LA SACRA CORONA D’UNGHERIA

Sacra Corona d'Ungheria

di Davide Galluzzi

Quando pensiamo ai simboli legati al potere, la nostra mente probabilmente corre subito alle corone dei re e a un mondo, forse a causa di Hollywood e di numerose serie tv, perennemente dal sapore medievale, in cui a tale oggetto si uniscono lotte per il trono ed epopee degne della migliore tradizione epica. Ed è, sempre nel nostro immaginario, il monile rigorosamente d’oro a incarnare il potere e a generare una serie infinita di intrighi e lotte per ottenerlo (o mantenerlo), quasi fosse l’equivalente reale dell’Unico Anello dell’opera tolkieniana.

E se indubbiamente le nostre fantasie si basano su una solida base storica, la realtà intorno alle corone è molto più complessa e coinvolge non solo eventi concreti come le incoronazioni e le lotte di successione, ma anche le idee astratte che intorno all’oggetto si sono create nel corso dei secoli, in un processo di dimensione e profondità storica  che va al di là di facili semplificazioni. Un esempio perfetto, a tale riguardo, è costituito da quella che, oltre a essere un oggetto di potere, è considerata anche una reliquia religiosa, ossia la Sacra Corona d’Ungheria, secondo la tradizione appartenuta a re Stefano I.

  1. La storia della Sacra Corona d’Ungheria

Come vedremo nel corso di questo articolo, per comprendere meglio la storia e l’importanza della Sacra Corona, dobbiamo tenere a mente i tre aspetti che essa incarna, ossia la “Corona visibile”, quindi l’oggetto, la “Corona invisibile”, la quale denota il potere e l’autorità del re e, infine, il “Culto della Sacra Corona”, che altro non è se non quell’insieme di idee politiche che si sono sviluppate intorno al monile e ne usano l’immagine per legittimare, alternativamente, il potere del sovrano o la libertà degli Stati (Teszelsky, 2016). Ogni analisi del diadema ungherese non può quindi non partire dalla sua fisicità, dalle caratteristiche materiali della Corona e dalle vicissitudini storiche delle quali è stata protagonista.

Stefano I riceve la corona dai delegati del papa
Il re ungherese Santo Stefano riceve la corona dai delegati del papa, Pieter-Jozef Verhaghen, 1770. Galleria Nazionale Ungherese, Budapest (fonte: Wikipedia, licenza CC0)

Anzitutto, è opportuno notare come la Sacra Corona d’Ungheria non sia un oggetto forgiato in un processo singolo, ma derivi, al contrario, dall’assemblaggio di due diversi monili, entrambi di provenienza diversa. La parte inferiore, nota come corona graeca, fu probabilmente donata dall’imperatore bizantino Michele VII a re Géza I. La parte frontale riporta un’icona del Cristo Pantocratore, mentre nella parte posteriore, alla stessa altezza dell’icona, venne posto un ritratto dello stesso imperatore Michele VII Ducas, sotto al quale sono collocati i ritratti del figlio Costantino VII Porfirogenito e di re Géza I. A unire i due estremi stanno una serie di icone ritraenti gli Arcangeli Michele e Gabriele e i principali santi della Chiesa ortodossa greca, alternati a pietre preziose e a prependulia dorati. La dimensione della corona graeca, ben 66 centimetri di circonferenza, fanno pensare che, in origine, essa fosse stata creata per una donna che l’avrebbe indossata sopra una capigliatura elaborata. Al momento dell’incoronazione, infatti, i monarchi ungheresi dovevano indossare un particolare cappuccio per evitare che la Sacra Corona scivolasse: il pericolo era tutt’altro che remoto e in due casi, nel 1526 con Giovanni Zápolya e nel 1916 con Carlo IV, l’instabilità della Corona sul capo del sovrano venne interpretata come presagio di sventura.
La parte superiore, nota come corona latina, è invece costituita da due fasce, unite da una placca quadrata, che formano una croce. Se sulle fasce vennero dipinti ritratti di otto degli Apostoli, la placca centrale venne decorata con un’altra icona di Cristo Pantocratore, successivamente deturpata per inserirvi il chiodo che sorregge la croce dorata posta alla sommità della Sacra Corona. Lo stile e le iscrizioni fanno propendere molti studiosi per un’origine italiana delle due fasce. Inoltre, le lettere presenti sulle icone sono simili a quelle su un anello di re Colomanno, la cui moglie era la figlia del re di Sicilia (Péter, 2003; Moravetz, 2018; Bak-Pálffy, 2020).

Non esiste, a oggi, un consenso generale sul periodo in cui le due corone siano state assemblate a formare il diadema che divenne la Sacra Corona. Naturalmente sono state scartate quelle ipotesi, fantasiose, ma in linea con la leggenda nazionale ungherese, secondo le quali il gioiello risalirebbe effettivamente al 1000 d.C. Gli storici, oggi, propendono a datare l’unione delle due corone in un periodo che oscilla tra l’XI e il XV secolo, con una preferenza per il tardo XII secolo. Il manufatto, a ogni modo, venne modificato più volte. Il ritratto di Michele VII, per esempio, venne fissato in modo irregolare e secondo alcuni questo denoterebbe il fatto che, originalmente, al suo posto vi fosse un’altra immagine. Anche la già menzionata croce posta sulla sommità della Corona, venne inserita solo successivamente all’unione della corona graeca con quella latina, probabilmente in seguito  alla fine della dinastia degli Arpadi, ossia dopo il XII secolo. Le incertezze legate all’origine effettiva della Sacra Corona sono generate anche dal silenzio delle fonti al riguardo. Le prime rappresentazioni ufficiali dell’oggetto, infatti, risalgono al XVI secolo, mentre solo a partire dal XVIII secolo la croce venne raffigurata storta, come appare oggi. Questo suggerisce, come effettivamente confermato dall’analisi del diadema, che tra il XVI e il XVIII secolo la Corona subì un forte danno che portò alla rottura di tre delle fasce della corona latina e al piegamento della croce, la cui sommità venne schiacciata. Come vedremo in seguito, sono numerose le leggende circa le circostanze che portarono alla rottura del gioiello (Péter, 2003; Moravetz, 2018; Bak-Pálffy, 2020).

Il mito e la leggenda, tuttavia, ci offrono un’altra versione degli avvenimenti. Secondo una narrazione estremamente popolare basata sul testo Vita di Santo Stefano dell’arcivescovo Hartvic, nel quarto anno del suo regno re Stefano I avrebbe inviato Asztrik, arcivescovo di Esztergom, a Roma per ottenere la benedizione papale, una corona e la croce apostolica. Avremo modo di vedere in dettaglio i motivi dietro la popolarità di questa narrazione, ma per ora basti notare come questa origine mitica della Sacra Corona servisse perfettamente da base al legame indissolubile tra Regno d’Ungheria e Santa Sede, sancendo inoltre l’indipendenza ungherese da altri poteri quali, per esempio, il Sacro Romano Impero e l’impero bizantino. Quello che è certo è che assai difficilmente l’incoronazione di Stefano I, pur portando al riconoscimento dell’Ungheria quale regno cristiano indipendente, avvenne senza il consenso del papa e dell’imperatore (Péter, 2003). Nel 1083, durante il regno di Ladislao I, re Stefano I, suo figlio Emerico e il vescovo Gerardo vennero canonizzati: fu l’inizio della nozione di Szentkirályok, ossia dei re santi, rafforzata dalla canonizzazione anche di Ladislao I nel 1192. Ben presto l’intera dinastia degli Arpadi, ossia la “famiglia dei re santi”, venne ritenuta in possesso di facoltàsoprannaturali che vennero poi trasferiti alle insegne del potere reale: sarebbe stata questa dinamica di traslazione della santità dalla famiglia alle regalie a essere determinante, in futuro, per la legittimazione di monarchi non legati alla dinastia fondatrice (Péter, 2003; Bak-Pálffy, 2020).

Sacra Corona d'Ungheria
Immagine posteriore della Sacra Corona d’Ungheria. Museo Nazionale Ungherese, Budapest (fonte: Wikipedia, licenza CC0)

Da quanto appena visto, emerge l’importanza politica della Sacra Corona e della sua custodia: il suo possesso era infatti fondamentale per la legittimazione del potere, soprattutto in un contesto convulso e violento come quello patito dall’Ungheria a partire dal 1301, con la fine del ramo maschile degli Arpadi. L’estinzione della dinastia dei Szentkirályok diede inizio a una lunga serie di crisi di successione e lotte per il trono in cui il possesso della Corona era fondamentale per la legittimazione del sovrano. In un momento in cui, in Europa, la liturgia dell’incoronazione iniziava a passare in secondo piano, soppiantata dalla pretesa del diritto divino del re, l’Ungheria vide il rafforzarsi di una dinamica diversa. Nel regno centroeuropeo, infatti, la liturgia mantenne un ruolo fondamentale e l’incoronazione del monarca doveva seguire una procedura ben definita per essere ritenuta legittima: il re doveva essere incoronato dall’arcivescovo di Esztergom nella Basilica dell’Assunzione della Beata Vergine Maria a Székesfehérvár utilizzando la Sacra Corona. L’intera liturgia era pensata per creare un vincolo con il passato e con Stefano I. Anzitutto, il luogo scelto per l’incoronazione non era casuale: Székesfehérvár (o Alba Regia) era infatti stata fondata proprio da Stefano il Santo poco distante dal luogo dove, secondo la leggenda, Árpád, mitico fondatore della dinastia, si accampò dopo aver sconfitto Svatopluk, prendendo la decisione di stabilirsi in Pannonia. Anche le origini della Sacra Corona, come abbiamo visto, venivano fatte risalire proprio a Stefano I: sebbene inizialmente la santità del monarca venisse traslata al monile, a partire dal XIV secolo l’oggetto stesso venne ritenuto sempre più di origine divina (Péter, 2003; Bak-Pálffy, 2020).

L’importanza della liturgia e della Sacra Corona non implica il fatto che, nel corso dei secoli, non vi furono tentativi di cambiare questa tradizione. Il caso più eclatante avvenne nel 1440, alla morte di Alberto II d’Asburgo. Elisabetta di Lussemburgo, vedova di Alberto, era incinta, ma la Dieta ungherese, di fronte al pericolo concreto di un’avanzata ottomana, decise di eleggere come monarca Ladislao III di Polonia che, in Ungheria, prese il nome di Vladislao I. Elisabetta, tuttavia, scappò a Komarom insieme al figlio appena nato, Ladislao detto “il Postumo”, portando con sé la Sacra Corona per minare la legittimità di Vladislao I. Di fronte a questo scenario, il partito di Vladislao decise di prendere la decisione di profanare la tomba di Stefano I per prendere la corona con cui venne sepolto il re santo. Secondo la dieta, infatti, l’incoronazione dipendeva sempre dalla volontà del popolo e la “efficacia et virtus corone” riposavano nell’approvazione della dieta stessa: di fronte all’impossibilità di avere la Sacra Corona, il suo “mysterium” poteva venire trasferito a un nuovo monile. L’operazione fu un fallimento: Vladislao I morì senza aver mai cinto la Sacra Corona e, alla sua dipartita, tutte le sue donazioni vennero ritenute illegittime (Péter, 2003; Bak-Pálffy, 2020). A margine di questo episodio vale la pena ricordare come la Corona venisse portata in Austria da Elisabetta, restando nelle mani di Federico III d’Asburgo fino al 1463, quando re Mattia Corvino la riscattò all’alto prezzo di 80.000 fiorini d’oro, oltre a numerose concessioni politiche. Fu proprio questo sfortunato incidente e la consapevolezza dell’importanza della Corona ai fini della legittimità politica a spingere Mattia Corvino a promulgare, nel 1464, un primo atto volto a regolamentare la custodia delle regalie per evitare furti futuri (Bak-Pálffy, 2020).

L’anarchia seguita al disastro di Mohács del 1526 e il vuoto di potere causato dalla morte in battaglia di re Luigi II ebbero un riflesso anche sulla liturgia dell’incoronazione: nel giro di un anno, infatti, due diete elessero due monarchi diversi, ossia János Zápolya e Ferdinando I d’Asburgo. Entrambi i sovrani, a rimarcare nuovamente l’importanza della Corona di re Stefano quale fonte di legittimità, vennero incoronati a Székesfehérvár da István Podmanickzy, vescovo di Nytra. Ambedue, si intende, con la Sacra Corona (Péter, 2003). Come noto, le sorti arrisero agli Asburgo che, pur con alterne vicende, restarono sul trono ungherese per diversi secoli. Fu proprio durante il lungo regno asburgico che la Corona e la cerimonia di incoronazione, seguita dal tradizionale giuramento del monarca e dal rinnovamento dei privilegi, assunsero una nuova rilevanza e vennero viste sempre più dall’aristocrazia ungherese come un argine alle pretese di un monarca ritenuto straniero. Il culto del monile riuscì, in epoca asburgica, a creare una tradizione così robusta intorno alla continuità e legittimità del potere politico da rendere superflua, in Ungheria, l’elaborazione della teoria “il re non muore mai” o di quella dei due corpi, fisico e politico, del sovrano (Péter, 2003; Hollósi, 2018).

Emblematico, a tal riguardo, il forte dibattito politico sorto nel Regno d’Ungheria alla vigilia e durante la Rivolta di Bocksai del 1604. Le origini della rivolta sono da ritrovarsi nel malcontento degli Stati ungheresi verso Rodolfo II d’Asburgo e nella politica persecutoria di quest’ultimo verso il culto protestante, ma l’episodio portò a un rinnovamento della tradizione intorno alla Sacra Corona. Tutto ebbe inizio con il dibattito intorno al carattere dell’autorità reale e al significato della Corona avvenuto proprio tra Rodolfo II e István Illésházy, uno tra i più potenti magnati del Regno. Secondo quest’ultimo, infatti, il re non aveva il diritto di donare le terre appartenenti alla corona a enti: questo rappresentava una rottura del Diritto della Corona che prevedeva la donazione solo a persone fisiche. Nonostante l’accusa di lesa maestà e la fuga di Illésházy, con conseguente confisca dei suoi possedimenti, il dibattito restò infuocato e il magnate aumentò la propria influenza sugli Stati: con la sua polemica, Illésházy separò per la prima volta la Sacra Corona dalla persona del re, usando la tradizione legata al monile proprio per limitare l’autorità del monarca a favore degli Stati. La contraddizione esplose nel 1604, allorquando a Kassa la chiesa di Santa Elisabetta, devota al culto protestante, venne occupata dai cattolici che, con il consenso di Rodolfo II, cacciarono i pastori luterani. Essendo la città un possedimento della corona, il monarca decise di applicare il principio “cuius regio, eius religio”, estromettendo i luterani. La pretesa del sovrano di gestire la città come meglio credeva venne vista come tirannica e gli Stati ungheresi, riunitisi a Gálszécs il 26 settembre 1604, affermarono che le libere città erano proprietà della Sacra Corona e non del sovrano. Di fatto, secondo i magnati magiari, le libere città condividevano gli stessi privilegi della nobiltà e del clero: non erano proprietà del sovrano, ma membri del Regno all’interno della Sacra Corona. Quest’ultima, quindi, venne identificata sempre più come il bastione della libertà degli Stati e della sovranità del Regno d’Ungheria all’interno dei domini asburgici. Questa visione della Corona offrì legittimità alla rivolta, poi fallita, guidata da István Bocskai ed esplosa proprio nel 1604 in opposizione alla politica di Rodolfo II (Teszelsky, 2016).

Istvan Bocskai
Ritratto del principe di Transilvania e Ungheria István Bocskai, di B. Caymox, 1613 circa. Museo Nazionale Tedesco, Norimberga (fonte: Wikipedia, licenza CC0)

L’Illuminismo provò a modificare parzialmente la tradizione e il culto della Sacra Corona: quest’ultima venne vista come simbolo dei valori tradizionalmente legati al monile, ma non come incarnazione di tali principi. Nonostante questa svolta, l’Ungheria restò in controtendenza rispetto al resto d’Europa: per tutto il XIX e il XX secolo, l’incoronazione con la Sacra Corona era fondamentale ed essenziale anche a livello costituzionale. Per capire l’importanza che la reliquia mantenne fino al 1945 potrebbe essere interessante analizzare le vicissitudini legate alle sue ripetute scomparse tra Ottocento e Novecento. Durante la famosa Rivoluzione del 1848-49, per esempio, la Corona venne spostata più volte per impedire che cadesse nelle mani asburgiche. Nell’agosto 1849, quando era ormai chiaro che la Rivoluzione sarebbe caduta sotto i colpi austro-russi, il Primo ministro Bertalan Szemere decise di trafugare il monile e seppellirlo in un luogo segreto per delegittimare definitivamente il potere asburgico. Solo nel 1867 la Sacra Corona venne ritrovata e Francesco Giuseppe poté essere incoronato in maniera legittima, naturalmente dopo la svolta legata al Compromesso del 1866. Di nuovo, nell’ottobre 1944, alla fine del suo potere, l’ammiraglio Horthy decise di seppellire la Corona per delegittimare il potere nazista delle Croci Frecciate, il cui governo venne instaurato a Budapest in seguito all’occupazione tedesca. Ferenc Szálasi, leader delle Croci Frecciate, riuscì tuttavia a recuperare la reliquia e, di fronte a essa, prestò giuramento come Nemzetvezető (guida della nazione, duce). Con l’arrivo dell’Armata Rossa, il potere nazista decise di portare la Corona in Germania, per impedire che cadesse in mano comunista. La reliquia venne invece trafugata dalle truppe statunitensi e restò a Fort Knox fino al gennaio 1978 quando, in seguito a lunghe trattative con il governo comunista, Washington restituì la Sacra Corona alla nazione ungherese (Péter, 2003).

  1. La Corona invisibile

Quanto abbiamo riportato finora si riferisce alla Sacra Corona in quanto oggetto, ossia al manufatto visibile. Al suo fianco, tuttavia, esiste una Corona invisibile, la cui importanza è emersa indirettamente nel paragrafo precedente, ossia tutto quell’insieme di idee legate all’oggetto in quanto tale. Naturalmente, sarebbe un grave errore, al di là della facile retorica di cui la reliquia è ancor oggi pervasa, ritenere tali principi eterni e immutabili. Al contrario, esse sono cambiate nel corso della millenaria storia ungherese. La dinamica tra Corona visibile e invisibile, tra oggetto e idee, va quindi intesa nella sua dimensione storica.

E così come la storia dell’oggetto materiale affonda le sue radici, seppur mitologiche, nel Medioevo e nel regno di Stefano I, anche le idee legate al monile vedono le proprie origini in quel periodo. Dall’XI secolo, il termine “corona” denota il cerchio d’oro che cinge il capo del sovrano e che, simboleggiandone la dignitas e l’officium, trasferisce al monarca poteri spirituali e materiali legati alla regalità. Unendo in sé elementi terreni e trascendentali, il monile denotava, di conseguenza, anche le capacità spirituali del re. La consapevolezza di questi concetti emerge anche nelle Admonitiones di Stefano I, ossia quelle istruzioni e quei consigli che il primo re ungherese lasciò al figlio Emerico come guida per il buon governo. Scrivendo al figlio, Stefano I parlava proprio dell’esistenza di due corone: quella temporale, ossia il monile, e quella spirituale, che altro non sarebbe se non l’apoteosi dei santi. Se il re è un servo di Dio, pio e fedele, potrebbe eventualmente essere degno anche della corona spirituale, oltre di quella materiale. Da qui la necessità, per il buon monarca, di mantenere salda la fede cristiana. La funzione della Corona, per il primo re magiaro, è quindi quella di dimostrare la sostanza del potere regale, racchiudendo in sé tanto i doveri del sovrano quanto le qualità e i principi che dovrebbe possedere e seguire (Péter, 2003).

Iniziava quindi a emergere, già dalle Admonitiones, la distinzione tra Rex, ossia il monarca in quanto tale, cioè la sua persona fisica, e la Corona, che racchiudeva le qualità spirituali della regalità: la persona non poteva rappresentare tutte le qualità cristiane del re, ma la corona fisica apparteneva comunque per intero a quest’ultimo in quanto a lui conferita dalla Chiesa. La Grazia di Dio, quindi, si trasferiva al sovrano attraverso la corona, ma la distinzione tra essa e il re non era ancora, all’epoca di Stefano I, dicotomica. Il processo era tuttavia iniziato e a partire dal XIII secolo era attivo, in Ungheria, lo Ius Coronae, che portò alla trasformazione dei diritti, doveri, proprietà e capacità dell’ufficio regale in attributi della Sacra Corona. La distinzione tra la figura del re e l’istituzione impersonale della corona era ormai chiara. Sarebbe tuttavia un grave errore pensare che questo comportasse l’emergere di un concetto di Stato o della concezione politica della Sacra Corona, idee aliene ai sovrani dell’epoca: i monarchi medievali ungheresi si riferivano al monile in termini di proprietà e al Regno in accezione territoriale, non di comunità politica (Péter, 2003).

Proprio l’aspetto territoriale, anche su impulso della Chiesa, divenne uno degli attributi fondamentali della Sacra Corona. Nel 1220, papa Onorio III esortò il re Andrea II a preservare il proprio patrimonio, revocando le alienazioni territoriali concesse dai suoi predecessori. Era nuovamente l’inizio di un altro processo, ossia quello dello sviluppo del concetto giuridico di inalienabilità del patrimonio reale che, nel corso del XIV secolo, giunse a coprire tutto il territorio sottoposto alla Sacra Corona d’Ungheria: il re, in base a tale principio, non poteva alienare porzioni di regno ad altri sovrani in quanto questo andava a detrimento della Corona e, quindi, dell’unità del Regno. Ben presto, di conseguenza, le entrate reali divennero entrate della Corona, conservate nel tesoro della stessa. Non solo: tutte quelle terre senza erede legittimo spettavano così alla Sacra Corona che era, in base al diritto magiaro, radice di ogni proprietà (Péter, 2003). Se le capacità della Corona non erano condivise, questo non significava che la Chiesa, i baroni, la nobilità e la dieta non fossero collegati alle responsabilità del sovrano e, di conseguenza, alla Sacra Corona. I vescovi, i baroni e la nobiltà del Regno costituivano quello che veniva definito Ország, un termine di difficile traduzione e che in origine denotava il regno stesso, la nazione. L’incoronazione del nuovo sovrano, come abbiamo visto in precedenza, doveva avvenire alla presenza delle gerarchie del Regno e solo dopo il trasferimento dell’autorità al re da parte della dieta. La cerimonia mantenne questo aspetto contrattualistico fino al 1918. Di più: in mancanza di un erede legittimo, l’Ország reclamava il proprio diritto di eleggere un nuovo monarca, legittimando la nuova transizione di potere con un riferimento all’Auctoritas della Sacra Corona. Gli Stati del Regno, riunitisi in dieta, condividevano quindi il potere con la Corona più che con il re. Si trattava di un dualismo in cui il sovrano esercitava i diritti investiti nella Sacra Corona, mentre l’Ország quelli della terra, ossia dei diritti e dei privilegi dell’Ungheria. I due corpi erano depositari di diritti e autorità separati, ma complementari, anche se questa divisione si esacerbò sempre più a partire dal 1526 e dall’ascesa al trono degli Asburgo, ritenuti una dinastia straniera. Tale dualismo era generato anche dal fatto che, mentre la Sacra Corona regnava anche su altre terre, ossia la Croazia-Slavonia e la Transilvania, l’Ország rappresentava il Regno d’Ungheria propriamente detto (Péter, 2003).

Maria Teresa regina di Ungheria
Ritratto di Maria Teresa d’Asburgo come regina di Ungheria e Boemia con indosso i paramenti regali ungheresi, D. Schmidely, 1743-1745. Palazzo Gödöllő (fonte: Wikimedia, licenza CC0)

Una svolta fondamentale nello sviluppo delle idee legate alla Corona invisibile avvenne nel 1517, quando István Werbőczy pubblicò il trattato noto come Tripartitum, ossia una vasta raccolta di leggi consuetudinarie in vigore nel Regno d’Ungheria. Con la sua monumentale opera, il giurista magiaro diede origine a una nuova tradizione, gettando le basi per la nascita della cosiddetta Dottrina della Sacra Corona che verrà poi sviluppata nei secoli successivi, affermandosi definitivamente durante il XIX secolo (Teszelsky, 2016 e Hollósi, 2018). Nel Tripartitum, Werbőczy postulò per la prima volta il principio secondo il quale l’aristocrazia sarebbe stata membro della Sacra Corona, suggerendo una metafora organica che includeva il re e la nobiltà nel corpo politico della nazione. La posizione del giurista era eminentemente politica e non legale: esponente della piccola nobiltà, Werbőczy sosteneva che all’interno dell’aristocrazia non sussistessero differenze, opponendosi così alla visione tradizionale che vedeva i baroni e i prelati posti al di sopra del resto della nobiltà ungherese. Per sostenere questa tesi, l’intellettuale ungherese ripercorse le origini della sua classe sociale, ricordando come la Communitas magiara si fosse divisa in nobili e plebei con la libera elezione di Stefano I a monarca: così facendo, la Communitas stessa aveva trasferito numerosi poteri alla Sacra Corona, tra cui quello di donare terre a persone fisiche e, di conseguenza, elevarle al rango nobiliare. Questa decisione comportava l’interdipendenza del re e dell’aristocrazia: il monarca era eletto dai nobili, ma i nobili erano creati dal re attraverso la donazione di terre, la cui proprietà ultima risiedeva, come abbiamo visto, nella Corona. Se tutti i membri dell’aristocrazia ottenevano il proprio rango allo stesso modo, ogni differenza interna al ceto veniva meno. Di più: se la Sacra Corona era fonte di ogni proprietà e quindi dei donativi reali, l’aristocrazia terriera poteva venire considerata membro della Sacra Corona e, attraverso essa, dipendente solo dal re legittimo. Il Regno d’Ungheria era quindi composto dal re e dal Magyar Nemzet, ossia dalla nazione ungherese che, all’epoca, era sinonimo dell’aristocrazia: entrambi facevano parte del corpo della Sacra Corona al quale apparteneva quindi l’autorità suprema, che veniva affidata al monarca attraverso il Diritto della Corona (Péter, 2003; Hollósi, 2018).

L’uso della similitudine proposta da Werbőczy restò a lungo nella retorica politica, ma non nel contesto legislativo magiaro. Per tutta l’Età Moderna e, in parte, anche successivamente, la Sacra Corona mantenne la sua caratteristica territoriale e si riferì soprattutto alla persona del re e alla maestà del suo ufficio. Ancora nel 1895, Francesco Giuseppe accettò di buon grado la proposta del Primo ministro Dezső Bánffy di registrare il monile come proprietà del Castello di Buda, ritenendo il diadema come simbolo di potere che indicava solo e unicamente il sovrano e mai quella comunità di monarca e di Ország, avanzata da István Werbőczy secoli prima. Per tutta l’epoca moderna, quindi, mancarono riferimenti legislativi volti a identificare la Sacra Corona come corporazione politica che unisse re e nobili. Permaneva, al contrario, il suo utilizzo a fini territoriali per giustificare la pretesa di inalienabilità delle terre del Regno e la necessità di riconquistare i territori persi in seguito all’occupazione ottomana compiuta da Solimano il Magnifico nel 1541: uno sforzo immenso, compiuto dietro la costante pressione della dieta magiara, che gli Asburgo riuscirono a portare a termine solo nel XVII secolo, con la riconquista di tutta l’Ungheria e della Transilvania (Péter, 2003).

Non dobbiamo infatti dimenticare come, prima del 1930, la Sacra Corona non divenne mai il termine ungherese per definire lo Stato. Soprattutto a partire dagli Anni ‘30 del XIX secolo, il movimento liberal-costituzionale ungherese spingeva per un superamento del dualismo tradizionale di diritti e doveri del sovrano e dell’Ország, che doveva venire rimpiazzato da un sistema di leggi pubbliche basate sul principio per cui la fonte unica di tutto il potere pubblico sarebbe dovuto essere lo Stato. La parola utilizzata per designare quest’ultimo, tuttavia, fu Álladalom, semplificata nel 1850 in Állam. Sia durante la Rivoluzione del 1848-49, sia nel corso di tutta l’Età Dualista, i legislatori ungheresi utilizzarono quindi il termine Állam e non la Sacra Corona per la definizione legale della società. La reliquia divenne, tuttavia, il simbolo unitario dello Stato ungherese. Se prima del 1790 i diritti dell’Ország venivano rivendicati solo sul territorio ungherese propriamente detto, successivamente a tale anno la dieta reclamò il proprio diritto di legiferare su tutti i regni sottoposti alla Sacra Corona (ossia anche su Croazia e Transilvania). Dal 1830, poi, i nazionalisti liberali pretesero che tutte le Terre della Corona di re Stefano fossero unite in un unico sistema di governo, avocando la creazione di uno Stato ungherese che trasformasse il concetto medievale di inalienabilità delle terre in una nuova integrità politico-territoriale di uno Stato unitario basato sulla lingua ungherese. Il tentativo di unificazione dei tre regni sarebbe fallito nel 1848, ma il processo venne portato a compimento tra il 1861 e il 1867 quando, in seguito al Compromesso austro-ungarico, l’Ungheria ottenne il governo centralizzato su quelle che vennero definite ufficialmente da Feren Deák come “Terre della Corona di Santo Stefano” (Péter, 2003).

Era quindi il dibattito politico, pur non rinnegando la visione tradizionale che legava il monile alla figura del re e al suo ufficio, a veicolare le nuove idee associate alla Sacra Corona. L’arco di tempo in cui questa nuova tradizione nacque e si sviluppò, va a grandi linee dal regno di Giuseppe II (1780-1790) alla fine della Prima guerra mondiale e la sua base fu costituita proprio dal “Tripartitum” di Werbőczy. L’opera, come abbiamo visto, subordinava la partecipazione alla dieta (e, quindi, l’appartenenza al corpo della Sacra Corona) al beneficio reale della donazione di terre, servendo quindi da base per un approccio conservatore che limitava l’appartenenza alla nazione alla sola nobiltà terriera (Péter 2003). Per il giurista magiaro i diritti della maestà risiedevano nella Corona ed erano quindi detenuti dal re legittimo, ma anche l’Ország era depositario di alcuni diritti. Più il Regno d’Ungheria si addentrava nel XVIII secolo e più questo secondo aspetto veniva approfondito, fino a diventare predominante, nel dibattito politico ungherese. Un pamphlet anonimo del 1765, opportunamente bruciato su ordine della Corte viennese, affermò, per esempio, che non solo il re, ma anche gli Stati e Ordini del Regno detenevano i diritti che risiedevano nella Maestà della Sacra Corona. In opposizione a questi principi estremamente radicali, i sostenitori della dinastia asburgica risposero riprendendo proprio la metafora usata da Werbőczy, affermando che i membri della Corona dovevano seguirne il capo e quindi solo i nobili cattolici potevano essere realmente parte del corpo che godeva dei diritti menzionati poco sopra (Péter, 2003).

Il principale punto di svolta fu rappresentato dalla diffusione, in terra d’Ungheria, dell’opera di Montesquieu. Con l’emergere dei principi costituzionali, la Sacra Corona, soprattutto dopo il suo trasferimento a Buda nel 1790, divenne il fulcro e il simulacro proprio della costituzione della Nazione ungherese: era una nuova unione della corona visibile e di quella invisibile, che divennero ben presto indistinguibili. Con il vento del cambiamento che soffiava sempre più forte, nei tardi Anni 10 del XIX secolo una riforma estese il diritto di elezione alla dieta anche alla nobiltà senza terra: pur mantenendo un impianto decisamente conservatore, la metafora di Werbőczy divenne la base di una “democrazia nobiliare” che sottolineava l’uguaglianza tra tutti gli aristocratici, rimarcando però la separazione tra populus (ossia i nobili) e plebs (quindi tutti coloro che erano al di fuori del ceto nobiliare). A cercare di colmare il divario tra questi due ceti intervenne il programma liberale. Oltre all’abolizione della servitù e ai primi, timidi passi verso l’uguaglianza di fronte alla legge, un punto di svolta fondamentale fu rappresentato dal servizio militare: se, prima della Guerra di Indipendenza del 1848-49, servire nella Nemzetőrség, ossia la milizia, era diritto riservato solo a benestanti e a persone con una certa soglia di educazione, l’obbligo di arruolarsi e combattere nella Honvédség, quell’embrione di esercito nazionale creato proprio durante la Rivoluzione del 1848, venne esteso a tutti i sudditi ungheresi. Allo stesso modo, nel corso dei moti rivoluzionari, venne sancita l’uguaglianza di tutti i sudditi davanti alla legge, portando così alla fine di uno degli aspetti principali di distinzione tra populus e plebs. Queste innovazioni politiche ebbero un forte riflesso sul dibattito relativo all’appartenenza alla Sacra Corona: per sempre più polemisti, infatti, l’uguaglianza di fronte alla legge e il venir meno della divisione tra populus e plebs significava l’appartenenza di tutti i sudditi al corpo della Sacra Corona. Per altri autori, invece, l’appartenenza a quest’ultima era vincolata all’esercizio dei diritti politici, ancora limitato a un gruppo ristretto di persone (Péter, 2003; Hollósi, 2018).

Fu in questo contesto convulso che Béla Szabó, giudice della Contea di Moson, diede alle stampe un trattato nel quale affermava che le Terre della Sacra Corona formavano un álladalom indipendente dall’Austria. All’interno di questo Stato indipendente la vera proprietà delle terre era detenuta dalla Corona: gli individui detenevano la terra, ma non la possedevano. Analogamente, il re deteneva il potere sulla base di un pactum conventum, ma il potere sovrano apparteneva alla Corona, i cui membri non erano quindi soggetti al re. L’opera di Szabó restò un caso isolato nel dibattito pubblico ungherese fino a quando, sul finire del XIX secolo, non venne riscoperto da Győző Concha che fu il vero padre della Dottrina della Sacra Corona (Péter, 2003). Professore di Diritto costituzionale a Cluj-Napoca e a Budapest e membro dell’Accademia delle Scienze, Concha approfondì gli studi intorno alla sovranità e ne rinnovò la concezione teorica nel Regno d’Ungheria. Partendo dal famoso passo di Werbőczy, nel quale il giurista del XVI secolo parlava del rapporto reciproco tra re e nobiltà, Concha adattò il concetto alle esigenze del XIX secolo, giungendo ad affermare che il re e il parlamento fossero detentori congiunti della sovranità legislativa. Da questo nuovo principio ne discesero altri altrettanto rivoluzionari. Per il giurista ungherese, infatti, le funzioni dello Stato, ossia il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, erano distinte dagli organi dello Stato stesso e i due elementi non coincidevano: il re, il parlamento e il governo costituivano quindi i tre organi principali della sovranità (Péter, 2003).

Incoronazione di Carlo IV
L’incoronazione di Carlo IV d’Asburgo come ultimo re d’Ungheria, il 30 dicembre 1916 a Budapest (fonte: Wikipedia, licenza CC0)

L’utilizzo del termine “organo” aveva implicazioni radicali per la natura dei diritti del re: per Concha, infatti, l’organo era parte di un corpo che si differenziava da altre performando un’attività specifica. Le funzioni e gli organi dello Stato erano di conseguenza elementi necessari, aspetti della personalità statale senza una volontà propria. Se, nel passato, la metafora organica era simbolo di una unità tra la testa (il sovrano) e le membra che, pur detenendo una rispettiva individualità, erano vincolate da un contratto, nell’elaborazione di Concha questo punto viene meno. Anche il re, in quanto organo dello Stato, non ha una volontà separabile da quest’ultimo e viene quindi “degradato” a essere un suo elemento ed effettivamente privato delle proprie prerogative personali (Péter, 2003). Come facilmente immaginabile, il nuovo vocabolario impostosi nel dibattito politico grazie alla Dottrina della Sacra Corona di Concha non venne accettato da tutti. La vecchia retorica giustapponeva Corona e nazione, mentre la nuova affermava che il re si univa alla nazione attraverso la Corona. I sostenitori della Dottrina iniziarono quindi a chiedere che non si usasse la parola “corona” per definire il sovrano, facendo proprio il principio secondo il quale “non è il monarca a ereditare la Corona, ma la Corona a ereditare il monarca” (Péter, 2003).

Se per tutta l’Epoca Dualista la Dottrina ebbe un ruolo semi-ufficiale e di secondo piano nella politica attiva, con uno strano paradosso essa ottenne un ruolo centrale nella vita pubblica ungherese proprio con il collasso della monarchia asburgica. Un ruolo da iniziale protagonista in tal senso ebbe Károly Kmety, Professore di legge a Budapest dal 1902 al 1929, che, nelle sue opere, definì la Sacra Corona come Nemzetállam, ossia come Stato-nazione. Con il collasso dell’impero austro-ungarico, Kmety inviò un memorandum a Mihály Károlyi, il “conte rosso” protagonista della nascita della Repubblica democratica ungherese della quale venne nominato presidente, chiedendo che il nuovo governo si proclamasse fiduciario della Sacra Corona. La Repubblica democratica ebbe, però, vita breve e nel marzo del 1919 i comunisti di Béla Kun presero il potere, dando vita alla Repubblica dei Consigli. Nonostante il trionfo della rivoluzione socialista, Kmety non si diede per vinto e nel corso delle sue lezioni giunse a definire il Direttorio Rivoluzionario, impegnato nel tentativo di restaurare l’unità territoriale ungherese, come depositario della Sacra Corona, le cui prerogative si erano trasferite alla nuova dittatura del proletariato (Péter, 2003).

Terminata la breve parentesi rivoluzionaria (e messo opportunamente da parte il paradosso formulato da Kmety), il vecchio ordine restaurato pose la Dottrina della Sacra Corona alla base della propria azione. L’Ungheria, mutilata e ridotta ai confini odierni, tornò a essere una monarchia sotto la reggenza dell’ammiraglio Miklós Horthy, ma le Grandi Potenze, con la compiaciuta complicità proprio di Horthy, impedirono il ritorno degli Asburgo sul trono ungherese. Di fronte allo scenario di una monarchia senza re e alle umiliazioni imposte dal Trattato del Trianon, che il nuovo regime di Budapest non riconosceva, la Dottrina offrì la perfetta fonte di legittimazione per il neonato Regno d’Ungheria. Oltre alle questioni relative alla nazione e alla sovranità, tutte le elaborazioni teoriche nate in seguito all’opera di Concha divennero la base anche della politica revisionista e del revanscismo di Budapest: basti pensare che, tra il 1938 e il 1940, quando diversi territori tornarono sotto la sovranità ungherese, le leggi di incorporazione sancirono il ritorno di queste terre al “corpo della Sacra Corona” (Péter, 2003).

Nello stesso periodo in cui la Dottrina della Sacra Corona toccò il suo apice, iniziarono tuttavia i primi attacchi a questo impianto teorico-politico che sfociarono nell’ultimo, grande dibattito prima della fine definitiva della monarchia magiara. Protagonista di questa tenzone teorica fu Ferenc Eckhart, Professore di Storia costituzionale e legale che, nel 1931, mise in discussione l’impianto stesso della Dottrina e la pretesa che essa rappresentasse un eccezionalismo magiaro nel panorama costituzionale mondiale. Per Eckhart ogni epoca costituzionale ungherese andava analizzata nella sua dimensione storica, evitando quegli anacronismi nei quali erano caduti gli esponenti della scuola dogmatica che trasferirono al Medioevo principi moderni quali “sovranità” e “personalità dello Stato”, nella pretesa che l’Ungheria avesse una immutata costituzione millenaria; un attacco alla Dottrina della Sacra Corona che non poteva trovare grande spazio nell’Ungheria revanscista e autoritaria di Horthy (Péter, 2003; Hollósi, 2018).

  1. La Sacra Corona oggi: tra simbolismo e neo-sciamanesimo

Alla conclusione della Seconda guerra mondiale, nonostante i tentativi del regime fascista delle Croci Frecciate di nasconderla in Germania, la Sacra Corona cadde nelle mani delle truppe statunitensi che decisero di custodirla a Fort Knox affinché non entrasse in possesso del nuovo governo comunista insediatosi a Budapest. La svolta avvenne negli Anni ‘70, quando la feroce crisi petrolifera portò a un crollo di fiducia nei confronti della politica economica del regime socialista, spingendo quest’ultimo a timide aperture al sentimento nazionale per riguadagnare consensi. Dopo lunghe ed estenuanti trattative con Washington, Budapest ottenne la riconsegna della Sacra Corona e delle altre regalie che tornarono in Ungheria nel 1978. Dopo la cerimonia di riconsegna, tenutasi nel Parlamento magiaro, la Corona (a cui il regime socialista tolse l’aggettivo “Sacra”) e le regalie vennero esposte al Museo nazionale affinché chiunque potesse vederle (Péter, 2003).

Mihály Károlyi
Il “conte rosso” Mihály Károlyi (fonte: Wikipedia, licenza CC0)

Le forze di destra, tuttavia, iniziarono a vedere nella reliquia il catalizzatore di un cambiamento politico che avrebbe portato al collasso del sistema socialista. Dopo il cambio di regime, questi gruppi ultranazionalisti iniziarono a pubblicare degli opuscoli nei quali affermavano che, per loro, la Sacra Corona non era un manufatto da esporre in un museo, ma la tradizione vivente dell’identità nazionale: la Dottrina della Sacra Corona era, per questi gruppi politici, ancora valida e come tale doveva essere riconosciuta dal nuovo parlamento ungherese. Se l’influenza politica di questi gruppi era marginale, il monile tornò al centro dell’opinione pubblica nel 1990 quando, tornata a chiamarsi Sacra Corona, venne posta in cima allo stemma nazionale. Da lì al ritorno in auge della reliquia il passo fu breve. Nel 2000, in occasione delle celebrazioni del Millennio dalla fondazione del Regno ungherese da parte di Stefano I, la Sacra Corona venne spostata dal Museo nazionale al centro del parlamento ungherese con una grande cerimonia. Come affermato nel preambolo della legge “Sulla commemorazione della creazione dello Stato da Santo Stefano e dalla Santa Corona”, firmata dal Presidente della Repubblica Árpád Göncz nel 2000, la Corona è “reliquia vivente nella memoria della Nazione e nella tradizione costituzionale ungherese che rappresenta la continuità e l’indipendenza dello Stato ungherese” (Péter, 2003; Kürti, 2015).

La riproposizione della Dottrina della Sacra Corona, seppur in forma assai più limitata rispetto al passato, incrociò la propria strada con un altro fenomeno tipico dell’Ungheria post-socialista, ossia la nascita di gruppi neo-sciamanici che portarono il misticismo della Corona a un altro livello. Per questi gruppi, infatti, Stefano I sarebbe stato un re-sciamano dotato di poteri sovrumani: il monile sarebbe quindi un manufatto sciamanico in possesso di una straordinaria energia responsabile della longevità della nazione ungherese. Queste convinzioni si spinsero fino al paradossale rito compiuto da gruppi neo-sciamanici all’interno del parlamento, volto a purificare la Sacra Corona e a portare energia positiva su di essa e, quindi, sul popolo magiaro (Kürti, 2015).

Al di là dei deliri neo-sciamanici, resta il fatto che la Sacra Corona e la sua Dottrina siano tornate al centro del dibattito politico ungherese e che la reliquia rappresenti ancora oggi un simbolo nazionale attraverso cui si definisce e si identifica, pur con diverse sfumature, la comunità magiara, esprimendo una continuità plurisecolare e incarnando ancora oggi il simbolo stesso della sovranità. Un manufatto venerato come reliquia religiosa, come simbolo politico e nazionale, nello straordinario paradosso di essere passato da fulcro della monarchia e vessillo della repubblica.

Davide Galluzzi – Scacchiere Storico

Davide Galluzzi è laureato in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano. Specializzato in Storia Moderna, i suoi interessi di ricerca includono la Rivoluzione francese, l’età napoleonica, la Storia culturale e l’uso pubblico della Storia.

Bibliografia

Teszelszky K., The Crown of Hungary before and after the Hungarian Crowning: the use of the Holy Crown of Hungary in Hungarian revolts and Habsburg representation between 1604 and 1611, Hungarian Studies 30/2, Akadémiai Kiadó, Budapest, 2016; Kürti L., Neoshamanism, National Identity and the Holy Crown of Hungary, Journal of Religion in Europe 8, 2015; Hollósi G., Symbol or Concept? An Overview of the Doctrine of the Holy Crown of Hungary, Hungarian Studies Review, Vol. XLV, 2018; Péter L., The Holy Crown of Hungary, Visible and Invisible, The Slavonic and East European Review, Vol. 81, No. 3, 2003; Bak J.M.-Pálffy G., Crown and Coronation in Hungary 1000-1916 A.D., Research Centre for the Humanities, Hungarian National Museum, Budapest, 2020.

Immagine di copertina: antica raffigurazione della Sacra Corona d’Ungheria, risalente al 1555 e conservata a Monaco di Baviera (fonte: Wikipedia, licenza CC0)

Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

Lascia un commento