le leggende correlate a questo fenomeno entrarono quindi in contatto con la civiltà occidentale. Il revenant (un altro appellativo utilizzato per queste figure) rappresentava una sfida al nascente secolo dei Lumi, ma anche alla Chiesa Cattolica Romana e alle autorità politiche, che tanto cercavano di estirpare le superstizioni legate al folklore locale (Groom, 2019). Se da una parte, infatti, il vampiro rappresentava la conferma dell’esistenza di un certo tipo di sovrannaturale, dall’altra il sopraggiungere di queste creature nel Settecento illuminista minava le basi per la tanto desiderata società razionale; ecco allora che il vampiro venne a costituire una sorta di insanabile paradosso culturale.

Dissertazione sopra i vampiri, prima edizione, Napoli, Fratelli Raimondi, 1774.

La Chiesa Cattolica Romana ebbe un interesse particolare per il fenomeno dei vampiri del XVIII secolo: essi rappresentavano una sfida alla dottrina cattolica che, già messa alle strette dall’illuminismo, non poteva più permettersi di dare adito a superstizioni connesse a temi rilevanti come la morte e la vita dopo il trapasso. Impossibile da dimenticare, in questo senso, il lavoro di papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-58) che toccò da vicino la questione delle sepolture e delle superstizioni (tra le altre, con la bolla Ex quo singulari, del 1742). Teologo ed appassionato di medicina, il pontefice aveva assorbito l’ambiente della Bologna illuminista tanto da portare il modus operandi scientifico anche nel mondo religioso, dimostrandosi particolarmente agguerrito nei confronti delle superstizioni (Petronio, 1999). Successivamente gli uomini di Chiesa continuarono a occuparsi del tema, ne è esempio Giuseppe Davanzati, arcivescovo di Trani, che, nella sua Dissertazione sopra i vampiri, scrisse: «(…) ecco il Fenomeno dei Vampiri, a mio credere (…) ridotto a non aver altra esistenza se non che nella sola fantasia di coloro che li vedono (…) fantasia guasta e corrotta» (Davanzati, 1774). 

I vampiri sorsero nel periodo della scienza empirica e della medicina, differendo enormemente dai primitivi demoni gotici e assumendo, al contrario, un corpo terreno e una propria biologia che cozzava enormemente con la logica conosciuta. I vampiri sono mostri unici proprio perché imposero la loro esistenza in un mondo moderno razionale (Petronio, 1999); essi, innestandosi sulle carenze scientifiche e conoscitive e sfruttandone le ombre, portarono all’Illuminismo una nuova carica di superstizione, instillando così curiosità ed inquietudine nell’uomo contemporaneo e stimolando la fantasia di filosofi e scrittori. 

Anche a livello politico si impose come necessaria la conoscenza delle superstizioni dei territori conquistati proprio per avere così un maggiore controllo sulla popolazione. Non solo la Chiesa, quindi, ma anche i sovrani si attivarono sul tema, in uno sforzo teso alla modernizzazione dello Stato. In alcuni decreti Maria Teresa si concentrò proprio sul tema del vampirismo, impedendo alle comunità di disseppellire cadaveri in maniera indiscriminata; tale attività venne posta sotto il controllo dalle autorità politiche (che agivano in vece della sovrana), con l’ausilio di esperti medici. Tra le altre cose, attraverso questo gesto accentratore, Maria Teresa riuscì anche a scavalcare l’autorità delle chiese locali (Petronio, 1999).

I tentativi in atto per controllare il folklore popolare rientravano, più in generale, in una condivisa volontà da parte degli Stati nazione di affermare i valori moderni contro quelli tradizionali, ponendo la nascente borghesia illuminata come paladino della ragione contro ogni tipo di superstizione (Inoue, 2011). Le culture tradizionali si trovano così attaccate da un triplice fronte formato dalle massime autorità politiche, dalla Chiesa e dagli intellettuali borghesi ed illuministi. 

3.   Decapitazioni, aglio e biancospino: le epidemie vampiriche ed i mezzi per contrastarle

Il timore principale legato alla leggenda dei vampiri consisteva nel fatto che queste creature potessero fare del male dopo la morte, infettando le proprie vittime e trasformandole a loro volta in mostri (Inoue, 2011). Il termine infezione si lega ovviamente ad un ambito semantico di tipo medico ed in effetti si accenna spesso, in periodo illuminista, a dei veri e propri fenomeni di epidemie vampiriche; il vampiro, legato per antonomasia al sangue rese relativamente immediato l’instaurarsi di un legame tra revenants e malattia. 

In effetti, il sangue è sempre stato al centro di un insieme di credenze e superstizioni, legandosi alternativamente al concetto di mito salvifico e mortifero. La religione cristiana, ad esempio, sfruttata poi dai sovrani europei, rese il sangue di Cristo e dei santi un fluido dai poteri taumaturgici (si pensi ad esempio a I Re Taumaturghi, di Marc Bloch). Utilizzato come terapia prediletta dai potenti e dagli aristocratici, come Erzsébet Báthory, il sangue veniva assunto sotto forma di conserve, oppure mescolato con acquavite ed altre sostanze dai millantati poteri terapeutici (Camporesi, 2017). 

Le credenze relative a questo tema arrivarono quindi a legarsi  indissolubilmente alla figura del vampiro. Il sangue era intimamente connesso al concetto di vita e l’assenza di esso alla morte: queste creature della notte rappresentavano quindi, in questa dicotomia, la negatività e l’ombra. (Camporesi, 2017). Per tutte queste ragioni il vampirismo si prospettò inizialmente come una vera e propria epidemia e venne addirittura collegato alla diffusione della peste; nelle comunità le persone morivano a grappoli per cause che non venivano comprese ma che risultavano estremamente contagiose: il timore era quindi la morte stessa, che si tentava di spiegare o esorcizzare attraverso superstizioni e credenze (Petronio, 1999). Il vampiro assunse quindi il ruolo di capro espiatorio contro fenomeni inspiegabili, così come era stato per le streghe; la caccia alle streghe, tuttavia, aveva una storia lunghissima in Occidente, mentre le epidemie vampiriche si legavano a dei fenomeni nuovi e sospetti, a maggior ragione perché provenienti da luoghi remoti e con culture molto differenti (Morris, 2015). 

Per comprendere le difficoltà dell’incontro tra cultura occidentale settecentesca e la millantata diffusione dei vampiri balcanici bisogna, in effetti, analizzare le diverse sfaccettature dei sistemi socioculturali connessi a questi due ambiti: tra sistemi tradizionali del sud-est europeo e mondo moderno illuminista vi era infatti un conflitto insanabile. È necessario perciò contestualizzare questa superstizione riconducendola alle credenze tradizionali dalle quali essa proviene, soprattutto quelle riguardanti la paura della morte (Petronio, 1999). 

La morte, nel sistema culturale balcanico, non era percepita come la fine dell’esistenza, ma come un viaggio dalla dimensione corporea ad una dimensione altra: il rito di passaggio tra queste due dimensioni era coadiuvato dall’aiuto di tutta la comunità. Nello specifico il controllo del trapasso del defunto era un aspetto fondamentale, poiché attraverso l’incompletezza dei riti funebri o a causa di un loro svolgimento errato si sviluppava la figura del vampiro; esso era concepito, infatti, nientemeno che come un defunto la cui anima era bloccata nella fase liminare e che non poteva, quindi, né tornare in vita né procedere verso la morte (Barber, 1988). La condizione del revenant veniva identificata anche con il termine di maledizione e lo dimostra la tendenza ad utilizzare il termine “dare pace” durante l’uccisione di un vampiro (Petronio, 1999). 

La comunità dei vivi era quindi chiamata a vigilare sulle pratiche funerarie, che assumevano l’obiettivo di garantire il riposo sereno dei propri morti, facendo sì che non tornassero a tormentare gli altri viventi. A tale scopo si svilupparono metodi apotropaici e superstizioni dai caratteri variabili; questi riti si basavano sulle credenze legate al folklore locale, che differivano di paese in paese, a causa delle diverse tradizioni culturali: in Pomerania, ad esempio, si poneva un lume nella tomba al defunto, per permettergli di vedere la strada per il cielo. In generale, anche gli oggetti del corredo funebre avevano un ampio significato simbolico: in Serbia e in Romania veniva posto dell’incenso negli orifizi dei cadaveri, in Bulgaria venivano utilizzati miglio e aglio per il medesimo scopo; alle volte venivano posti nelle tombe anche i semi di papavero, che si diceva causassero sonnolenza. I revenants venivano anche collegati a una sorta di fame insoddisfatta in vita, per queste ragioni i defunti venivano spesso seppelliti con un corredo composto da cibo e acqua (Barber, 1988). Per quanto riguarda la mobilità fisica del cadavere, si ricorreva invece a diverse strategie per fare sì che i morti non uscissero dalle tombe: in Bulgaria, ad esempio, i defunti venivano avvolti in un tappeto, ma più spesso i cadaveri venivano decapitati, cremati o venivano loro spezzate le gambe (Barber, 1988). 

La gravità e l’importanza assegnate a queste risoluzioni sono facilmente comprensibili se si pensa che si arrivava addirittura a deturpare i cadaveri dei propri cari per tutelare il resto della comunità. I vampiri, considerati soliti trasmettere agli altri la loro condizione, erano un fenomeno pericoloso: un solo mostro sfuggito al controllo della comunità poteva causare danni enormi. 

4.    Dal vampiro del folklore al vampiro ottocentesco

Il vampiro del folklore balcanico differisce completamente dal vampiro moderno. La creatura della tradizione non era infatti nobile, sublime o elegante come il celeberrimo Dracula di Bram Stoker; essa, al contrario, era genericamente raffigurata come grassa, rubiconda e barbuta e la sua immagine rispecchiava totalmente quella del tipico uomo di campagna (Inoue, 2011).  

È questa la raffigurazione che emerge anche da due casi particolarmente conosciuti e documentati; il primo di questi è quello di Arnod Paole, paesano serbo il cui ritorno dalla morte venne ampiamente descritto dalle cronache di un chirurgo dell’armata austriaca, Johann Flückinger (Morris, 2015). Il secondo caso, narrato da Pitton de Tournefort, riguardava un vampiro di Mykonos (Petronio, 1999).

Il vampiro folklorico non era una figura psicologicamente complessa e non svolgeva azioni coerenti; esso possedeva tutte le caratteristiche fisiche alle quali la decomposizione lo portava: gonfiore, cambiamenti di colore, il ritirarsi della carne (e quindi l’emergere maggiore di denti e unghie), i residui di sangue dovuti alla fuoriuscita del liquido dagli orifizi (accentuato dal fatto che nell’Europa dell’est si era soliti seppellire i cadaveri a faccia in giù) ed infine i rumori (causati dalle emissioni di gas). Al tempo, un cambiamento in un defunto significava presenza di vita, perché i processi chimici e biologici di decomposizione non erano conosciuti (Barber, 1988); tutte queste caratteristiche si ripercossero fortemente sull’immagine del vampiro folklorico: ladro di sangue dai lunghi canini affilati e dall’aspetto rigonfio (Petronio, 1999).

Il contrasto tra razionale ed irrazionale nel periodo illuminista, e soprattutto agli albori del XVIII secolo, si rese ancora più visibile nella produzione letteraria, la quale trovò nel romanzo il luogo privilegiato di espressione. Alla nascita del romanzo realista nella prima metà del Settecento, seguì infatti un particolare gusto per situazioni cariche di pathos e di angoscia. Ecco spiegata quindi la popolarità (paradossale in un periodo che cercava la razionalità) del romanzo sentimentale, fondamentale per il successivo sviluppo del romanzo gotico; è infatti nel romanzo d’amore che si iniziò ad intravedere la possibilità che la ragione illuminista potesse rovinare sotto il peso del sentimento (Petronio, 1999).

È in pieno diciottesimo secolo che comparve quindi il romanzo gotico, caratterizzato dal gusto per un tipo di bellezza morbosa imperfetta. Si scoprì così come il fascino potesse risiedere nella paura e negli oggetti del terrore e si fece strada una diversa considerazione della storia passata nell’ottica di un recupero sostanziale del “primitivo” e del “non civilizzato”, con una grande attenzione verso il medioevo. Il genere gotico, idealmente nato con la pubblicazione de Il castello di Otranto, di H. Walpole (1762) ridiede luce al soprannaturale, in un gioco paradossale per l’era della ragione (Orlando, 2015). È in seno a questo nuovo genere che trovò rinnovata fortuna il vampiro: tra tematiche di follia, abisso, poesia sepolcrale, ma anche di amore e morte.  

Il romanzo gotico si sviluppò all’alba della civiltà industriale: lo spostamento verso le aree urbane, la regolarizzazione dei modelli di lavoro spinsero l’individuo a sentirsi in balia di forze che sfuggivano alla sua comprensione e al suo controllo. Da mettere in rilievo nell’esaminare la ricomparsa del vampiro nella letteratura europea vi è sicuramente il processo di rivalutazione progressiva del mondo popolare, che ebbe il suo culmine con il Romanticismo. La figura del vampiro venne così riportata all’attenzione degli occhi europei, in un meccanismo di riscoperta e di reinvenzione della tradizione; essa venne, da un lato, ricollegata all’universo folklorico originario dell’est Europa, ma dall’altro ne venne sistematicamente allontanata, arricchendosi di particolari nuovi intrisi dei topoi romantici occidentali. Il vampiro, dall’essere un mostro grottesco e spaventoso, divenne un individuo affascinante e nobile, strettamente connesso al mondo sociale e con delle profonde sfumature introspettive ed emotive (Inoue, 2011). 

Di grande successo fu, primo fra tutti, Il Vampiro di John William Polidori. Il protagonista, Lord Ruthwen, conservava i tratti tipici della temperie spirituale romantica: un byroniano dandy impenetrabile e seducente. Dal punto di vista fisico la creatura della notte del folklore venne quindi dimenticata, fondando così la nuova immagine del vampiro dalla fisionomia tipicamente gotica e miltoniana: una creatura pallida ed estremamente affascinante. Il vampiro della letteratura europea ottocentesca non poteva certo avere l’aspetto di un contadino serbo o greco, questo semplicemente perché non avrebbe colpito minimamente l’immaginario occidentale borghese (Petronio, 1999). 

Il Vampiro del Polidori, ad ogni modo, fissò alcuni codici che non vennero più abbandonati dalla rappresentazione letteraria. Il vampiro mantenne il carattere di sovvertitore dell’ordine costituito, ma nel pieno dell’età borghese assunse anche caratteri spiccatamente antiborghesi, infatti venne spesso dipinto come figura di estrazione sociale aristocratica. Il vampiro divenne così la rappresentazione di una classe sociale mitizzata e legata iconicamente al sangue, ma soprattutto il suo carattere di defunto venne ironicamente collegato alla morte dell’aristocrazia (Petronio, 1999).

Questo personaggio letterario si affermò come figura nella quale gli scrittori romantici riversarono le paure ed angosce proprie dell’uomo compiutamente secolarizzato.

Illustrazione contenuta all’interno dell’edizione di Carmilla del 1872,
realizzata da David Henry Friston (fonte: Wikimedia)

Polidori venne seguito con successo da Joseph Sheridan Le Fanu, con Carmilla (1871), ed infine dalla nascita del vampiro più famoso, Dracula, grazie alla penna di Bram Stoker. A partire dal 1897, anno della pubblicazione del testo di Stoker, la rappresentazione del vampiro non fu più la stessa; il Conte Dracula, personaggio complesso e colorato dei contrasti dell’epoca tardo vittoriana, cambiò totalmente la percezione di queste creature. Stoker si dimostrò interessato al patrimonio folklorico balcanico, ambientando l’opera fra Londra e la Transilvania e dotando il vampiro dei tradizionali poteri magici. Inoltre, attraverso questo testo, venne ad instaurarsi un legame fortissimo tra il vampiro e la figura storica del feroce voivoda valacco Vlad III (1431-76). Grazie alla potenza evocativa e simbolica di Stoker, Dracula assunse la rappresentazione stereotipata dell’aristocratico con modi affascinanti e un forte disprezzo verso l’uomo comune. Il Conte, a differenza del vampiro folklorico, non agisce in modo casuale, ma segue un piano ben preciso: il fatto che sia una figura intelligente e ambiziosa fu la vera innovazione operata da Stoker. Gli antagonisti di Dracula sono composti dalla tipica famiglia borghese e da Van Helsing, unione perfetta di scienza e fede (Petronio, 1999).  

Vlad Tepes (fonte: Wikimedia)

Il vampiro, insediandosi in un sistema dai comportamenti definiti giocò con i ruoli sociali stessi, insinuandosi nei salotti borghesi e approfittando della modernità e delle sue leggi. Il recupero di questa figura del folklore si realizzò quindi come prodotto della modernità borghese e delle sue contraddizioni insolubili. 

Il vampiro ha, quindi, all’interno della storia, soprattutto nella cultura e nella tradizione, un ruolo ben più ampio di quello eminentemente letterario. Come ogni superstizione, mito o leggenda, la sua presenza ed il suo successivo recupero nell’universo occidentale furono carichi di significato ed estremamente rappresentativi della società del tempo. 

Beatrice Cattaneo – Scacchiere Storico

Beatrice Cattaneo si è laureata in Scienze Storiche con una tesi in storia moderna. I suoi interessi variano dalla Rivoluzione francese a quella americana, fino al periodo napoleonico. È anche una grande appassionata delle storie dei viaggi di esplorazione e di storia culturale, ma anche delle grandi guerre. Più di tutto però ama i libri e i gatti.

Bibliografia 

Barber P., Vampires burial and death, London, Yale University press, 1988; Bloch M., I re taumaturghi, London, Einaudi, 1988; Camporesi P., Il sugo della vita, simbolismo e magia del sangue, Milano, Il Saggiatore, 2017; Davanzati G., Dissertazione sopra i Vampiri, Napoli, stampato presso i Fratelli Raimondi, 1774; Groom N., Vampiri, una nuova storia, Milano, Il Saggiatore, 2019; Inoue Y., Contemporary Consciousness as Reflected in Images of the Vampire, Jung Journal: Culture & Psyche 5 no. 4, 83-99, doi:10.1525/jung.2011.5.4.83, 2011; Le Fanu J. S., Carmilla, Milano, Feltrinelli, 2016; Morris K., Superstition, Testimony, and the Eighteenth-Century Vampire Debates., Preternature: Critical and Historical Studies on the Preternatural 4 no. 2, 181-202, doi:10.5325/preternature.4.2.0181, 2015; Orlando F., Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura – Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Torino, Einaudi editore, 2015; Petronio M., Dai vampiri al Conte Dracula, Palermo, Sellerio editore, 1999; Polidori J.W., The Vampyre, Oxford, Oxford University Press, 2016; Stoker B., Dracula, Milano, Mondadori, 2019; Walpole H., Il castello di Otranto, Milano, Mondadori, 2019.

Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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