di Matteo Baldo
Introduzione: Inghilterra e popolo Inglese, da Roma ai Vichinghi
La storia dell’Isola d’Inghilterra fu forgiata nel sangue degli scontri armati e dalle invasioni delle sue terre, le quali, con il passare dei secoli, permisero lo sviluppo di un particolare processo storico-culturale che portò alla fondazione del Regno d’Inghilterra (927) e alla nascita del popolo inglese, così come lo conosciamo oggi. Tale processo ebbe origine con Giulio Cesare (101-44 a.C.), all’epoca delle prime campagne di invasione e conquista dell’isola (55-54 a.C.) da parte delle legioni romane. Dopo secoli di dominio, all’alba del V secolo l’Urbe decise di ritirarsi dalla Britannia, poiché tale provincia risultava essere una zona troppo remota dell’impero, difficile da proteggere e governare. Il crollo delle istituzioni romane segnò l’avvento di un breve ma significativo arco temporale, noto con il nome di “Epoca Oscura”, del quale, a causa della mancanza di documentazioni scritte coeve, le informazioni sono tutt’oggi minime. Di questo “oscuro” periodo, è noto che per circa cent’anni l’isola fu abbandonata a sé stessa, in uno stato perenne di guerra e anarchia. Nel corso del V secolo, i diversi popoli sparsi sul territorio erano intenti a combattersi l’uno con l’altro, in modo da accrescere il potere dei numerosi sovrani, i quali, presto, dovettero fare i conti con nuove minacce giunte dal continente europeo. L’invasione dell’isola, precedentemente condotta dai legionari, si ripeté ancora una volta in maniera analoga; questa nuova occupazione non fu condotta da Roma, il cui potente impero, apparentemente invincibile, era ormai crollato, ma da numerose coalizioni tribali provenienti dalle aree corrispondenti all’attuale Germania, le quali erano accumulate oltre che da lingua e cultura, dalla centralità del ruolo della guerra nella società. Tra questi popoli guerrieri emergono gli Angli, gli Juti e i Sassoni, cui nome corrisponde a “gente di spada” (Modzelewski, 2008).
Queste tribù guerriere si stabilirono nei territori centrali dell’isola, corrispondenti all’ex provincia romana di Britannia, a seguito della loro conquista. In questi luoghi, i nuovi signori della guerra fondarono sette regni. Il periodo della storia inglese corrispondente ai secoli VI-X, caratterizzato dal potere e dallo sviluppo della storia di queste sette monarchie, è indicato con il nome di “Eptarchia Anglosassone”. Nel corso di questo arco temporale i monarchi angli e sassoni combatterono tra loro per accrescere il proprio potere, cercando di conquistare con la forza i regni vicini. Il sovrano in grado di imporre il suo dominio sui rivali, in modo indiscusso, sarebbe stato, infine, riconosciuto come Brethwalda: il “signore supremo” dell’Isola (Swanton, 1996). La lunga ed inesorabile guerra per il controllo dell’isola si sviluppò non solo dal punto di vista militare, ma anche da quello culturale e religioso, attraverso l’arrivo dei missionari cristiani (VI secolo), i quali, in breve tempo, condussero i sovrani angli e sassoni, all’epoca pagani, ad abbandonare la propria antica fede per abbracciare il Cristianesimo (Swanton, 1996). Con l’aumentare del potere dei re anglosassoni e la conversione di quest’ultimi alla nuova fede, cominciarono a svilupparsi i primi legami che portarono i popoli Sassoni e Angli a stringere relazioni con le altre popolazioni presenti nell’isola: i Britanni, i Pitti (antenati degli Scozzesi) e i Gallesi. Tale processo si concretizzò nell’ultimo quarto del secolo X, grazie all’azione e al ruolo, come vedremo, di un preciso monarca, il quale riuscì ad unificare sotto la sua corona tutti i popoli presenti nell’Isola. Tale “unificazione” non avvenne seguendo la via della pace e della conciliazione, al contrario: in perfetta analogia con la sua discendenza germanica, la guerra risultò esserne la chiave. L’isola, dalla fine dell’VIII secolo, diventò, ancora una volta, bersaglio di una nuova invasione, la quale fu condotta dagli eserciti razziatori pagani, provenienti dalle terre scandinave. È proprio questa “terza invasione” dell’Inghilterra a risultare fondamentale nel processo di unificazione dell’isola e alla nascita del popolo inglese. In un clima di guerra perenne la fede cristiana divenne lo strumento in grado di legare assieme tutti gli abitanti dell’isola, i quali non solo dovettero combattere in difesa della propria terra e patria, ma anche per la salvaguardia della propria fede e dei propri valori (Coupland, 1991). Al termine di questo lungo conflitto territoriale e religioso l’Inghilterra venne unita in un unico regno. Analogamente all’unificazione delle genti e delle terre d’Inghilterra, nacque quello che oggi è considerato come lo “spirito nazionale inglese” (Castelein, 2024).

1. Verso la “Battaglia di Maldon”
Tra i secoli VIII e XI, l’Isola fu teatro di un feroce ed inesorabile conflitto combattuto tra le forze cristiane dei regni anglosassoni e gli eserciti invasori pagani provenienti dal Mare del Nord: i feroci razziatori norreni. In questo stesso arco temporale, oltre a far fronte alla minaccia pagana, gli stessi monarchi angli e sassoni continuarono a combattersi l’un l’altro, finché delle sette monarchie, nelle quali erano divisi i territori corrispondenti all’ex provincia romana di Britannia, non ne rimase solo una. Dopo una lunga campagna di conquista dell’isola, a seguito di pesanti sconfitte sul campo di battaglia, costretti a trattati di pace e alla conversione, i Norreni (oggi più comunemente noti come “Vichinghi”), da temibili incursori, attorno alla fine del secolo IX (più precisamente nel 878), iniziarono a vedere le terre inglesi non più esclusivamente come territori da saccheggiare, ma come fertili aree nelle quali era possibile insediarsi, con le proprie famiglie, nei ruoli di fabbri, agricoltori e allevatori. Al contrario delle precedenti invasioni condotte dai Romani, prima, e dalle tribù germaniche, poi, i Norreni non furono in grado di imporsi militarmente, sulle genti locali; il retaggio culturale e religioso anglosassone perdurava, sebbene nello stesso momento il panorama culturale cominciò a mutare profondamente grazie alle interazioni tra i locali e gli invasori. La possibilità per i coloni norreni di stringere legami economici con gli abitanti locali, gli Anglosassoni, pose le basi per la nascita di un periodo di relativa pace tra i due popoli. Dopo un secolo di apparente calma, verso la fine del secolo successivo, scoppiò una nuova tempesta: grandi flotte di spietati guerrieri si preparavano a salpare, a bordo delle proprie navi lunghe dai cupi e frastagliati fiordi scandinavi verso le isole britanniche: il loro obiettivo? Conquistare terre nelle quali insediarsi. Le nuove invasioni da parte di grandi bande da guerra, dei veri e propri eserciti, in breve tempo, dopo due secoli di tentativi armati, condussero l’intera isola e i suoi abitanti sotto il controllo norreno, nell’anno 1013 (Swanton, 1996). Uno degli episodi più significativi di questa nuova ondata di assalti fu lo scontro oggi noto con il nome di Battaglia di Maldon, avvenuto nell’estate del 991. Il 10 agosto di quell’anno, un imponente flotta composta, secondo quanto riportato nei documenti storici (Swanton, 1996), da un totale di 93 navi lunghe e con a bordo circa 3000 guerrieri, risalì le acque del fiume Pant[e] (oggi Blackwater), spingendosi dalle coste inglesi all’interno dei territori sud-orientali dell’isola, verso la regione dell’Essex (precedentemente il regno dei Sassoni Orientali), per saccheggiare la zecca reale situata nella città di Maldon. Ancora oggi, in campo accademico, si dibatte su chi fosse la figura al comando della flotta: alcune fonti contemporanee all’episodio ritengono che fosse il re di Danimarca, Sweyn Barbaforcuta (963-1014), altre, al contrario, identificano il comandante dell’esercito norreno con Olaf Tryggvasson (969-1000), futuro re di Norvegia (Swanton, 1996). Questa non fu la prima occasione in cui una flotta vichinga di dimensioni considerevoli approdava nell’isola d’Inghilterra con lo scopo di razziare villaggi, saccheggiare città e conquistare interi territori. Più di cent’anni prima della battaglia di Maldon, attorno all’anno 865, i Norreni avevano realizzato una massiccia campagna di conquista e invasione delle terre inglesi (all’epoca divise in regni indipendenti), con quella che nelle fonti venne indicata con il nome di “Grande Armata (Pagana/Danese)”, o, più precisamente, “Grande Esercito di Razziatori” corrispondente alla traduzione del termine in antico inglese “mycel hæðen here” (Swanton, 1996). Fu tale armata, la quale secondo le fonti letterarie fu guidata in primis dai “Figli di Ragnar Lothbrok”, a condurre (senza successo) il primo tentativo norreno di conquista totale dell’isola d’Inghilterra. Dopo quattordici lunghi anni di feroci battaglie, Alfredo (848-899), sovrano del regno del Wessex (regno dei Sassoni Occidentali), primo e unico monarca inglese consacrato alla storia con il titolo de “il Grande”, riuscì ad imporsi sull’armata norrena, a seguito del trionfo su re Gutrhum, l’ultimo grande leader dell’esercito, nel corso della Battaglia di Ethandun. Era l’anno del Signore 878 (Keynes, Lapidge, 2004). Con la sua vittoria, il re del Wessex riuscì a stabilire con il nemico una fievole ma duratura pace sancita dal “Trattato di Wedmore”, grazie anche alla fondazione di un vasto territorio nell’isola al cui interno vigevano religione, usi, costumi, tradizioni e leggi norrene, nel quale era possibile, per i guerrieri vichinghi, insediarsi come coloni, Tale territorio prenderà il nome di Danelaw, il cui significato in italiano corrisponde a “Legge Danese” (Swanton, 1996).
«La notte successiva (Alfredo) si diresse verso Heddington; li combatté contro tutto l’esercito, lo mise in fuga e lo inseguì a cavallo fino alla fortezza, dove rimase per due settimane. Poi l’esercito gli diede degli ostaggi con molti giuramenti, promettendogli di lasciare il suo regno. Gli dissero anche che il loro re avrebbe ricevuto il battesimo, e agirono di conseguenza, infatti, nel giro di tre settimane, re Guthrum, accompagnato da una trentina dei più valorosi uomini dell’esercito, si recò da lui ad Aller, vicino ad Athelney, e il re divenne il suo padrino nel battesimo; e il suo battesimo avvenne a Wedmore. Rimase lì dodici notti con il re, che onorò lui e i suoi attendenti con molti doni.» (Cronaca Anglosassone, A.D. 878)
Da allora l’Inghilterra visse un periodo di relativa calma. Nonostante la “pace” per circa un secolo i Norreni continuarono ad approdare sulle isole britanniche realizzando improvvise incursioni e spietati saccheggi. Questi attacchi erano condotti da bande da guerra di dimensioni ridotte, invece che da importanti eserciti analoghi alla Grande Armata. La situazione mutò, ancora una volta, un centinaio d’anni dopo la fondazione dei territori del Danelaw. Il ritorno dei predoni norreni, verso la fine del X secolo, non fu casuale: l’isola d’Inghilterra affrontava un periodo di fragilità ed instabilità politica, causata dall’assassinio di re Edoardo (962-978), noto come il “Martire”, avvenuto esattamente cento anni dopo il trionfo di re Alfredo ad Ethandun, nell’anno 878. Due anni dopo, una flotta di piccole dimensioni, composta da sette navi da battaglia, giunse sull’isola, devastando il territorio lungo il suo cammino. La prima meta fu la città di Southampton:
«In quell’anno, il sesto giorno prima delle none di maggio, Etelgar fu consacrato vescovo di Selsey; nello stesso anno Southampton fu saccheggiata da un esercito di pirati, e la maggior parte della popolazione uccisa o imprigionata. Nello stesso anno l’isola di Thanet fu invasa. E la contea di Chester fu saccheggiata dall’esercito dei pirati del Nord. In quest’anno, l’assessore Alfere recuperò il coro del santo re Edoardo a Werham E lo trasportò con grande solennità a Shaftsbury.» (Cronaca Anglosassone, A.D. 980).
Quest’episodio segnò l’inizio di una nuova ondata di feroci e improvvisi attacchi vichinghi; tali incursioni venivano realizzate da eserciti la cui entità numerica, inizialmente ridotta, cresceva razzia dopo razzia. Gli episodi di saccheggi e assalti non si fermarono a Southamton, al contrario, proseguirono gli anni successivi: nel 981 furono saccheggiate diverse località costiere; per quanto riguarda l’anno seguente, il 982, le fonti (Cronaca Anglosassone) attestano l’arrivo nel Dortetshire di tre navi lunghe. I successivi attacchi furono realizzati tra il 987 (saccheggio del porto di Watchet) e il 988 (uccisione di molti uomini nel Devonshire). Fu però l’anno del Signore 991 a segnare l’arrivo in Inghilterra di una nuova imponente flotta che saccheggiò per tutta l’estate la costa sud-orientale dell’isola.
Tra i mesi di maggio e luglio, i predoni norreni realizzarono una serie di importanti assalti, navigando lungo la linea costiera inglese, devastando diverse città e villaggi con la maggior parte delle località intermedie. La flotta, successivamente, fece vela verso l’entroterra inglese, puntando alla città fortificata di Maldon e risalendo le acque del fiume Pante, la cui foce era facilmente accessibile dalla costa orientale, distruggendo e razziando tutto ciò che incontrava sul proprio tragitto (Swanton, 1996).
«In quell’anno arrivò Olaf con novanta-tre navi a Folkstone e saccheggiò i dintorni, poi da lì si recò a Sandwich e ugualmente da lì a Ispwich e la devastò completamente e così a Maldon.» (Manoscritto di Winchester [A], A.D. 991)
Sebbene non sia chiara l’identità di colui che si trovava al comando della flotta norrena, è invece ben noto chi tentò di opporsi ad essa, nella speranza di difendere la propria fede e la propria terra dai predoni pagani: Byrthnoth (931-991), aldermanno dell’Essex e all’epoca uno degli uomini più potenti dell’isola, il quale radunò un piccolo esercito e si preparò a resistere all’imminente assalto. Le sue gesta risultano oggi essere consacrate alla storia, riportate nei versi del poema epico: La Battaglia di Maldon, il cui manoscritto originale (MS. Cotton Otho a.xii) è andato perduto nell’incendio del 1731 della Biblioteca Cotton di Londra.
2. La Battaglia di Maldon
La Battaglia di Maldon ebbe luogo nell’anno 991, precisamente il giorno 10 agosto, nei pressi della città di Maldon, situata vicino alla foce del Pante e poco lontana dalla costa sud-orientale inglese. Tale evento è menzionato in diversi documenti storici coevi o poco successivi alla battaglia stessa, tra i quali troviamo la raccolta di annali relativa alla storia dell’Inghilterra: le Cronache Anglosassoni (The Anglo-Saxon Chronicles). Da un lato era schierato l’esercito inglese (Sassoni Orientali), i cui soldati, di fede cristiana, erano pronti a combattere e morire in difesa della propria terra e del proprio credo religioso. Essi erano legati al proprio comandante e signore (Byrthnoth) da un profondo vincolo di lealtà e obbedienza, noto con il nome di Comitatus (Modzelewski, 2008).

Sul versante opposto un’armata composta da un gran numero di predoni pagani, provenienti dalla penisola scandinava, i cui soldati, dopo aver attraversato a bordo delle proprie navi lunghe le gelide le insidiose acque del Mare del Nord, erano giunti presso le coste britanniche in cerca di ricchezze. Questa battaglia, nei secoli successivi, verrà incisa negli annali della storia d’Inghilterra, come testimonianza di eroismo (National Trust, 2004).
«In quell’anno Ispwich fu saccheggiata, e poco dopo, l’aldermanno Brithnoth fu ucciso a Maldon. Nello stesso anno fu deciso che per la prima volta venisse pagato un tributo ai Danesi, per il grande terrore che avevano causato lungo la costa. Inizialmente si trattava di 10.000 sterline. Il primo a consigliare questa misura fu l’arcivescovo Siric.» (Cronaca Anglosassone, A.D. 991)
La voce sopra riportata, presente nei manoscritti delle Cronache Anglosassoni, narra non solo l’esito della battaglia, ma anche della sconfitta militare dell’esercito inglese e la morte dell’aldermanno Byrthnoth, menzionandone le conseguenze: il pagamento di un ingente tributo in oro e argento da parte degli inglesi alla flotta nemica, vincitrice della battaglia. Tale tributo è oggi noto con il nome Danegeld, il cui valore ammonterebbe alla cifra di diecimila libbre. Riscosso il bottino, la flotta mantenne il giuramento prestato al nemico, fece vela verso le terre scandinave senza aver compiuto ulteriori razzie, rinunciando, di fatto, all’incursione contro la città di Maldon (Swanton, 1996). Danegeld è un termine inglese corrispondente all’italiano “tassa-danese”; recenti studi hanno fatto luce su questo primo pagamento, il cui ammontare non fu raccolto in sterline ma in libbre romane, per un totale di 3.300 kg d’argento (Baldo, 2024).
3. Il Racconto della Battaglia
Sebbene la voce riportata nelle Cronache, relativa a quanto accaduto nel corso dell’anno 991, sia l’unico documento dal valore storico in grado di fornire informazioni su ciò che accadde nel corso dello scontro armato, esiste un’ulteriore fonte nella quale venne descritto dettagliatamente non solo l’esito della battaglia, ma l’intero episodio. Questo secondo resoconto si trova non all’interno di una raccolta di annali, ma nelle pagine di un componimento poetico, oggi noto con il nome di Battaglia di Maldon, il quale, essendo un carme, ha più valore letterario che storico. “Battaglia di Maldon” è il titolo formale che è stato attribuito ad un poema anonimo, compilato in lingua inglese antica, formato da 325 versi e giunto in forma mutila, cioè privo dell’introduzione e della conclusione. Il manoscritto originale in cui era riportato il carme è andato perduto nel corso di un incendio avvenuto nel XVIII secolo, il quale devastò la biblioteca dov’era conservato il codice (Manoscritto MS. Cotton Otho a.xii). Il racconto della battaglia, da un punto di vista letterario, risulta appartenere al genere della poesia eroica-cavalleresca. L’opera segue una precisa metrica di tradizione germanica, nella quale il verso è lungo e allitterante. La storia raccontata nei trecento venticinque versi segue l’episodio relativo alla drammatica seppure eroica sconfitta che l’esercito inglese (Sassoni Orientali) subì il 10 agosto 991, nei pressi della città di Maldon. Il racconto offre molti spunti di riflessione grazie ai temi presenti nei suoi versi: il narratore esterno riporta l’episodio in terza persona, utilizzando l’espediente della battaglia per trasmettere al lettore diversi valori, sia materiali, che simbolici e morali, rappresentati dalla figura del comandante dell’esercito inglese: l’aldermanno Byrthnoth, al quale è dedicata l’opera (Tolkien, Canzonieri, Wu, 2010). Quali furono le vicende della battaglia? La situazione iniziale è presentata dal narratore attraverso una sequenza di movimento convergente. L’esercito dei Sassoni Orientali si mosse con la figura del comandante Byrthnoth alla testa, in direzione di quello che divenne il campo di battaglia, verso l’esercito rivale. La flotta norrena, alla vigilia di quella che divenne nota come la “Battaglia di Maldon”, risultava essersi accampata nella piccola isola di Northey, situata nel mezzo del fiume Pante, la cui posizione strategica la rendeva il luogo perfetto per organizzare le future incursioni, le quali si sarebbero realizzate in località interne dell’Inghilterra, invece che in aree costiere come le precedenti. L’esercito di incursori scandinavi, all’alba del giorno dieci agosto dell’anno novecento novantuno, marciò verso l’entroterra inglese, dov’era schierata l’armata avversaria (Swanton, 1996). Il poeta descrisse la scena presentando una vera e propria fotografia: entrambi gli eserciti si mossero fino a trovarsi faccia a faccia, sebbene inizialmente non potessero combattere, essendo separati da un corso d’acqua, poiché le formazioni provenivano dai versanti opposti del fiume. La scena della marcia si evolse a partire da un iniziale duello verbale tra l’aldermanno Byrthnoth e un anonimo messaggero dell’esercito avversario. Egli era stato inviato dal proprio comandante, cui nome non è mai menzionato nei versi del carme, a parlamentare con il signore dell’esercito inglese per trovare un accordo di pace, in modo da evitare lo scontro armato.
«Un messaggero dei vichinghi proferì parole, minaccioso annunciò dai navigatori del mare un messaggio al nobile sulla sponda dove egli stava: Mi hanno mandato da te gli aditi marinai, m’han ordinato di dirti che puoi mandare alla svelta anelli in cambio di protezione; e per voi è meglio con un tributo evitare questo assalto di lance piuttosto che tra noi ingaggiare così aspra guerra. Non serve tra noi ucciderci, se a voi basta ricchezza, noi siamo disposto per oro a stringer tregua. Se cos’ decidi tu che qui sei il più potente; di voler riscattare la tua gente; pagare ai marinai a loro proprio giudizio un prezzo per la pace e ricever tregua da noi, noi siamo disposti con il soldo a tornare alla nave riprendere il mare e con voi restare in pace.» (La Battaglia di Maldon, 26-41)
La situazione mutò ancora una volta: dopo una serie di trattative fallite, lo schieramento norreno riuscì ad ottenere dall’aldermanno Byrthnoth il permesso di oltrepassare, indisturbato, uno stretto passaggio sul fiume, il quale fece accedere l’esercito alla terra ferma. Questa marcia segnò la fine della via diplomatica e l’inizio dello scontro armato, che venne poi combattuto in campo aperto.
«Quando s’accorsero e chiaro videro d’aver trovato aspri guardiani al guado, ricorsero all’astuzia gli stranieri ostili, chiesero di poter avere passaggio, traversare il guado, condurre la truppa. Il nobile concesse allora per orgoglio Troppo terreno alla gente ostile; gridò sopra le fredde acque il figlio di Byrthelm, ascoltarono i guerrieri: ora vi è dato spazio, venite svelti da noi uomini allo scontro; Dio solo sa chi sarà padrone del campo di strage.» (La Battaglia di Maldon, 84-105)
Una volta superato il guado, l’armata norrena si schierò sulla terra ferma, pronta ad affrontare l’esercito nemico: iniziò così la battaglia vera e propria.
I versi principali del poema sono dedicati alla narrazione di uno scontro che vide opporsi, spada contro spada, l’aldermanno Byrthnoth e un guerriero vichingo. Tale episodio è raccontato come fosse una sorta di “duello a singolar tenzone”: ciascuno dei due contendenti cercò di imporsi sul proprio avversario. In gioco non vi fu solo l’onore del singolo, il vincitore avrebbe ottenuto, per il proprio schieramento, un vantaggio psicologico sull’avversario, inducendo il nemico in uno stato di timore, e, al contempo, dando nuova carica e fiducia per la vittoria alla propria fazione. Al contrario della situazione precedente, quando le armate risultavano essere separate dalle acque del fiume e a confrontarsi erano le parole e gli insulti, in quest’occasione a parlare furono le lame che si abbatterono sugli scudi e nella carne del nemico (Rosselli Del Turco, 2009). Dopo una fase iniziale di trionfo del comandante inglese, rapidamente la situazione si capovolse, fino a concludersi con la morte dell’aldermanno stesso.
«Resistessero tenaci; li incitò Byrthnoth, esortò che fosse intento alla lotta chi volesse conquistare gloria sui danesi […] Un uomo in armi si avvicinò al nobile; voleva prendere i bracciali del guerriero, veste e anelli, e la spada adornata. Byrthnoth estrasse la lama dal fodero, larga e lucente e colpì sulla maglia; troppo rapido lo prevenne un marinaio, quando al braccio ferì il nobile, cadde a terra la spada, elsa d’oro, egli non potè reggere la dura lama, tenere l’arma. Ancora disse parole il guerriero canuto, incoraggiò gli uomini, esortò i valorosi compagni ad avanzare. Poi non potè più in piedi restar saldo; guardò verso il cielo: Io ti ringrazio, Rettore dei popoli, di tutte le gioie che al mondo ho provato. Ora ho, Dio misericordioso, massimo bisogno che tu conceda prosperità al mio spirito, così che possa da te giungere la mia anima, in tuo potere, Signore degli angeli, venire in pace. Io ti sono supplice che non possano nuocerle i nemici infernali. Lo abbatterono allora gli uomini pagani, insieme ai due guerrieri che gli erano a lato, Ælfinoth e Wulfmær giacquero entrambi Quando a fianco del signore persero la vita.» (La Battaglia di Maldon, 127-129; 159-184)

La seconda e ultima parte del poema vede il mutare della situazione presentata precedentemente, attraverso la descrizione di un movimento divergente. Venne narrata la rottura della formazione di battaglia dell’esercito inglese, a seguito della caduta dell’aldermanno Byrthnoth, che, ucciso dai fendenti norreni, lasciò i propri soldati privi di guida. Nella disperata ed inattesa situazione di caos e terrore, i sopravvissuti, nel cuore della battaglia, si divisero fra coloro che si davano alla fuga e i seguaci più fedeli al proprio signore, i quali continuarono a combattere. Questi ultimi, in numero sempre inferiore, rimasero sul campo di battaglia a confrontarsi contro il nemico, cercando di uccidere più uomini fosse loro possibile, prima di cadere a loro volta, seguendo così il destino del proprio comandante e amico. L’elemento più curioso di questa seconda parte del poema è relativo al tradimento e alla codardia: c’è chi, una volta morto il proprio signore, in preda al panico decise di rompere il proprio giuramento di lealtà e darsi alla fuga.
«Disertò allora lo scontro chi non volle esservi: i figli di Odda si diedero per primi alla fuga, Godric fuggì dalla battaglia e abbandono quel grande che tante volte molti cavalli gli aveva dato; saltò sul destriero che apparteneva al suo signore, sugli ornamenti, come giusto non era, e con lui i suoi fratelli scapparono entrambi, Godwine e Godwig alla guerra non badarono, ma si ritrassero dalla battaglia e cercarono il bosco, fuggirono al riparo e scamparono la vita, e con loro più uomini di quanto fosse retto, se avessero tutti ricordato i benefici che gli aveva fatto in loro favore.» (La Battaglia di Maldon, 186-197)
Al contrario dei codardi, gli uomini più fedeli a Byrthnoth rimasero schierati sul campo di battaglia, dando le proprie spalle alla città di Maldon, e combatterono contro i Vichinghi in una eroica, seppur vana, resistenza. Le figure centrali di questa seconda parte del poema sono i commilitoni dell’aldermanno, i quali rappresentano gli ideali legati ai vincoli di coraggio, onore, lealtà e sacrificio. È proprio su questi ideali che si focalizzò l’attenzione dell’autore del carme: gli uomini dello schieramento inglese, dopo la morte del proprio comandante, diventarono protagonisti di un disperato racconto di sacrificio. Essi furono pronti a combattere fino alla morte, pur di non cedere alla viltà di dover sopravvivere al proprio signore, rompendo così il giuramento di lealtà a lui prestato; in perfetto accordo con la tradizione del Comitatus germanico.
«Parlò Offa, scosse il frassino: tu, Ælfwine, tutti hai esortato i seguaci al bisogno, ora che giace il nostro signore, il nobile al suolo, a noi tutti è necessario che ciascuno di noi incoraggi l’altro, guerriero alla battaglia, fintanto che arma può reggere e tenere, dura lama, lancia e buona spada. Ci ha Godric, il vile figlio di Odda, tutti traditi: moltissimi credettero, quando s’allontanò sul cavallo, sul fiero destriero, che fosse il nostro signore; si sbandò perciò qui in campo l’esercito, si scompigliò la fortezza di scudi. Male lo incolga per aver così tanti uomini messo in fuga.» (La Battaglia di Maldon, 230-257)
4. Breve analisi del Carme e dell’episodio della Battaglia.
I temi eroici del poema si sviluppano nella lettura della figura dell’aldermanno Byrthnoth: l’autore utilizzò precise scelte lessicali per descrivere le decisioni, le azioni e gli stati d’animo provati dal condottiero durante lo scontro con i Vichinghi. Già attraverso quelli che per il lettore risultano essere i versi iniziali dell’opera (l’introduzione vera e propria è mancante), risulta facile immedesimarsi nella figura del comandante inglese, descritto come un vero e proprio simbolo per i suoi uomini. Byrthnoth emerge come figura nobile e valorosa, che affrontò il nemico con coraggio, non temendo la morte, battendosi in difesa della sua fede e del suo popolo. Questa “idealizzazione” dell’aldermanno risulta, però, essere solo apparente: a un più attenta lettura emerge un velo nascosto, quasi impercettibile e oscuro, racchiuso dietro le azioni e le decisioni compiute da Byrthnoth stesso, le quali lo portarono alla sua rovina. Il narratore del poema si sofferma sull’analisi delle decisioni prese dal comandante durante lo scontro, in particolare su una: sarà proprio quest’ultima (sbagliata), uno dei motivi principali della sconfitta dell’esercito inglese, sul campo di battaglia. L’autore criticò velatamente le scelte prese da Byrthnoth, attraverso l’uso di un termine specifico: Ofermod; quest’ultimo è presente nei versi n. 89-90, nella versione del carme in inglese antico:
«Ða se eorl ogan for his ofermode alyfan landes to dela laþere ðeode.»
«This the nobleman allowed, due to his overweeming pride He gave up too much land to those hated people.»
«Il nobile concesse allora per orgoglio troppo terreno alla gente ostile.»
(La Battaglia di Maldon, 89-90)
L’espressione in inglese antico Ofermod si può tradurre, in italiano sia come “eccesso di galanteria militare”, che come “orgoglio sovverchiante” (in inglese contemporaneo il termine corrisponde a overweeming pride), sentimento dimostrato dall’aldermanno stesso nei confronti dell’esercito vichingo. Il poema sottolinea con durezza la “colpa” di Byrthnoth: l’eccesso di galanteria militare venne compiuto con la decisione di acconsentire alla richiesta insolita, postagli dal proprio nemico, ossia la concessione all’armata norrena di passare il guado senza essere attaccati. Molti studiosi hanno considerato tale decisione come un vero e proprio “errore fatale”, perché di fatto Byrthnoth rinunciò a un prezioso vantaggio militare.
L’esercito inglese (corrispondente all’armata locale dei Sassoni Orientali), alla cui guida vi era proprio l’aldermanno stesso, all’alba dello scontro armato, risultava essere schierato in una posizione strategica più favorevole rispetto a quella nella quale era collocata l’armata avversaria. I Vichinghi, al contrario, si trovavano in uno spazio angusto, erano bloccati in una piccola isola, con le acque del fiume da un lato e quelle del mare sul versante opposto.

A causa della difficile posizione, priva di difese naturali, essi sarebbero stati facili vittime delle frecce inglesi: grazie ai suoi arcieri, Byrthnoth avrebbe potuto ottenere sul nemico una rapida vittoria. Il comandante, però, è spinto da questa smisurata fiducia nella vittoria e guidato da una forte fede religiosa e molta arroganza (Ofermod), fattori che lo portarono a rinunciare al vantaggio strategico della sua posizione. È proprio tale eccesso di galanteria che condusse alla tragica morte del comandante e alla successiva disfatta di quello che rimaneva del suo esercito, ormai privo di guida. La troppa sicurezza in sé stesso non fu fatale esclusivamente a Byrthnoth e a lui soltanto, ma, al contrario, si rivelò essere un vero e proprio “baratro profondo”, che condusse alla morte numerosi uomini. A seguito della caduta del comandante si scatenò il panico tra le fila inglesi, tant’è che molti uomini, seguendo i “Figli di Offa”, disertarono. Quest’ultimi, spinti dalla paura dello scontro con un feroce ed inarrestabile nemico, decisero di abbandonare il campo di battaglia, convinti che sia stato il proprio signore ad aver ordinato la ritirata. Nei versi successivi alla morte di Byrthnoth venne raccontato un secondo importante evento: un preciso soldato, membro del seguito dell’aldermanno, del quale il narratore incise, nero su bianco, il nome, riuscì ad impossessarsi del cavallo appartenuto al proprio signore; dopo essere montato sul destriero, quest’ultimo, cui nome corrisponde a Godric, uno dei “Figli di Offa”, avrebbe dato le spalle al campo di battaglia, per darsi alla fuga. In una situazione di panico generale molti dei commilitoni di Byrthnoth, sopraffatti dal dolore e dalla paura, si diressero correndo sul versante dell’entroterra inglese, dopo aver osservato il destriero del proprio signore e il suo cavaliere, scambiato per Byrthnoth, abbandonare per primo lo scontro, ritirandosi nei boschi limitrofi al campo di battaglia. I disertori non si resero conto del fatto che non stavano seguendo l’ordine di ritirata dettato dal proprio comandante, il quale giaceva inerme nella fredda terra, ma stavano seguendo un impostore, un vile codardo che, con la sua azione, portò alla caduta di ciò che restava dell’esercito inglese. Nei versanti centrali del carme, il narratore propone una magnifica sequenza dove i valori di lealtà e sacrificio si oppongono alla paura della morte e alla codardia. L’eccesso di orgoglio di Byrthnoth emerge, ancora una volta, a seguito del decesso del condottiero attraverso le azioni e i discorsi che vengono pronunciati da alcuni degli uomini a lui fedeli ancora in vita. L’autore inserì i nomi proprio dei seguaci dell’aldermanno, i quali, privi di una figura di comando, si ritrovarono davanti ad un bivio: una prima strada li avrebbe condotti alla vita, sebbene contraddistinta dallo spergiuro e dalla codardia; una seconda, in opposizione alla prima, li avrebbe invece portati alla morte ma con essa alla gloria, la quale si realizzerà non solo nell’atto di aver portato fede al proprio giuramento, ma anche nei profondi vincoli di legame con il proprio signore, legami di fede, obbedienza e amicizia, i quali, seppur nobili, si rivelarono esser loro fatali. Questa seconda via si concretizzò nelle parole pronunciate da un preciso guerriero, cui nome corrisponde a Byrhtwold, dopo la caduta del suo signore, la fuga di molti uomini e l’imminente sconfitta dell’armata inglese.
«Hige sceal þe heardra, heorte þe cenre, mod sceal þe mare, þe ure meagen lytlað.»
«L’animo sia tanto più fermo il cuore più audace il coraggio tanto maggiore, quanto più diminuiscono le nostre forze.»
(La Battaglia di Maldon, 312-313)
Tali coraggiose parole, pronunciate in un terribile momento, sopravvissero allo scorrere del tempo; continuano a spronare l’animo e la memoria dei discendenti degli Anglosassoni.
Oggi il monologo di Byrthwold è considerato come la massima espressione del coraggio che, da sempre, ha contraddistinto e contraddistingue il popolo inglese.

Matteo Baldo – Scacchiere Storico
Matteo Baldo è laureato in Scienze Storiche all’Università Cà Foscari di Venezia, dove ha seguito un percorso di formazione in Storia Medievale. Da sempre appassionato di Storia e Mitologia, l’interesse per la figura di Ragnar Lothbrok lo ha portato negli ultimi anni a concentrare i suoi studi sull’epoca vichinga (VIII-XI secc.) e sui miti norreni, pubblicando articoli e saggi su queste tematiche. Oltre a lavorare come archivista, nel giugno del 2026 ha prestato giuramento come Guardiamarina della Marina Militare della Repubblica (Riserva Selezionata).
Bibliografia
Baldo, M. 2024. Ragnar Lothbrok & La Vendetta della Grande Armata Pagana, Odoya, Bologna; Castelein, I. 2024. Echoes of Valour. Heroic Values in the Battle of Maldon and its Modern Adaptations, Universiteit Leiden, Leiden. The Netherlands; Coupland, S. 1991. Milites Christi & Milites Saeculares, The Rod of God’s Wrath or the People of God’s Wrath? The Carolingian’s Theology of the Viking Invasions in: The Journal Ecclesiastical History, Vol. n. 42, Cambridge University Press, Cambridge, England; Giles J.A., 1914. The Anglo-Saxon Chronicles, Edited from the Translation in Monumenta Historica Britannica and other versions by late J.A.Giles, G.Bells and Sons, London, England; Holman, K., 2014. La Conquista del Nord. I Vichinghi nell’Arcipelago Britannico, Odoya, Bologna; Ingram, J. 1934. The Anglo-Saxon Chronicles, Translated By the Rev. James Ingram, J.M. Dent & Sons, LTD; London. Distribuito on line da: Yale School, The Avalon Project, Biblioteca Giuridica Lillian Goldman, New Heaven, USA, 2018 https://avalon.law.yale.edu/subject_menus/angsax.asp (ultima consultazione 13/03/2026); Keynes, S., Lapidge M. 2004. Alfred the Great Asser’s Life of King Alfred and other contemporary sources, translated with introduction and Notes by Simon Keynes and Michael Lapidge, Penguin Books, London, England; Modzelewski, K. 2008. L’Europa dei Barbari, Le culture tribali di fronte alla cultura romano-cristiana, Bollati Boringhieri, Milano; Rosselli Del Turco, R. 2009. La Battaglia di Maldon, Edizioni dell’Orso, Alessandria; Santorio, V., 2012. La Ricezione Moderna della Battaglia di Maldon, Tolkien, Borges e gli Altri, Arcane Editrice, Salerno; Swanton, M., 1996. The Anglo-Saxon Chronicles, New Edition, Translated and Edited by Michael Swanton, Phoenix Press, The Orion Publishing Group, Ltd, London, England; Tolkien R.R., Canzonieri G., Wu M. 4, 2010. Il ritorno a Casa di Beorthnoth Figlio di Beorhthelm, con il componimento o La Battaglia di Maldon e con un saggio di Tom Shippey, Traduzione di Gianpaolo Calzonieri – Associazione Italiana Studi Tolkeniani – Prefazione di Wu Ming 4, Bompiani, Milano.
Immagine di copertina: La Battaglia di Maldon del 991, illustrazione di Alfred Pearse del 1922, tratta dalla Hutchinson’s Story of the British Nation (fonte: Wikimedia, licenza CC0)
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