GERMANICO, NOMEN OMEN

di Michele Gatto

1. Roma e la Germania

Nomen omen è una locuzione latina, dal significato “il nome è augurio” o “il destino è nel nome”, che sembra proprio calzare a pennello a Giulio Cesare Germanico. In realtà, il suo nome originario era Nerone Claudio Druso, nato il 24 maggio del 15 a.C. da Antonia Minore e Nerone Claudio Druso, fratello di Tiberio e figlio adottivo di Augusto, a cui il Senato aveva attribuito dopo la morte nel 9 a.C. il titolo Germanico, proprio per le vittorie ottenute sulle tribù germaniche. Nel momento in cui, il 26/27 giugno del 4 d.C., suo figlio fu adottato da parte di Tiberio e poco dopo da Augusto, gli venne cambiato nome conferendogli l’appellativo Germanico, ereditato dal padre (Tacito, Annali, I, 3, 5; Eck, 1998). Ma a questo punto, è necessario un riepilogo dei rapporti tra Roma e la Germania per comprendere come mai quel nome ne avrebbe segnato inequivocabilmente il destino.

Il primo ad avvicinarsi alla Germania fu Cesare, durante la conquista della Gallia: dopo essere entrato in contatto coi Germani stanziati sulla riva sinistra del Reno, attraversò il fiume per compiere alcune spedizioni intimidatorie nei confronti di quelle tribù germaniche che spesso e volentieri razziavano il territorio gallico (Cesare, Guerra Gallica, IV, 17-19). Ma la Germania rimaneva un territorio piuttosto ostile, nonostante i seguenti propositi di espansione avrebbero auspicato un avanzamento del limes sul fiume Elba. Dopo alcune azioni nell’area da parte di Agrippa, Augusto inviò Druso (figlio di Livia) ad invadere la Germania nel 12 a.C.: ottenuti diversi successi, nel 9 a.C. questo raggiunse l’Elba, ma si trattava di una conquista fragile, segnata da presagi funesti (Cassio Dione, LV, 1); lo stesso Druso, mentre ritornava a Roma per celebrare il trionfo, morì prematuramente per una caduta da cavallo. La sua opera fu completata da Tiberio nel 7 a.C., sebbene Roma controllasse direttamente solo una parte dei territori oltre il Reno, affidandosi alle alleanze con le tribù locali per tutti gli altri: l’elemento militare rimase quindi preponderante e furono stabiliti rapporti tributari diversi con le singole comunità. Tra il 2 e il 5 d.C., scoppiò una prima rivolta sotto il governatore Marco Vinicio, sedata da un nuovo ritorno di Tiberio, anticipazione di quanto sarebbe accaduto poco più tardi (Roberto, 2018).

Nel 6 d.C., Augusto inviò in Germania come nuovo governatore Publio Quintilio Varo, il quale, assecondando un’errata convinzione affermatasi a Roma, riteneva pacificata la regione, cominciando di conseguenza ad organizzarla come una provincia, così da facilitare il prelievo dei tributi. Ciò comportava inoltre che Varo facesse da giudice nelle controversie tra Germani e la costruzione di città o infrastrutture, accelerando un processo di provincializzazione che confidava sull’appoggio delle aristocrazie barbariche: ma non essendo le tribù locali ancora pronte per questi cambiamenti radicali e considerato che il peso della dominazione gravava sui ceti medio-bassi, oltre a limitare l’autonomia dei capi, il malcontento sfociò nella rivolta, favorita dal controllo parziale del territorio da parte dei Romani e da alcuni errori strategici (sebbene il loro arrivo avesse comunque comportato dei benefici economici) (Cassio Dione, LVI, 18, 2-4; Velleio Patercolo, II, 118, 1; Breccia, 2012; Roberto, 2018). La situazione fu così sfruttata da Arminio, un nobile appartenente alla tribù dei Cherusci che insieme al fratello Flavo aveva combattuto per Roma come comandante di un’unità ausiliaria, probabilmente per accrescere il proprio prestigio, ottenendo infine la cittadinanza romana e il rango di cavaliere. Ma pare che Arminio avesse ben altre ambizioni: dimostrando ostilità verso gli aristocratici filoromani, tra cui il cherusco Segeste (suo suocero), riunì le tribù germaniche al fine di attirare i Romani in una trappola per sconfiggerli; a nulla valse il tentativo di Segeste di avvertire Varo (Tacito, Annali, I, 55; Velleio Patercolo, II, 118, 2-4; Wells, 2016; Roberto, 2018). Nell’estate del 9 d.C., il governatore, fidandosi di Arminio, si mosse a nord con tre legioni verso la terra dei Cherusci, presso il fiume Weser, per sedare una presunta rivolta: in realtà, si trattava di un inganno di Arminio, che le condusse nel fitto degli alberi e delle paludi della selva di Teutoburgo, massacrandole letteralmente su un terreno di battaglia a loro totalmente sfavorevole ed ignoto; lo stesso Varo si tolse la vita sul campo (Cassio Dione, LVI, 19-21; Breccia, 2012; Wells, 2016). Se quest’ultimo è passato alla storia come il principale responsabile della disfatta, nonostante le colpe debbano essere distribuite equamente con i comandanti e con lo stesso entourage imperiale, Arminio invece, a partire dall’Umanesimo, divenne un eroe nazionale, specialmente durante il XIX secolo (Breccia, 2012; Wells, 2016; Roberto, 2018). Indubbiamente, appena la notizia del disastro arrivò a Roma scatenò grande sgomento, colpendo Augusto in particolare (Svetonio, Augusto, 23; Roberto, 2018). Ma a questo punto, era giunto il momento di riscattarsi.

Furor teutonicus, dipinto di P. Jovanovic (1889) sulla battaglia di Teutoburgo (fonte: Wikipedia)

2. Le imprese di Germanico

La rivolta guidata da Arminio aveva creato gravi problemi a Roma. L’occupazione della Germania transrenana era ormai seriamente compromessa: tutte le conquiste di Druso andarono perdute, benché Augusto fino alla sua morte abbia riconosciuto l’Elba come il limite germanico estremo; inoltre, anche il presidio del limes lungo il Reno e la difesa della Gallia stessa divennero precari. Era perciò necessario prendere delle contromisure, a cui si aggiungevano la necessità di vendicare il tradimento dei Germani e di Arminio, oltreché la sottrazione delle aquilae della XVII, XVIII e XIX legione, le sacre insegne romane oltraggiate dai barbari. Inizialmente, in Germania fu inviato nuovamente Tiberio, che tra il 10 e il 12 d.C. consolidò il limite renano attuando alcune incursioni vittoriose oltre il fiume, ma senza spingersi troppo in avanti. Nel frattempo, all’interno dello schieramento germanico ribelle guidato da Arminio erano emerse divergenze e divisioni, per di più di carattere familiare (Roberto, 2018).

Accanto a Tiberio c’era anche Germanico, come secondo ufficiale, al quale nel 13 d.C. venne affidato il comando delle truppe sul Reno (Sawiński, 2007): otto legioni e 15.000 auxilia, numeri che testimoniano l’intenzione di una campagna in grande stile. Ma l’anno successivo, dopo la morte di Augusto, Germanico si ritrovò a dover fare i conti con la rivolta (anche violenta) di alcune legioni (I, V, XX e XXI), probabilmente generata dal reclutamento forzato conseguente all’onda emotiva post Teutoburgo; il malcontento relativo alla paga ed alle condizioni di leva, si unì alle rivendicazioni politiche dell’esercito e a tensioni nella famiglia imperiale: infatti, venne richiesto perfino che Germanico succedesse ad Augusto al posto di Tiberio (Svetonio, Tiberio, 24-25). Tuttavia, il generale ne venne a capo sedando la ribellione, sebbene a fatica (Tacito, Annali, I, 31-49; Roberto, 2018).

Ritratto di Germanico del tipo Gabii (fonte: archaicwonder.tumblr.com)

Nell’autunno del 14 d.C., ebbe luogo una prima rapida incursione oltre il Reno contro i Marsi, risoltasi in una carneficina alla quale reagirono altre popolazioni come Bructeri e Usipeti, che attaccarono le truppe romane sulla via del ritorno; nonostante un iniziale disordine nella retroguardia degli ausiliari, la situazione fu risolta dall’intervento di Germanico (Tacito, Annali, I, 50, 4 e 51; Roberto, 2018). L’anno successivo iniziò la campagna vera e propria, con i Catti come prima vittima designata; il loro territorio venne devastato e molti di essi si arresero ai Romani. Queste prime vittorie di Germanico provocarono reazioni decisive tra le popolazioni transrenane: Arminio perse consensi, ed il suocero Segeste, da sempre contrario alla rivolta, si riprese la figlia Tusnelda, nel frattempo rimasta incinta; inoltre, inviò a Germanico un’ambasceria di nobili (tra cui il figlio traditore, Segimundo), recanti numerosi oggetti trafugati a Teutoburgo, dimostrando di essere pronto ad accettarne la punizione: essendo Segeste in ostaggio dei populares Cherusci, Germanico lo liberò e si mostrò magnanimo verso di lui, la sua famiglia e tutti coloro che avessero abbandonato Arminio (Tacito, Annali, I, 57-58, 3; Roberto, 2018; Mierow, 1943). Giunta l’estate, il generale si diresse verso la regione tra il Mare del Nord ed i fiumi Lippe ed Ems: con l’aiuto della tribù dei Cauci, invase il territorio dei Bructeri, i quali battendo in ritirata furono sconfitti, abbandonando i propri possedimenti alla mercé dei Romani, che qui ritrovarono l’aquila della XIX legione. Proseguendo, Germanico e i suoi pervennero sul luogo del massacro di Teutoburgo, diventato un santuario per i Germani: ai resti insepolti sparsi ovunque fu data degna sepoltura, un’operazione in parte resa vana dal successivo intervento delle tribù locali, che riconsacrarono il sito riesumando le ossa (Tacito, Annali, I, 60, 2-3 e 61-62; Roberto, 2018; Wells, 2016; Shotter, 1968). In seguito, Germanico pose Arminio in seria difficoltà, sebbene durante il rientro agli accampamenti invernali sul Reno, le truppe fossero state messe a dura prova da alcuni attacchi lungo il percorso, respinti a fatica, come l’agguato ai Pontes longi. Se Arminio in precedenza aveva unito alla sua causa nuovi alleati, tra cui lo zio Inguiomero, dopo questi primi fallimenti, Segimero e Sesitach (fratello e nipote di Segeste) si arresero a Germanico (Tacito, Annali, I, 60, 1; 63-68 e 71, 1; Roberto, 2018).

Per la spedizione del 16 d.C., una volta reclutate nuove truppe e accumulate nuove risorse (provenienti soprattutto dalla Gallia), Germanico allestì una flotta di mille navi, in modo da potersi spostare lungo le vie d’acqua, correndo meno rischi. In estate, approdata la flotta alla foce dell’Ems, l’esercito marciò in direzione della terra dei Cherusci. Dopo aver punito gli Angrivari per aver infranto l’alleanza, i Romani giunsero al fiume Weser, in prossimità di Arminio e dei suoi (Tacito, Annali, I, 71, 2-3; II, 6-8; Roberto, 2018). In un primo contatto, si ebbe anche il tempo per un alterco verbale dagli opposti schieramenti proprio tra Arminio ed il fratello Flavo; inoltre, durante la notte precedente alla battaglia, Germanico fece un sogno di buon auspicio (Tacito, Annali, II, 9-10 e 14, 1-2; Wells, 2016). Lo scontro aperto avvenne nella piana di Idistaviso: furono i Germani ad attaccare per primi, ma Germanico riuscì ad aggirare e sfondare le loro linee, costringendoli ad una fuga disordinata. Ciò nonostante, Arminio e Inguiomero si salvarono, riorganizzando così le forze per una nuova battaglia presso il cosiddetto Vallo degli Angrivari, poco lontano: anche questa volta l’esercito romano riuscì ad avere la meglio, con Germanico che diede prova del proprio valore in prima persona, combattendo nella mischia a capo scoperto; una volta terminato lo scontro, sul campo fu eretto un trofeo con un’iscrizione celebrativa (Tacito, Annali, II, 22, 1). Dopo aver ottenuto la resa degli Angrivari, il cui tradimento fu perdonato, alcune legioni tornarono al Reno via terra, mentre le altre, guidate da Germanico stesso, lo fecero imbarcandosi: ma a causa di una tempesta, la traversata del Mare del Nord si rivelò un disastro, provocando la perdita di numerosi uomini. Questo riaccese in alcune tribù propositi di rivolta, però subito spenti. Sconfitti nuovamente i Catti, Germanico si diresse contro i Marsi, devastandone il territorio e ottenendone non solo la resa, ma anche la rivelazione del luogo in cui si trovava una delle aquilae di Teutoburgo, sotterrata in un bosco sacro (Tacito, Annali, II, 16-25; Roberto, 2018).

Quando tutto sembrava pronto per la vendetta definitiva nei confronti di Arminio e dei suoi alleati, Tiberio decise di rinunciare. Il gran numero di perdite, la proverbiale ostilità dell’ambiente transrenano, i presagi negativi legati ad eventi avversi ed i soddisfacenti risultati ottenuti da Germanico, lo indussero a interrompere la campagna, stabilizzando invece la presenza romana sul Reno; ci avrebbero pensato le divisioni interne a indebolire i Germani, rivelandosi fatali per Arminio (Tacito, Annali, II, 88; Roberto, 2018; Wells, 2016). Tuttavia, Tacito attribuisce questa decisione alla gelosia di Tiberio nei confronti di Germanico, un’interpretazione da considerare, visti i delicati equilibri interni alla famiglia imperiale, i problemi di stabilità politica e lo stretto rapporto esistente tra Germanico e le legioni del Reno (Tacito, Annali, I, 52 e II, 26; Shotter, 1968; Williams, 2009). Nonostante i tentativi di convincere il princeps a proseguire, Germanico ritornò a Roma, dove celebrò un maestoso trionfo, il 26 maggio del 17 d.C.: nel corteo, sfilarono prigionieri illustri, compresa Tusnelda coi figli, mentre il padre Segeste assistette allo spettacolo seduto tra gli aristocratici romani (Tacito, Annali, II, 41; Strabone, VII, 1, 4; Roberto, 2018). Germanico, divenuto estremamente popolare, poco tempo dopo fu inviato in Siria, dove le sue vicende si sarebbero concluse tra numerosi sospetti (Svetonio, Tiberio, 52; Caligola, 2). Ma questa è un’altra storia.

Tusnelda nella processione trionfale di Germanico, K. von Piloty, 1873 (fonte: Wikimedia)

3. La memoria di un eroe

Germanico compì dunque il suo destino, realizzando la ultio (vendetta) del popolo romano nei confronti dei Germani dopo l’inganno di Teutoburgo, tanto da essere ricordato ancora a lungo per le proprie imprese. Dopo la sua morte nel 19 d.C., al termine del periodo di lutto pubblico, l’anno successivo venne emanata la lex de honoribus Germanici Caesaris, contenente le decisioni prese dal Senato per onorarne la memoria e l’elogio funebre, che esprimeva inoltre la posizione di Tiberio (in contrasto con la versione fornita da Tacito), oltre alla disposizione di erigere statue in onore di Germanico in tutto l’impero (Tacito, Annali, III, 2-5; Fraschetti, 1988; Sensi, 1994; Roberto, 2018). Infatti, secondo Tacito, gli furono dedicati numerosi ritratti, ma sul loro numero abbiamo poche certezze, al pari della loro datazione. Tra le tipologie individuate, ne esiste una più giovanile, detta Beziers, in genere associata fisionomicamente ai ritratti del padre Druso Maggiore e di Tiberio. Un’altra, detta Gabii, è associata invece a quelli di Druso Minore, della quale ve ne sono diversi esemplari (tra cui i busti conservati a Roma presso i Musei Capitolini e il Museo Nazionale Romano); in questa tipologia, i capelli sono riportati sul davanti aprendosi a ventaglio, con folte ciocche sul lato destro (Tacito, Annali, II, 83; Stuart, 1940; Pietrangeli, 1960; Sensi, 1994). Sempre del tipo Gabii, è il ritratto bronzeo ricomposto ritrovato ad Amelia (Umbria): una statua loricata (con corazza), che raffigurerebbe Germanico durante l’adlocutio, cioè l’arringa delle truppe; il braccio destro è proteso in avanti, mentre la mano sinistra regge una lancia rivolta verso terra, simbolo di imperium; egli indossa un mantello e la corazza è riccamente decorata con motivi mitologici. Vista l’applicazione della testa in un secondo momento e viste le analisi strutturali, è stato però ipotizzato che la statua potesse raffigurare inizialmente Caligola e che, in seguito ad una damnatio memoriae, sia stata riutilizzata per celebrare il padre Germanico. A Roma invece, nei pressi del Circo Flaminio, venne costruito un arco trionfale che celebrava le vittorie in Germania, Gallia e Asia, sormontato da un carro guidato da Germanico attorniato dai membri del suo nucleo familiare; forse, un altro arco fu eretto anche sul Reno (La Rocca, Parisi Presicce, Lo Monaco, 2011; Sensi, 1994).

Altri ritratti di Germanico sono quelli impressi sulle monete, praticamente fino all’età flavia. Su una moneta argentea coniata in Cappadocia, sotto Tiberio, la testa di Germanico è raffigurata al rovescio, inusualmente con la barba, e associata al ritratto sul diritto del Divus Augustus (RPC I, n. 3623). Ma è stato soprattutto il figlio Caligola, una volta divenuto imperatore, a porre l’immagine di Germanico sulle sue monete, sottolineando così la linea di discendenza: oltre a collocarne il busto su un asse in bronzo, fece coniare un dupondio con, al diritto, Germanico alla guida di un quadriga e la legenda GERMANICVS CAESAR; al rovescio, è raffigurato stante a sinistra, con la corazza ed il braccio destro disteso, mentre nella sinistra tiene uno scettro con un’aquila; la legenda è SIGNIS RECEPT DEVICTIS GERM, con la marca senatoria SC. Questa emissione riproduce chiaramente il trionfo celebrato da Germanico per le vittorie ottenute in Germania, utilizzato da Caligola per legittimare la propria posizione agli occhi dell’esercito (Suspène, 2013; RIC I, n. 35 e 57).

Dupondio di Caligola con al diritto il trionfo di Germanico e al rovescio Germanico in abito militare (fonte: British Museum)

Anche dopo la morte quindi, si conservò la memoria di Germanico, ammirato ed amato per il suo carattere, oltreché per la cultura e le grandi qualità, sia umane sia militari (Tacito, Annali, I, 33, 2; Svetonio, Caligola, 3-4), che gli permisero di riscattare l’onore di Roma.

Michele Gatto – Scacchiere Storico

Michele Gatto è uno studioso dell’antichità greca e romana, in particolare della Grecia in età classica e di Roma in età imperiale. È specializzato in numismatica antica. I suoi interessi arrivano a comprendere inoltre la storia bizantina.

Bibliografia

Breccia G. 2012, I figli di Marte. L’arte della guerra nell’antica Roma, Milano; Eck W. 1998, s.v. Germanicus, in Der Neue Pauly: Enzyklopädie der Antike, Stuttgart/Weimar, pp. 963-966; Fraschetti A. 1988, La Tabula Hebana, la Tabula Siarensis e il iustitium per la morte di Germanico, in “Mélanges de l’École française de Rome. Antiquité” 100, pp. 867-889; La Rocca E., Parisi Presicce C., Lo Monaco A. 2011 (a cura di), Ritratti: le tante facce del potere, Roma; Mierow C.C. 1943, Germanicus Caesar Imperator, in “The Classical Journal” 39, pp. 137-155; Pietrangeli C. 1960, s.v. Germanico, in Enciclopedia dell’Arte Antica, Roma, pp. 848-849; RIC I = H. Mattingly, E.A. Sydenham, Augustus to Vitellius, London 1923; RPC I = A. Burnett, M. Amandry, P.P. Ripollès, From the death of Caesar to the death of Vitellius (44 BC – AD 69), London/Paris 1992; Roberto U. 2018, Il nemico indomabile. Roma contro i Germani, Bari; Salvo D. 2010, Germanico e la rivolta delle legioni del Reno, in “Hormos. Ricerche di storia antica” 2, pp. 138-156; Sawiński P. 2007, Some comments on the character of Germanicus’ imperium during his activity in Germany and in the East, in P. Berdowski, B. Blahaczek (ed. by), Haec mihi in animis vestris templa. Studia Classica in Memory of Professor Lesław Morawiecki, Rzeszów, pp. 221-226; Sensi L. 1994, s.v. Germanico, in Enciclopedia dell’Arte Antica, Roma, pp. 756-757; Shotter D.C.A. 1968, Tacitus, Tiberius and Germanicus, in “Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte” 17, pp. 194-214; Stuart M. 1940, Tacitus and the Portraits of Germanicus and Drusus, in “Classical Philology” 35, pp. 64-67; Suspène A. 2013, Germanicus: Le témoignages numismatiques, in “Cahiers du Centre Gustave Glotz” 24, pp. 175-195; Wells P.S. 2016, La battaglia che fermò l’impero. La disfatta di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo, Milano; Williams K.F. 2009, Tacitus’ Germanicus and the Principate, in “Latomus” 68, pp. 117-130.

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Pubblicato da Scacchiere Storico

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