TRINCEE IN AFRICA AUSTRALE

Il conflitto anglo-boero e lo sviluppo della guerra moderna

di Davide Longo

1. Introduzione

Molto spesso ancora oggi la Prima guerra mondiale, non solo sulla stampa mainstream ma anche in certi contesti specialistici, viene trattata come un fatto del tutto nuovo nel panorama globale che precede il 1914. Troviamo spesso affermazioni di un certo tenore, che descrivono la Grande Guerra come fattore dirompente che sorprese le elites militari europee e che presentò per la prima volta delle caratteristiche militari del tutto inedite per l’epoca.

Lungi dal voler minimizzare il ruolo di cambiamento epocale che la Grande Guerra ebbe in ogni ambito della vita civile e militare dell’Europa dell’epoca – un discorso parzialmente diverso può essere fatto, invece, per certi altri scenari della guerra, soprattutto quello africano – il presente articolo si propone di evidenziare che vi furono, nei decenni che precedettero la guerra, casi specifici in cui certe operazioni militari limitate non solo si strutturarono in maniera molto simile a quelle della Grande Guerra, ma vennero anche percepite – almeno in certi ambienti specifici – come “nuove” e “inedite” ben prima della deflagrazione del conflitto mondiale. Nello specifico, molte operazioni militari svolte durante la prima e la seconda guerra anglo-boera presentarono delle caratteristiche nuove, che più avvicinano ai nostri occhi quelle esperienze belliche a quanto avvenne perlomeno sul fronte occidentale e meridionale europei della Prima guerra mondiale, mentre un discorso diverso potremmo fare per il fronte orientale, un contesto in cui la guerra di posizione non raggiunse mai la rilevanza che ebbe sulla Bainsizza o sull’Isonzo, a Verdun o nella battaglia della Somme.

Il generale Colley poco prima della propria morte (fonte: Illustrated London News, 1902)

Questi casi di guerra guerreggiata trasformatasi in guerra di posizione, con il coinvolgimento seppur parziale di civili, con la costruzione di trincee e con l’esperienza del fuoco di mitragliatrici e armi a ripetizione sulla fanteria, diedero origine – almeno all’interno dei circoli militari delle varie nazioni europee – a un intenso dibattito sulle novità che le guerre a fine ottocento avevano presentato se confrontate alle grandi battaglie di epoca napoleonica, che tanta scuola avevano fatto almeno fino alla battaglia di Sedan del 1870. Particolarmente intenso fu il dibattito che si strutturò attorno alle guerre anglo-boere nei circoli militari inglesi, francesi e perfino del giovanissimo Regno d’Italia. Questo articolo vuole prendere le mosse proprio da un’analisi di questo conflitto per descrivere quelli che furono alcuni degli eventi che anticiparono la conduzione militare della Prima guerra mondiale, le caratteristiche tattiche e strategiche di molte delle sue battaglie più rilevanti e risolutive e infine anche certi risvolti sociali della guerra – come la presenza di milizie non convenzionali – che più che la Grande Guerra richiamano oggi alla mente il secondo conflitto mondiale e le guerre successive.

2. Le novità tattiche della guerra anglo boera

Sin dall’epoca delle guerre napoleoniche la visione strategica prevalente in tutti gli stati maggiori degli eserciti europei fu quella della superiorità dell’offensiva sulla difensiva: le battaglie venivano combattute da masse di uomini che in buona parte dei casi, almeno sui teatri convenzionali di guerra, marciavano compatti gli uni contro gli altri impegnando il nemico con scariche di fucileria in successione. Infatti, anche se dopo la Rivoluzione americana gli eserciti europei cominciarono a formare piccoli reparti di tiratori scelti che combattevano in ordine sparso e in formazioni estremamente mobili, «la maggior parte della truppa continuò a essere formata da fanteria di linea, che combatteva in formazione serrata e manovrava meccanicamente obbedendo agli ordini stereotipati degli ufficiali» (Barbero, 2003).

In questa visione la fanteria giocava un ruolo fondamentale e i generali facevano affidamento sul numero e sulla disciplina degli uomini per uscire vittoriosi dallo scontro, relegando l’artiglieria a un ruolo di supporto della fanteria e della sua propensione offensiva sul campo di battaglia, utilizzando invece la cavalleria per inseguire il nemico in fuga. Come scrive lo studioso Alessandro Barbero, «il combattimento a fuoco della fanteria schierata in linea, l’avanzata in massa con la baionetta in canna nella speranza di provocare il crollo morale del nemico, la carica di cavalleria alla sciabola, il martellamento di un’artiglieria mobile e aggressiva erano ancor sempre gli ingredienti principali della battaglia» (Barbero, 2003). In altre parole, nella mentalità degli ufficiali superiori la vittoria sul campo veniva assicurata dall’offensiva della fanteria.

La guerra anglo boera mise in crisi questa prospettiva, evidenziando i cambiamenti tattici che le innovazioni tecnologiche imponevano. L’efficacia delle nuove armi moderne, della polvere da sparo senza fumo, ma anche l’adozione di una tattica difensiva, con la costruzione delle trincee e la rinuncia all’attacco frontale in campo aperto, permisero ai boeri di tenere in scacco la più grande potenza militare del tempo e dimostrarono – almeno secondo tutto un settore di commentatori e teorici militari europei – una nuova supremazia della difensiva sull’offensiva, supremazia che venne poi drammaticamente confermata sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale.

Sulla persistenza della visione tattica napoleonica, egemone negli stati maggiori europei ancora a inizio Novecento, e sulla importanza della guerra anglo boera come spartiacque nello sviluppo di una nuova tattica scrisse il generale di divisione francese Oscar de Negrier in un articolo del 1904: «la guerre sud-africaine comporte-t-elle des enseignemens dont les armées continentales peuvent tirer profit? Certains professeurs d’art militaire le nient, et particulièrement ceux qui, voyant dans l’histoire des campagnes napoléoniennes l’évangile de la science stratégique et même tactique, s’obstinent à vouloir appliquer avec les armes nouvelles les procédés d’autrefois». (De Negrier 1902, p. 721). Anche secondo lo studioso Franco Beretta «la guerra anglo boera ebbe un ruolo importante nello studio dell’evoluzione tattica perché ripropose all’attenzione dei militari il problema dell’accresciuta efficacia delle moderne armi da fuoco e del vantaggio che il loro impiego poteva assicurare alla difensiva». (Beretta 2008 p. 14)

Dal 1806 gli inglesi avevano occupato la colonia olandese del Capo e i boeri, quasi tutti di origine olandese, erano migrati più a nord, dando vita a numerose repubbliche poi unite nello Stato Libero dell’Orange. Oltre sessant’anni dopo, i boeri del Transvaal, uno dei territori occupati dagli inglesi, si erano ribellati al dominio britannico e dopo un breve conflitto nel 1881 – la prima guerra anglo boera – avevano ottenuto una larga autonomia e l’autogoverno del Transvaal sotto una teorica supervisione dell’Impero britannico. Tuttavia, a seguito della scoperta di importanti giacimenti auriferi, gli inglesi svilupparono un maggiore interesse nei confronti della regione. I boeri del Transvaal, sotto la guida del presidente Paul Kroger, entrarono di nuovo in conflitto con i britannici, rivendicando la piena indipendenza, in alleanza con lo Stato Libero dell’Orange. Questa seconda guerra anglo boera si articolò fra l’ottobre 1899 e l’ottobre 1900, con strascichi fino al 1902 sotto forma di guerriglia boera contro le truppe britanniche, e può essere divisa in tre fasi (Pakenham 1979).

Nella prima fase i boeri penetrarono nei territori della Colonia del Capo, assediando le città di Kimberley, Mafeking e Ladysmith. Già in questo primo periodo alcuni scontri a fuoco evidenziarono le nuove caratteristiche del conflitto in corso.

3. I primi scontri: Talana, Elandslaagte, Colenso.

Le colonie britanniche nell’Africa australe all’inizio della Seconda Guerra Boera (fonte: Wikipedia, 2022)

Il 20 ottobre nella battaglia di Talana una divisione di circa 4.000 britannici attaccò oltre 3.000 boeri che si erano impadroniti, nella precedente battaglia di Kraaipan del 12 ottobre, di alcuni rifornimenti inglesi: sette cannoni, numerosi fucili e relative munizioni e una gran quantità di vettovaglie. Durante la battaglia i boeri adottarono una tattica difensiva, trincerandosi e difendendo la posizione con precise scariche di fucileria. Di contro, i britannici attaccarono le posizioni boere in campo aperto, adottando una tattica offensiva. I britannici vinsero lo scontro, obbligando i boeri a una ritirata strategica, ma subirono perdite inaspettatamente elevate: circa 250 inglesi persero la vita, mentre le perdite boere ammontarono a meno di un centinaio di uomini (Pakenham, 1979).

Nella battaglia di Elandslaagte del 21 ottobre, allo stesso modo, i britannici ottennero una momentanea vittoria contro le forze boere del comandante Johannes Kock, composte da alcuni commandos che avevano perso contatto con il grosso delle truppe d’invasione. Anche in questo caso i boeri si trincerarono e i britannici riuscirono ad aver ragione della resistenza boera solo subendo importanti perdite e adottando una tattica sì offensiva, ma basata sull’avanzata in ordine sparso, in modo da offrire bersagli meno facili agli ottimi tiratori boeri. Due vittorie britanniche, dunque, che però evidenziarono i vantaggi della tattica difensiva boera e della trincea e sottolinearono la necessità di rivedere le formazioni di fanteria da parte degli attaccanti: non più una massa di uomini che marciava compatta, ma piccoli gruppi di soldati che avanzavano in ordine sparso verso le posizioni nemiche, riparandosi grazie alle asperità del terreno (Pakenham, 1979).

Nella seconda fase della guerra, fra il novembre 1899 e il febbraio 1900, un corpo di spedizione inglese guidato dal generale Redvers Buller giunse nella zona delle operazioni. Una parte dell’esercito, comandata dallo stesso Buller, si diresse verso Ladysmith, per spezzare l’assedio posto dai boeri alla città, mentre una seconda parte del corpo di spedizione, al comando di Paul Methuen, si mosse in direzione di Kimberley, anch’essa assediata dalle truppe boere. È in questa seconda fase che si verificarono le battaglie che più accesero il dibattito europeo attorno alla guerra anglo boera. L’esercito del generale Buller venne infatti fermato sul fiume Tugela, con le battaglie di Spion Kop, Vaal Krantz, Colenso, mentre le colonne di lord Methuen vennero inchiodate dai boeri sul fiume Modder nelle battaglie di Modder River e di Magersfontein.

La battaglia di Colenso, ad esempio, rappresenta in modo evidente le nuove caratteristiche della guerra in corso. Il 15 dicembre 1899 il generale Buller arrivò con i suoi uomini in vista della città di Ladysmith, assediata dai boeri. Per raggiungere l’insediamento e spezzare l’assedio, i britannici avrebbero dovuto attraversare il fiume Tugela, presidiato a riva dalle truppe nemiche. Piuttosto che cercare un guado più a monte o più a valle per aggirare i boeri e riuscire ad attaccarli sul fianco con una manovra avvolgente, il generale Buller decise di muovere contro il nemico un assalto frontale, schierando la fanteria al centro, in ordine compatto, e la cavalleria ai lati. I boeri invece si trincerarono sulla riva del fiume Tugela, schierando i temibili fucilieri, una mitragliatrice Maxim e alcuni pezzi di artiglieria. I britannici potevano contare su una notevole superiorità numerica: 14.000 fanti e quasi 3.000 cavalieri, con decine di cannoni – che però erano poco efficaci in un contesto di offensiva della fanteria – contro i circa 4.000 fucilieri boeri. Tuttavia la superiorità delle tattiche difensive assicurò la vittoria a questi ultimi: quando la quinta brigata del generale Hart, composta da reggimenti irlandesi, attraversò il fiume, i boeri aprirono il fuoco. La precisione dei fucili a ripetizione usati dalle truppe del Transvaal, i nuovi Mauser Gewehr 98 con caricatore da cinque colpi, unita alla grande potenza di fuoco di mitragliatrice e artiglieria causò la disfatta dei britannici. La brigata del generale Hart venne distrutta dopo che per ben cinque volte cercò di oltrepassare i reticolati di filo spinato posti a difesa delle trincee boere. La quarta brigata britannica, al comando del generale Lyttleton, venne mandata in soccorso degli uomini di Hart, ma fu respinta provocando uno sbandamento degli uomini al centro della formazione inglese, e il generale Buller non poté far altro che ordinare la ritirata. Simile sorte ebbero i britannici nella battaglia di Spion Kop, dove 4.000 fucilieri boeri con quattro cannoni riuscirono a respingere oltre 30.000 inglesi e il loro parco d’artiglieria di 36 pezzi (Pakenham, 1979).

La tattica difensiva messa in atto dai boeri a Colenso è ben descritta da un aneddoto a proposito del generale boero Louis Botha riportato da Camillo Ricchiardi, comandante della Legione italiana – oltre 400 uomini – che si schierò al fianco dei boeri contro l’esercito britannico. Camillo Ricchiardi scrive nel suo diario che a Colenso gli inglesi ebbero «2500 morti, 2000 e più feriti, i boeri 14 morti e 21 feriti; tra questi, io fui colpito alla gamba destra. Si fu allora che il generale Botha sorridendo mi disse: la prossima volta vi nasconderete meglio; parole che esprimono la tattica boera, di colpire e non essere colpito» (Filesi, 1987)

4. Le battaglie di Modder River e Paardeberg

La battaglia del Modder River, iniziata il mattino del 28 novembre 1899, fu altrettanto disastrosa per i britannici. Anche in questo caso i boeri si trincerarono nei pressi di un corso d’acqua, o meglio alla convergenza di due fiumi, il Modder e il Riet, pur essendo in inferiorità numerica. L’esercito inglese comandato dal generale Methuen cominciò la battaglia con un violento fuoco di artiglieria contro le posizioni nemiche. Tuttavia le trincee boere, ben nascoste fra alberi e arbusti, non subirono grandi danni e i colpi inglesi distrussero soprattutto le case dell’insediamento limitrofo, ormai disabitato. Alla fine del breve bombardamento d’artiglieria, lord Methuen fece avanzare in ordine compatto il grosso dei suoi uomini, ma l’avanzata britannica venne subito fermata dal fuoco di fucileria dei boeri. Gli Higlanders scozzesi, che costituivano le compagnie di testa dell’attacco britannico, rimasero inchiodati sul terreno. Come riporta Pakenham, «affamati e assetati, tormentati dalle formiche, i soldati rimasero ventre a terra per dieci ore, con una temperatura di trentadue gradi all’ombra (e un sole che scottava i polpacci lasciati scoperti dai kilt indossati dagli Higlanders). Il bisogno di bere era così forte che alcuni uomini, contravvenendo all’ordine di non muoversi, tentarono di tornare strisciando ai carri dell’acqua, e molti vennero uccisi nel tentativo. Altri, esausti o annoiati, si addormentarono sul posto. Questo fu la battaglia per i britannici: dieci ore di fucilate in faccia da un nemico invisibile» (Pakenham, 1979).

Lo stesso lord Methuen, in una lettera alla moglie, conferma quanto il nemico fosse invisibile, riparato dietro le trincee e le fortificazioni nascoste nella boscaglia: «pensavo, come tutti, che il nemico si fosse ritirato, e invece Kronje, De La Ray (sic) e novemila uomini mi attendevano in posizione. Di boeri non ne vidi nemmeno uno, ma anche stando a cavallo a 2.000 iarde di distanza ero circondato da una pioggia di pallottole. Sembrava un girone dell’Inferno di Dante, dal quale speravamo prima o poi di riemergere» (Pakenham, 1979) Alla fine la battaglia si risolse in favore dei britannici, ma solo grazie all’arrivo di una nuova batteria di artiglieria e all’abbandono – all’apparenza inspiegabile – del campo da parte di un nutrito settore dell’esercito boero.

Il fondamentale testo di Thomas Pakenham sulla guerra anglo-boera (fonte: Rizzoli, 1979)

Tutte le battaglie finora descritte, soprattutto quelle appartenenti alla seconda fase del conflitto, evidenziano in maniera molto chiara le caratteristiche peculiari della guerra anglo boera: «l’efficacia delle nuove armi a tiro rapido, l’invisibilità delle sorgenti di fuoco causata dall’impiego della polvere senza fumo, l’efficacia dei ripari forniti dalla fortificazione campale provvisoria (trincee)» (Beretta, 2008) e, possiamo aggiungere, il ruolo via via più importante che l’artiglieria andò a ricoprire non solo nelle fasi preparatorie della battaglia, ma anche come strumento di tattica difensiva atto a stroncare sul nascere gli assalti della fanteria nemica.

La terza e ultima fase della guerra anglo boera si aprì infine nel marzo del 1900, con l’arrivo del grosso dei rinforzi britannici comandati dal generale Frederick Roberts, le cui truppe sconfissero quelle boere nella decisiva battaglia di Paardeberg (Pakenham, 1979) aprendo la strada all’invasione inglese del Transvaal e dello Stato Libero dell’Orange. Le truppe inglesi occuparono così le due capitali boere, Bloemfontein (marzo 1900) – dove i britannici rinchiusero decine di migliaia di donne e bambini boeri in un campo di concentramento, causando 28.000 vittime in pochi mesi – e Pretoria (ottobre 1900). Infine, anche la battaglia di Paardeberg costituisce un ottimo esempio delle novità della guerra anglo boera: pur essendo superiori di numero, le truppe britanniche non riuscirono a conquistare le posizioni boere durante l’assalto della fanteria ordinato dal generale Horatio Kitchener. Fu soltanto l’intervento di lord Roberts, che ordinò un massiccio bombardamento d’artiglieria sulle truppe boere, a causare la loro resa il 27 febbraio.

5. Il dibattito europeo: verso una nuova concezione della guerra?

Gli avvenimenti della guerra anglo boera scatenarono come abbiamo detto un grande dibattito in tutti i circoli militari d’Europa e, in particolare, in Francia, in Germania e naturalmente in Inghilterra. Presto vennero a crearsi due correnti distinte tra gli studiosi militari. Un gruppo di ufficiali superiori sostenne la necessità di modificare tattica e strategia alla luce degli insegnamenti che a parer loro si potevano trarre dalla guerra anglo boera: per questo vennero chiamati boeristi. Altri invece accusarono questi ultimi di esagerare – per errore o per interesse – la portata innovativa degli avvenimenti occorsi in Africa australe: per questo vennero definiti antiboeristi.

Il capitano di fanteria Lorenzo Ferraro sintetizza adeguatamente lo stato del dibattito all’indomani della fine della guerra anglo boera con un articolo dal titolo Le nuove teorie tattiche, apparso sul numero dell’ottobre 1903 della Rivista Militare Italiana. Scrive infatti Ferraro che «durante e dopo la guerra, animate discussioni si accesero in tutti gli eserciti, e specialmente in quelli tedesco e francese, fra coloro che sostenevano come quegli avvenimenti, nei quali per la prima volta si erano viste in azione le nuove armi perfezionate, non consigliassero che lievi mutamenti nei procedimenti tattici, pur riconfermandone i principi, e fra coloro che ritenevano tutto essere da mutare» (Ferraro, 1903).

Il dibattito europeo si sviluppò fin dalle prime fasi, quando già negli scontri di Talana ed Eelandslaagte si manifestarono le nuove caratteristiche che le innovazioni tecnologiche conferivano alla guerra. In Inghilterra i resoconti della guerra pubblicati sui giornali dai cronisti al seguito delle truppe inglesi fornirono da subito non solo particolareggiate descrizioni delle battaglie, ma anche commenti sulla necessità di modifica delle tattiche militari impiegate dall’esercito di Sua Maestà britannica. La polemica, nata dunque sulla stampa, coinvolse ben presto i circoli militari di mezza Europa. Tra gli inglesi che si pronunciarono in favore di una modifica radicale della tattica è necessario ricordare Charles Edward Callwell, ufficiale dell’esercito britannico che aveva già acquisito notorietà nel 1896 quando, dopo aver assistito alle operazioni dell’esercito coloniale inglese in territorio afghano, aveva pubblicato il trattato Small Wars: Their Principles and Practice, una delle primissime opere relative a quella che sarà definita guerra asimmetrica (De Watteville, 1937).

Le operazioni dei britannici sulla stampa inglese dell’epoca (fonte: Illustrated London News, 1902)

Allo scoppio della seconda guerra anglo boera Charles Callwell era nell’entourage di Redvers Buller in qualità di esperto di artiglieria e partecipò alla caduta di Ladysmith il 28 febbraio 1900. Poche settimane venne promosso tenente colonnello e gli venne assegnato il comando di una “mobile column”, chiamata dai britannici anche “flying column”, una colonna di uomini mobile e indipendente dal resto delle truppe che aveva l’incarico di contrastare la guerriglia dei boeri che rifiutavano di arrendersi ai britannici. Mentre combatteva sul campo Callwell scrisse The Tactics of Today, una delle più importanti opere boeriste, destinata ad avere grande fortuna in Europa e tradotta anche in italiano nel 1903. Nel suo lavoro l’ufficiale inglese precisa che non si tratta «di rivoluzionare completamente la teoria tattica, poiché i principi fondamentali restano validi, ma di introdurre alcune novità; occorre cioè far opera di aggiornamento» (Callwell, 1903).

Callwell, per risolvere i problemi sollevati dalle mutate condizioni belliche, propose innanzitutto il diradamento delle formazioni, con manovre aggiranti in sostituzione dell’attacco frontale, nonostante queste presentassero evidenti limiti dovuti all’estensione del fronte. Inoltre suggerì un impiego dell’artiglieria non tanto in preparazione agli attacchi della propria fanteria, preparazione inutile se il nemico è ben trincerato, ma piuttosto un utilizzo dell’artiglieria contro la fanteria nemica impegnata in un’azione offensiva. Di fatto Callwell, forse anche oltre le proprie intenzioni originarie, arriva a teorizzare la supremazia della difensiva sull’offensiva: «se non esistesse la possibilità di intraprendere dei movimenti aggiranti e se le condizioni favorevoli alla difensiva non rendessero estremamente difficili i contrattacchi, non sarebbe giustificabile un’armata che assumesse l’offensiva se non quando avesse una grande superiorità di forza. Solo col percuotere contro i fianchi del nemico, od altrimenti con un procedimento quasi parente della zappa – e cioè prendendo successive posizioni e fortificandole finché si arrivi a schiacciare il nemico col fuoco da vicino od a soppiantarlo con un subitaneo sbalzo a brevissima distanza, – solo così nel prossimo avvenire, l’attacco potrà contare giorni vittoriosi» (Callwell, 1903). Questa visione, a dispetto delle dichiarazioni dell’autore di non voler rivoluzionare i principi generali della tattica, implicava un ripensamento complessivo delle modalità di conduzione della guerra poste in essere dagli eserciti europei fino a quel momento. Peraltro, lo stesso autore in effetti scrive, più avanti, che «finora è stato di moda dedicare l’attenzione quasi interamente all’offensiva tattica e di negligere lo studio della guerra difensiva, seguendo in ciò l’esempio dei Tedeschi. Ma è ormai tempo che tutto ciò venga cangiato (…) Oggi i vantaggi tattici non militano più per il partito dell’aggressore» (Callwell, 1903)

I contemporanei non tardarono ad accorgersi delle implicazioni del discorso di Callwell. La Francia, pur non avendo partecipato direttamente alla guerra, fu particolarmente ricettiva nei confronti del dibattito che il libro di Callwell aveva suscitato in Gran Bretagna: questo accadde probabilmente poiché i vertici militari d’oltralpe si ponevano problemi simili nella conduzione delle guerre nelle proprie colonie.

Nel dibattito che coinvolse i circoli militari francesi si distinsero innanzitutto due ufficiali che si schierarono nel campo boerista: Oscar De Negrier e Charles Kessler. Il primo, nato nel 1839, divenne molto noto in Francia dopo aver combattuto nella Guerra del Tonchino ed essere stato nominato generale di divisione nel 1884. Autore di molte pubblicazioni di tattica, all’indomani della guerra anglo boera pubblicò alcuni articoli sulla Revue des deux mondes, all’epoca diretta dal conservatore Ferdinand Brunetière e molto diffusa negli ambienti della classe dirigente francese. (De Broglie, 1979). Nel 1914 con gli articoli Quelques enseignemens de la guerre sud-africaine e L’Évolution actuelle de la tactique (pubblicato in due parti), De Negrier dimostrò di aver recepito le posizioni di Charles Edward Callwell. Nel primo articolo De Negrier scrive che «la storia militare mostra che l’evoluzione di questa disciplina difficilmente si realizza durante i periodi di pace, a meno che delle indicazioni sperimentali non facciano luce su nuovi fatti. È allora una grande fortuna per gli eserciti che sono spettatori del conflitto. La guerra sud-africana porta con sé a questo proposito notevoli insegnamenti. Evidentemente, le condizioni in cui si è svolta sono troppo particolari per permettere di dedurre soluzioni definitive del problema. Tuttavia, questa guerra mostra nettamente l’insufficienza dei mezzi impiegati nel combattimento fino ad oggi» (De Negrier, 1902). Al di là della moderazione di giudizio, risulta evidente la netta scelta di campo boerista dell’autore dell’articolo.

Qualche anno prima di De Negrier un altro ufficiale francese, il generale di divisione Charles Kessler, aveva portato un punto di vista molto simile. Dopo aver fatto esperienza di guerra coloniale in Algeria e in Cina, Kessler scrisse e pubblicò nel 1902 la Tactique de Trois Armes, un trattato che riprendeva il punto di vista di Callwell sugli avvenimenti della guerra anglo boera.

A De Negrier e Kessler si oppose Hippolyte Langlois, anch’egli ufficiale dell’esercito francese. Generale di divisione nato nel 1839, direttore della rivista Revue militaire générale, senatore della Terza Repubblica francese dal 1906 al 1912, Hippolyte Langlois fu una voce molto ascoltata nei circoli militari del suo Paese. Nel 1903, con la pubblicazione del libro Enseignement de deux guerres récentes: la guerre turco-russe et la guerre anglo-boer, Langlois si schierò contro la nuova scuola di tattica boerista: pur riconoscendo infatti che le innovazioni a livello di armamenti rendevano più difficoltosa l’azione offensiva rispetto al passato, giudicò eccessiva la pretesa che gli insegnamenti della guerra anglo boera potessero essere forieri di un cambiamento complessivo delle tattiche di battaglia.

Nello specifico Hippolyte Langlois, come tanti altri antiboeristi inglesi, francesi e italiani, descrisse la guerra anglo boera come un conflitto del tutto particolare, combattuto su campi di battaglia troppo diversi da quelli europei, in condizioni difficilmente riproducibili in una guerra convenzionale tra le grandi potenze. La descrisse come un conflitto tra una guerriglia, quella dei boeri, e l’esercito regolare britannico che, dovendo applicare tattiche di controguerriglia, si era necessariamente allontanato dalle modalità di combattimento tradizionali. Hippolyte Langlois nella sua opera riconobbe che l’azione offensiva della fanteria era diventata certamente più difficile a causa dello sviluppo di armi da fuoco più potenti, come la mitragliatrice Maxim. Tuttavia definì queste difficoltà superabili attraverso l’aumento degli effettivi di fanteria, dunque con una conseguente accresciuta forza d’urto nell’assalto frontale, e con una maggiore attenzione alla formazione degli ufficiali che dovevano garantire l’alto morale e la tenuta psicologica delle truppe impiegate (Langlois, 1903).

6. Conclusioni

Come abbiamo visto attorno alla guerra anglo-boera si sviluppò un certo dibattito che, prendendo le mosse dall’analisi delle vicende belliche e soprattutto di determinati episodi, sostanzialmente riconobbe la novità delle caratteristiche di tali eventi bellici. Infatti sia i boeristi che gli antiboeristi, pur muovendo da posizioni differenti, parlarono delle caratteristiche della guerra anglo boera come di fatti nuovi che potevano o che avevano addirittura già mutato le condizioni nelle quali una guerra poteva o doveva essere condotta.

È tuttavia necessario fare dei distinguo. Innanzitutto i boeristi furono gli unici che pensarono – e descrissero – le novità della guerra anglo boera come valide anche per una guerra in un teatro europeo, mentre gli antiboeristi relegarono tali novità tattiche e strategiche a un ruolo di eccezionalità proprio del terreno di battaglia sudafricano e delle particolari condizioni belliche dei conflitti tra britannici e boeri, e in particolare legarono le condizioni di novità della guerra anglo boera alla presenza massiccia di milizie irregolari che adottavano tattiche di guerriglia. In altre parole sembra che la lente degli antiboeristi sia quella dei colonizzatori che, trovando delle novità nella conduzione della guerra nei propri o altrui imperi coloniali, non le giudicano abbastanza rilevanti da interessare un quadro europeo percepito come più “moderno” o “civilizzato”.

In secondo luogo va riconosciuto che, al di fuori di certe frange progressiste – in senso militare più che politico, s’intende – delle élite militari europee, le posizioni antiboeriste rimarranno maggioritarie nel panorama dei ceti dominanti dell’epoca. Non esistono studi completi sul dibattito che animò i circoli militari europei tra il 1899 e il 1914 alla luce della guerra anglo boera, del conflitto russo giapponese e delle guerre balcaniche. Tuttavia possiamo affermare con una certa sicurezza che i boeristi rimasero voci relativamente isolate, per quanto autorevoli, e prevalse la posizione di chi pur riconoscendo le novità portate alla luce dal conflitto anglo boero, le relegava ai margini del dibattito, ritenendole inapplicabili a una guerra in un contesto europeo.

La classe politica liberale e conservatrice, che porterà gli Stati europei alla guerra nel 1914, di fatto venne per lo più guidata da posizioni non particolarmente innovative in fatto di strategia e tattica militare, oppure – come nel caso tedesco – tenne presente le novità belliche preannunciate dai fatti sudafricani di fine secolo, ma pensò di poter sfruttare a proprio vantaggio tali novità e di scongiurare la trasformazione del conflitto in una guerra di posizione organizzando un attacco basato sulla velocità (la cosiddetta guerra-lampo, che poi avrà invece un ruolo più rilevante nelle fasi iniziali del secondo conflitto mondiale, per le mutate condizioni belliche dell’epoca). Un pensiero, quello delle classi dirigenti tedesche, destinato a infrangersi contro la dura realtà delle trincee del fronte occidentale della Grande Guerra.

Davide Longo – Scacchiere Storico

Davide Longo si occupa di storia militare e storia contemporanea. I suoi principali ambiti di studio sono lo sviluppo del movimento operaio europeo, la storia del colonialismo e la storia sociale e culturale della Prima guerra mondiale, ma i suoi interessi si allargano fino a comprendere lo sviluppo dei fascismi di ieri e oggi, la Resistenza come fenomeno europeo e la World History, con particolare attenzione a Cina e Sud-est asiatico.

Bibliografia

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Enciclopedie e Dizionari: De Wattewille H.G.., Charles Edward Callwell, 1937 in Weaver J. R. H. , Dictionary of National Biography (Fourth Supplement), London, Oxford University Press, 1922–1930, pp.154–155

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Pubblicato da Scacchiere Storico

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