GLI AZTECHI E LA PRATICA SACRIFICALE

di Michele Gatto

Fare luce sulle popolazioni mesoamericane, o più in generale precolombiane, non è semplice a causa della scarsità di fonti, nella maggior parte dei casi spazzate via dall’arrivo degli Europei. Nonostante tutto, gli stessi cronisti che parteciparono alla conquista dell’impero azteco ci hanno lasciato dei resoconti utilissimi, sebbene parziali ed incompleti. Lo scopo di questo articolo è quello di provare a spiegare un aspetto fondamentale della vita degli Aztechi, cercando non solo di attuarne una breve ricostruzione, ma anche di illustrarne le reali motivazioni. Si tratta di una pratica che inorridì gli Spagnoli, poi da essi strumentalizzata per sostenere la barbarie di quella civiltà e giustificarne l’annientamento: il sacrificio umano.

1. Mitologia azteca

Il sistema religioso azteco era piuttosto complesso e caratterizzato da un pantheon ricco di divinità: queste erano in sostanza personificazioni delle forze naturali, le quali potevano agire sia positivamente sia negativamente, nonostante gli Aztechi conferissero loro soprattutto il potere di distruggere il mondo. Si trattava di divinità dalle sembianze antropomorfe e teriomorfe, come dimostra l’iconografia (Aimi, 2008; Vaillant, 1992), che in alcuni casi potevano esistere in forme quadruplicate o quintuplicate, a riproduzione dell’ordine cosmico (Vaillant, 1992; Carrasco, 1997).

In ogni caso, dei ancestrali e remoti si affiancavano ad altri legati ad aspetti più propriamente vicini alla vita di tutti i giorni: il dio supremo era Tloque Nahuaque o Ometéotl, androgino e creatore dell’universo, sebbene pare fosse venerato esclusivamente presso il suo tempio di Texcoco; i caratteri maschili di Ometéotl erano impersonati dalla coppia divina Ometecuhtli e Tonacatecuhtli (rispettivamente “Signore della Nostra Sussistenza” e “della Dualità”), associati col fuoco, il Sole e il mais; i caratteri femminili, Omecihuatl e Tonacacihuatl, venivano invece associati alla fertilità della terra oltreché ancora al mais. Essendo numi dal potere remoto, essi venivano raramente venerati e raffigurati, ma allo stesso tempo erano padri e madri delle divinità che agivano attivamente sull’esistenza umana, influenzandola in ogni aspetto (Vaillant, 1992; Carrasco, 1997). Oltre allo spirito tutelare della comunità e all’incarnazione astratta del Sole, Tonatiuh, signore supremo dei cieli e al di sopra di ogni gerarchia teologica (Duverger, 1981), le divinità più importanti erano le seguenti: il primo era Tezcatlìpoca, lo “Specchio Fumante”, considerato il grande stregone dotato dello specchio di ossidiana tramite il quale esercitava poteri di trasformazione legati all’oscurità, al giaguaro e alla magia sciamanica. I suoi attributi vennero condivisi con altre grandi divinità, non solo tribali, a seguito dell’espansione del culto, ed in alcuni casi egli è stato rappresentato come avversario di Quetzalcóatl, il “Serpente Piumato”. Quest’ultimo era una divinità di origine tolteca, considerato dio della civiltà e del pianeta Venere, a cui furono inoltre attribuite caratteristiche di altri dei della valle del Messico; il suo titolo era poi conferito ai grandi sacerdoti aztechi, come segno di sapienza. Secondo il mito, Quetzalcóatl in persona, o il suo rappresentante terreno Topiltzin, creò tra i Toltechi il grande regno di Tollan o Tula, un luogo ideale per ricchezza, magnificenza e cultura dal quale avrebbe diffuso la civiltà: ciò almeno fino all’arrivo di Tezcatlìpoca o dei suoi sacerdoti, i quali per mezzo della magia dello specchio fecero cadere il dio-sacerdote nel peccato, distruggendone il regno. Quetzalcóatl/Topiltzin fu così costretto a fuggire, secondo una prima versione, prendendo una zattera di serpenti per dirigersi ad Oriente, ma promettendo di tornare; un’altra, sostiene si sia gettato su un rogo da cui riemerse sotto forma della Stella del Mattino. Quel che è certo, gli Aztechi si appropriarono del mito della città ideale tolteca di Tollan/Tula, in quanto funzionale alla legittimazione del proprio dominio sul Messico (Vaillant, 1992; Fiorentino, 1992; Carrasco, 1997; Todorov, 2012; Levy, 2010). Tlaloc era il dio della pioggia, un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della popolazione, tanto da essere onorato a Tenochtitlán all’interno di templi condivisi con Huitzilopochtli, dio della guerra (un altro aspetto essenziale della vita azteca, come vedremo). Egli avrebbe guidato gli Aztechi fino al luogo della futura capitale, dove apparve sotto forma di aquila, ordinandone la costruzione; in alcune narrazioni era figlio di Coatlicue, rimasta incinta tramite la caduta di una palla di piume sul pavimento di un tempio. Nacque già adulto e armato per difendere la madre dall’attacco dei suoi 400 fratelli, ed in particolare della sorella Coyolxauhqui: dopo averla uccisa, lungo il fianco della Montagna Serpente ne scaraventò il corpo, che si smembrò rotolando verso il basso (Vaillant, 1992; Carrasco, 1997). Un particolare che dovremo tenere a mente.

Illustrazione di Huitzilopochtli tratta dal Codice Tovar, 1546-1626 (fonte: Wikimedia)

Se queste divinità erano associate ai cieli e ai punti cardinali, ne esistevano anche molte altre legate ad aspetti come la fertilità, la sessualità, la morte (Vaillant, 1992; Olivier, 2006). Ad ogni modo, come abbiamo precedentemente accennato, gli dei erano direttamente coinvolti nella perpetuazione della vita e delle cose, come dimostra la stessa cosmogonia azteca, della quale non esiste però una versione univoca. In origine, il mondo fu creato da Ometéotl, dopodiché egli diede vita a quattro figli, Tezcatlìpoca Rosso (associato con l’est), Tezcatlìpoca Nero (nord), Quetzalcóatl (bianco e ovest) e Huitzilopochtli (blu e sud) (Fiorentino, 1992). Successivamente, essi decisero di creare il fuoco, gli umani, il calendario e le acque; ma da quel momento l’esistenza del mondo fu contraddistinta da cinque ere dette “Soli”, dominate dagli scontri tra dei per il controllo del cosmo, al cui termine il Sole veniva distrutto per poi essere ricreato. La prima era, Quattro Ocelot o Giaguaro, ebbe a capo Tezcatlìpoca, che una volta trasformatosi nel Sole venne sepolto ed immobilizzato, lasciando gli uomini e i giganti della terra nelle tenebre ad essere divorati dai giaguari. Seguì la seconda era, Quattro Vento, sotto il comando di Quetzalcóatl, alla cui morte il mondo fu distrutto dagli uragani, gli uomini trasformati in scimmie ed il Sole spazzato via. La terza era, Quattro Pioggia, presieduta da Tlaloc, si concluse con una pioggia di fuoco che bruciò il Sole stesso, mentre gli uomini furono tramutati in tacchini. La quarta, Quattro Acqua, vide il dominio della dea delle acque Chalchiúhtlicue, fino all’inondazione della terra e dei cieli che trasformò in pesci gli uomini dopo un diluvio di 52 anni. L’ultima era, Quattro Terremoto o Movimento, gestita dal Sole Tonatiuh, si sarebbe dovuta concludere a causa di terremoti devastanti (Vaillant, 1992; Carrasco, 1997; Duverger, 1981), ma a suscitare il nostro interesse è il modo in cui ebbe inizio: riunitisi a Teotihuacan, gli dei decisero chi tra loro sarebbe dovuto diventare il Sole, scegliendo il pustoloso Nanahuatzin, mentre Nahui Tecpatl o Tecuzztécatl sarebbe diventato la Luna; dopo aver digiunato e compiuto offerte, i due si gettarono nel fuoco (il secondo recalcitrante), allorché Nanahuatzin, portato in cielo da un’aquila, si tramutò nel Sole. Ma siccome rimaneva fisso nel cielo, gli dei si preoccuparono: egli allora chiese in cambio del suo movimento il loro sangue ed il loro regno, ottenendo così che tutti si gettassero nel fuoco (sebbene sia stato comunque necessario l’intervento del dio del vento Ehécatl per spostare l’astro nel cielo) (Duverger, 1981; Carrasco, 1997). Quindi, le divinità azteche si sarebbero sacrificate collettivamente per fornire al Sole l’energia necessaria al movimento ed alla sopravvivenza. Ora però toccava agli uomini nutrirlo continuamente con offerte di sangue.

2. Il sacrificio umano

Come abbiamo visto, il mito era legato a cataclismi naturali che con ogni probabilità avevano colpito il Messico in tempi antichi, dei quali era rimasta memoria (Vaillant, 1992). Perciò, il problema principale per gli Aztechi rimaneva placare le divinità e fornire energia vitale al Quinto Sole, in maniera da assicurare la sopravvivenza al proprio popolo: per farlo era necessario offrire il bene più prezioso di tutti, la vita umana, ad imitazione di quanto fatto dagli dei (Vaillant, 1992). Il Sole veniva considerato più un consumatore che un fornitore di energia, perciò andava continuamente nutrito: non a caso veniva associato simbolicamente all’aquila e al giaguaro, i principali predatori della regione. Gli Aztechi nel corso della vita cercavano di sprecare meno energie possibili, evitando attività fini a sé stesse, come potevano essere il gioco d’azzardo o una vita sessuale non indirizzata alla procreazione: era necessario preservare l’energia vitale ricevuta fin dalla nascita, il tonalli, la quale non si esauriva al momento della morte, ma permetteva al defunto un’esistenza temporanea fino alla sua definitiva consumazione nell’aldilà. Il sacrificio umano aveva perciò lo scopo di catturare questa energia attraverso la distruzione volontaria della vita, offrendola poi come nutrimento al Sole; l’anima dei sacrificati dava sostegno all’astro, permettendo contemporaneamente di evitare la distruzione del mondo (Duverger, 1981). Ne deriva che il sacrificio non fosse considerato un atto di morte, bensì di vita. Inoltre, ogni sua forma era legata ad un preciso cerimoniale e preceduta da giochi: questi puntavano a risvegliare tutte le energie della vittima tramite l’eccitazione fisica, col risultato di sfinirla e renderla mansueta all’atto sacrificale (Duverger, 1981). Abbiamo accennato in precedenza come il Sole non fosse l’unico beneficiario di tali offerte, in quanto anche altre divinità erano similmente onorate per ottenerne il favore: evitare la fine del mondo non era quindi il solo scopo, ma vi si aggiungeva il benessere quotidiano della comunità, sebbene gran parte delle vittime fossero in effetti dedicate al Sole (Davies, 1999). È comunque necessario sottolineare un aspetto: il sacrificio umano non è stato certo una pratica esclusivamente azteca. Molte civiltà antiche lo hanno praticato, anche se col passare del tempo in misura sempre minore, comprese altre popolazioni dello stesso Messico, tra cui i Maya. Quello che distingue gli Aztechi è semmai la quantità nettamente superiore di immolati, in continuo crescendo: basti pensare a quanto accaduto in occasione dell’inaugurazione del Grande Tempio della capitale Tenochtitlán da parte dell’imperatore Ahuìtzotl nel 1487 (anno 8 – Giunco), quando in soli quattro giorni sarebbero stati sacrificati migliaia di prigionieri (Duverger, 1981; Davies, 1999).

Il rituale precedente al sacrificio umano prevedeva che le vittime svolgessero un periodo di preparazione, anche di venti giorni (la lunghezza dei mesi del calendario solare), durante i quali compivano bagni purificatori, dovevano ingrassare o dimagrire, apprendevano danze, o ancora, praticavano attività e giochi presacrificali, come già detto. Gli stessi sacerdoti dovevano compiere un digiuno rituale preparatorio dalla durata variabile, che andava da quattro giorni a un anno, in alcuni casi, oltre a svolgere veglie notturne ed offerte di vario genere. Secondo la modalità più comune, una volta giunto il giorno preposto, le vittime, accompagnate da un corteo, si dirigevano verso il centro nevralgico del rito sacrificale, il tempio piramidale di Huitzilopochtli e Tlaloc, di cui salivano le scale fino ad arrivare alla pietra sacrificale (techcatl): adagiati su questa pietra alta circa un metro e dalla cima molto arrotondata, gli immolati venivano fatti sdraiare supini con la testa rivolta all’indietro, mentre erano tenuti fermi da quattro/cinque sacerdoti; a quel punto, un altro sacerdote affondava nel torace della vittima un coltello in lama di selce (techpatl), ma senza ucciderla, in modo da potervi inserire la mano ed estrarne il cuore ancora palpitante, offrendolo al Sole prima di deporlo in un contenitore sacro (cuauhxicalli o “vaso dell’aquila”). Dopo aver prelevato del sangue dal corpo tramite una canna, questo veniva fatto rotolare dalla scalinata, dove era raccolto dal suo padrone per poi essere smembrato (su questo ritorneremo) (Duverger, 1981; Vaillant, 1992; Carrasco, 1997). In un certo senso, si evocava così il modo in cui nel mito Huitzilopochtli uccise la sorella, o comunque il ciclo del Sole, da est allo zenit e infine a ovest (Fiorentino, 1992). L’uccisione tramite il prelievo del cuore aveva principalmente lo scopo di favorire la maggiore fuoriuscita di sangue possibile, in maniera da nutrire la connotazione terrestre del Sole: gli Aztechi gli attribuivano anche una vita sotterranea, nel corso della notte, il che rendeva la terra stessa bisognosa di ricevere energie. Terminato il sacrificio, generalmente la testa veniva tagliata e inserita in una rastrelliera dalle travi orizzontali, lo tzompantli, dove erano impalati, a seguito dell’estrazione del cervello, i crani delle vittime: sia che questi fossero lasciati a decomporsi lentamente, sia che invece fossero scuoiati, probabilmente si intendeva esporre le teste in quanto trofei sacrificali, soprattutto perché ad esse aderivano i capelli, considerati sede della forza vitale; infatti, prima dell’uccisione rituale, ai prigionieri veniva tagliata una ciocca di capelli. A tutto ciò va inoltre aggiunto il potere intimidatorio di tale monumento (Duverger, 1981; Carrasco, 1997).

Illustrazione di un sacrificio umano, proveniente da un codice del XVI secolo (fonte: Wikimedia)

Come abbiamo detto più volte, esistevano forme diverse di sacrificio, legate a loro volta a varie cerimonie. A seconda della divinità da onorare, non cambiava solamente il sacerdote sacrificatore ma anche il luogo e l’orario del rituale: i sacrifici dedicati al Sole, o legati in qualche modo ad esso, avvenivano a mezzogiorno, mentre per altri dei erano praticati nel corso della giornata a partire dall’alba; infine, esistevano sacrifici notturni (Duverger, 1981). Ma vediamo alcuni esempi pratici.

Il sacrificio dedicato a Tezcatlìpoca prevedeva che, un anno prima, fosse scelto tra i prigionieri il più valoroso e bello, il quale sarebbe stato trattato ed educato dai sacerdoti come fosse un capo; nel frattempo, muovendosi liberamente, egli avrebbe suonato melodie sacre col flauto e ricevuto onori come fosse il dio stesso. Un mese prima della morte, gli venivano assegnate quattro ragazze, il cui compito era soddisfarlo in ogni desiderio finché, una volta arrivato il giorno dell’immolazione, queste si separavano dolorosamente da lui. La vittima guidava poi una processione festosa fino al suo ingresso in un tempietto, atteso da otto sacerdoti che lo avrebbero preceduto conducendolo in cima al tempio (nel tragitto avrebbe spezzato i flauti suonati nell’arco dell’anno) ed al sacrificio. Dopo il rituale, il suo corpo non finiva rotolando ai piedi della scalinata, bensì vi veniva trasportato (Vaillant, 1992). Durante la festa del fuoco, in onore del dio Huehuetéotl, aveva luogo un sacrificio più cruento: dopo una danza svoltasi il giorno precedente, a cui partecipavano i guerrieri vittoriosi ed i loro prigionieri, questi ultimi vedevano bruciate le proprie vesti rituali prima di ricevere sul volto una polvere bianca stupefacente (yauhtli), una volta giunto il segnale convenuto; ognuna delle vittime veniva legata e trasportata a turno da un sacerdote sulla cima del tempio, dove ardeva un grande braciere: compiuta una danza rituale, i sacerdoti gettavano i prigionieri nel rogo lasciandoli bruciare fino a che, poco prima della morte, non li estraevano con degli uncini per poi prelevarne il cuore dai corpi ustionati (Vaillant, 1992; Duverger, 1981). Una forma molto particolare era invece quella del cosiddetto sacrificio “gladiatorio”. Ai piedi del tempio del dio scorticato Xipe Totec, si svolgeva una cerimonia a cui su un palco assistevano attori nelle vesti degli dei: dopo uno squillo di trombe, apparivano alcuni prigionieri preceduti da quattro soldati, due travestiti da aquila e due da giaguaro, i quali compivano una danza che evocava la guerra in cui il Sole moriva per poi rinascere il giorno seguente. Dopodiché, scelto un prigioniero valoroso e fattogli bere dell’octli (una bevanda alcolica) a scopo rituale, questo veniva legato ad una pietra circolare raffigurante il Sole e dotato di quattro bastoni di legno ed una mazza con piume d’uccello: con essi avrebbe dovuto combattere e difendersi dagli attacchi dei quattro guerrieri dotati di armi vere, i cui colpi finivano col ferirlo gravemente senza ucciderlo; terminato il combattimento, la vittima veniva sacrificata dal sacerdote del dio. Sempre a Xipe Totec era legato un altro rituale svolto durante la festa di Tlacaxipeualitzli (“scorticamento degli uomini”): dopo il sacrificio, i corpi venivano scorticati, e la loro pelle andava ai padroni delle vittime, i quali avevano il diritto di indossarle per espiare qualche colpa o per curare una eventuale malattia cutanea; in genere però le pelli erano prestate a dei poveri, che così addobbati andavano in cerca di elemosina: i padroni avrebbero ottenuto la metà di quanto raccolto, ma dovevano controllare che le pelli fossero indossate per venti giorni, durante i quali si astenevano dal mangiare e dal lavarsi; infine, le pelli venivano sepolte e i penitenti passavano alle purificazioni di rito (Duverger, 1981; Vaillant, 1992). Come ultimo esempio, riportiamo quello di un sacrificio notturno, inerente alla cerimonia del Fuoco Nuovo o Legame degli Anni. Secondo il complesso calendario azteco, esistevano cicli temporali di 52 anni, al termine dei quali il mondo avrebbe potuto essere distrutto: giunti all’anno 1 – Coniglio, finale del ciclo, la popolazione raccoglieva scorte alimentari fino all’arrivo degli ultimi 5 giorni nefasti supplementari (nemontemi), dove tutti si rinchiudevano in casa spegnendo ogni fuoco acceso, restando in angosciosa attesa. Nel frattempo, al tramonto i sacerdoti (vestiti come le divinità) si recavano sul cratere di un vulcano, il Huixachtécatl o Uixachtlan (Colle della Stella), dove scrutavano il cielo notturno in attesa che una stella o una costellazione raggiungesse lo zenit: era il segno che il mondo sarebbe continuato. A quel punto, veniva sacrificata una vittima ed all’interno del suo corpo era acceso il Fuoco Nuovo, dal quale i “rischiaratori” avrebbero riacceso i fuochi in tutta la città; in seguito, all’alba, la popolazione si riuniva per risistemare templi ed abitazioni, oltre a compiere banchetti e nuovi sacrifici di ringraziamento (Vaillant, 1992; Duverger, 1981; Carrasco, 1997; Davies, 1999).

La Piramide del Sole di Teotihuacan (fonte: Wikipedia)

Tutti gli esempi che abbiamo brevemente illustrato fanno riferimento a sacrifici caratterizzati dall’estrazione del cuore. Ma ne esistevano anche altre modalità, sebbene meno praticate: la decapitazione, la cremazione e, forse, il sacrificio con le frecce, a cui bisogna aggiungere forme di autosacrificio o lesioni rituali (Duverger, 1981; Vaillant, 1992; Aimi, 2008). Unica divinità esclusa dalla dedica di sacrifici era Quetzalcóatl, forse proprio perché nel mito si opponeva ad essi, tanto da essere cacciato da Tezcatlìpoca anche per questo motivo; un possibile simbolo del passaggio del Messico al dominio azteco (Duverger, 1981). Per quanto riguarda l’origine delle vittime sacrificali, possiamo adottare tre categorie: i prigionieri, gli schiavi e le incarnazioni delle divinità. I prigionieri erano il frutto delle guerre combattute, sicuramente conseguenza dell’espansione azteca, dove fondamentale era proprio la cattura dei nemici, a cui si legava proporzionalmente il prestigio militare; la guerra diventava perciò sacra, in quanto fonte di vittime sacrificali. A questo scopo, tramite un accordo tra Moctezuma I e Tlacaellel, era stato istituito, sembra a partire dal 1450 come risposta ad una terribile carestia, un sistema di guerra perpetua detto “guerre dei fiori”: gli Aztechi avrebbero combattuto contro le città della valle di Puebla-Tlaxcala (in particolare Tlaxcala, Uexotzinco e Cholula) senza provare mai a conquistarle, in battaglie prestabilite il cui scopo era la cattura di prigionieri da entrambe le parti; in sostanza, occasioni di addestramento per i guerrieri, e al tempo stesso possibilità di ottenere vittime da Stati vicini, dalla lingua e dagli dei simili. La guerra risultava così essere una componente essenziale nella società azteca, a cui nessuno poteva sottrarsi a prescindere dal proprio ceto, anche perché morire in battaglia significava raggiungere il Sole (Davies, 1999; Duverger, 1981; Vaillant, 1992). Rispetto alla categoria degli schiavi, al di là dei risvolti sociali, possiamo dire che queste vittime erano il frutto dell’ascesa dei mercanti, desiderosi di partecipare attivamente all’approvvigionamento sacrificale, segnalando in questo modo il potere raggiunto; gli schiavi, acquistati appositamente per l’occasione, prima del sacrificio compivano un bagno purificatore, venendo ideologicamente associati ai prigionieri tramite il taglio dei capelli (o l’abbigliamento). Prigionieri o schiavi che fossero, gli aspiranti sacrificati instauravano un rapporto singolare con i legittimi padroni: questi si chiamavano a vicenda come padri e figli, mentre chi era caduto nella condizione di futura vittima si convinceva di essere stato scelto dal Sole stesso o da un dio, finché terminato il sacrificio il padrone ne recuperava il corpo; dopo lo smembramento, questo era destinato all’antropofagia rituale da parte delle élite (Duverger, 1981; Davies, 1999; Fiorentino, 1992). Le incarnazioni degli dei dovevano essere invece vittime dalle caratteristiche precise, necessariamente combacianti con la divinità di turno: perciò non solo si sfruttavano determinati tratti fisici o sociali, ma si completava il tutto tramite l’uso di travestimenti appropriati; la vittima diventava il dio stesso attraverso un’identificazione simbolica praticamente totale (Duverger, 1981; Davies, 1999; Todorov, 2012).

Occorre sottolineare, in ogni caso, l’esclusiva origine esterna dei sacrificati, provenienti dai paesi vicini in maniera da non intaccare le forze interne ed esercitare contemporaneamente una forma di dominio; ma il sacrificio non fu mai adottato per l’esecuzione di criminali. Ricordiamo in conclusione che esso oltre ad esigere offerte di uomini, donne o bambini, in alcuni casi prevedeva fossero immolati animali (ad esempio cani e quaglie) o simulacri di divinità. Il sacrificio, specialmente quello umano, pervadeva sostanzialmente ogni aspetto della vita degli Aztechi, la cui pratica costituiva una assoluta necessità. Un concetto troppo lontano dalla mentalità di Cortés e degli Spagnoli, che Moctezuma II non riuscì proprio a far comprendere loro (Duverger, 1981; Carrasco, 1997; Davies, 1999).

3. L’impatto degli Europei

Una volta entrati in contatto, Aztechi e Spagnoli fecero fatica a comprendersi reciprocamente. Si trattava di culture diversissime, separate da alcuni ostacoli percepiti come invalicabili, compreso ovviamente il sacrificio umano. Ciò risulta evidente all’interno delle cronache, dalle descrizioni di questi rituali, che lasciano trasparire l’orrore degli spettatori senza tralasciare alcun particolare cruento (Diaz del Castillo, XLVII; Duverger, 1981), sebbene emerga altrettanto l’assenza di tentativi per comprenderne le reali motivazioni. Vennero semplicemente derubricati come atti mostruosi di barbarie, degni di disprezzo (al pari del cannibalismo), riportando in alcuni casi cifre probabilmente esagerate rispetto al numero effettivo delle vittime (Cortés, II; Duverger, 1981; Fiorentino, 1992). La prima reazione fu ovviamente quella di considerare i sacrifici e le divinità a cui erano rivolti come manifestazioni demoniache, tanto che Cortés insisteva a definirle tali parlando con Moctezuma II stesso, fino al punto di suscitarne l’irritazione. In questo senso, traspare tutta la contraddittorietà del conquistador e degli Europei in generale, sia per i massacri compiuti in America nei modi più atroci, sia per l’abitudine all’uso e alla visione della violenza: basta pensare alle uccisioni sui roghi o alle torture di vario genere praticate usualmente nel Vecchio Continente, peraltro prive della connotazione sacrale dei sacrifici aztechi; l’eliminazione di questi ultimi divenne perciò un pretesto ulteriore per l’abbattimento dell’impero messicano (Diaz del Castillo, XLVI e XLVIII; Levy, 2010; Davies, 1999; Todorov, 2012). Anche gli Aztechi commisero un errore di valutazione rispetto alla percezione europea dei propri riti, tentando in un secondo momento di utilizzarli a scopo intimidatorio come avevano sempre fatto con i popoli sottomessi: ad esempio, il sacrificio di alcuni soldati spagnoli finì infatti col rendere i superstiti ancora più determinati nella conquista (Todorov, 2012; Duverger, 1981).

Incisione a colori dell’incontro tra Moctezuma II e Cortés a Tenochtitlán, 1892 (fonte: Wikimedia)

A dire il vero, si ebbe anche qualche tentativo di comprendere le ragioni di simili rituali, ed in questo senso il principale artefice deve essere considerato il domenicano Bartolomé de Las Casas. Fortemente critico nei confronti dei metodi adottati dagli Spagnoli nel corso della conquista e delle violenze perpetrate sui nativi americani, cercò di fornire un’interpretazione dei sacrifici umani accettabile per la mentalità europea e cristiana dell’epoca. Celebri sono le argomentazioni pronunciate durante la disputa di Valladolid, tenutasi tra il 1550 e il 1551 davanti a un’assemblea di teologi, nella quale Las Casas si confrontò con l’umanista Juan Ginés de Sepùlveda, sostenitore invece dell’inferiorità e della conseguente necessità di sottomettere gli amerindi: secondo Sepùlveda, la legittimità della conquista derivava proprio dalla loro natura sub-umana, testimoniata da prove inconfutabili, quali il cannibalismo e i sacrifici umani rivolti a divinità infernali; solo interrompendo quelle cerimonie si sarebbero potute salvare vite innocenti, proponendo così anche una poco credibile giustificazione umanitaria (Todorov, 2012; Donattini, 2004). Las Casas cercò di controbattere coerentemente con varie tesi (inserite anche in due suoi scritti, l’Apologìa e l’Apologética Historia): innanzitutto, una guerra non poteva essere legittimata dall’eliminazione dei sacrifici, finendo per compiere un male superiore; dopodiché, affermava che se essi erano previsti dalle leggi indigene, praticarli significava essere dei buoni cittadini; provò inoltre a mostrare il sacrificio in maniera da farlo apparire il meno alieno possibile alla civiltà europea, ricordando alcuni episodi biblici dall’Antico Testamento fino al sacrificio compiuto da Cristo per la salvezza dell’umanità. Ma soprattutto, si propose il tentativo di utilizzare la prospettiva “dell’altro”: anche gli Aztechi (in questo caso) cercavano di adorare quello che credevano fosse il vero Dio meglio che potevano, e per farlo gli offrivano il bene più prezioso di tutti, la vita umana, attraverso la pratica dei sacrifici; in questo modo esprimevano un senso della religiosità ed una devozione superiori a quella dei cristiani. In Las Casas emerse perciò la consapevolezza che potesse esistere una visione altra del mondo rispetto alla propria, capace di far apparire gli Europei come i veri barbari agli occhi dei nativi, nonostante per il domenicano fossero in evidente errore nella loro idolatria (Todorov, 2012).

Questo genere di prospettiva non rimase del tutto isolata, o meglio, ebbero luogo anche altri tentativi di interpretazione delle usanze amerindie, caratterizzati da sincretismi ideali o esperienze vissute in prima persona (Todorov, 2012; Donattini, 2004). Ma a prevalere fu la volontà di conquistare e allo stesso tempo annientare civiltà di cui ci rimane colpevolmente solo qualche traccia. Tra le loro diverse particolarità, scomparve ovviamente anche la pratica del sacrificio umano che, seppur possa apparire ancora oggi macabra e di difficile comprensione, rappresenta uno dei tanti aspetti in grado di rendere affascinanti le culture precolombiane.

Michele Gatto – Scacchiere Storico

Michele Gatto è uno studioso dell’antichità greca e romana, in particolare della Grecia in età classica e di Roma in età imperiale. È specializzato in numismatica antica. I suoi interessi arrivano a comprendere inoltre la storia bizantina.

Bibliografia

Aimi A. 2008, Maya e Aztechi, Milano; Carrasco D. 1997, La religione azteca: città sacre, azioni sacre, in L.E. Sullivan (a cura di), Culture e religioni indigene in America Centrale e Meridionale, Milano, pp. 23-42; Cortés H. 1519-1526, La conquista del Messico (Cartas de relación), L. Pranzetti (a cura di), ed. BUR, 1999; Davies N. 1999, Gli Aztechi. Storia di un impero, Roma; Diaz del Castillo B. 1568, La conquista del Messico, 1517-1521 (Historia verdadera de la conquista de la Nueva España), F. Marenco (a cura di), ed. TEA, 1991; Donattini M. 2004, Dal Nuovo Mondo all’America. Scoperte geografiche e colonialismo (secoli XV-XVI), Roma; Duverger C. 1981, Il fiore letale. Economia del sacrificio azteco, Milano; Fiorentino D. 1992, L’America indigena. Popoli e società prima dell’invasione europea, Firenze; Levy B. 2010, Conquistador. Cortés, Montezuma e la caduta dell’impero azteco, Milano-Torino; Olivier G. 2006, Tlantepuzilama: le pericolose incursioni di una divinità dai denti di rame in Mesoamerica, in A. Lupo, L.L. Luján, L. Migliorati (a cura di), Gli Aztechi tra passato e presente. Grandezza e vitalità di una civiltà messicana, Roma, pp. 59-72; Todorov T. 2012, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Torino; Vaillant G.C. 1992, La civiltà azteca, Torino.

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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