di Federica Fornasiero
«Contrariamente a un’opinione diffusa,
l’Islam si propagò grazie alla forza militare
delle tribù beduine […]
più che allo zelo missionario
che avrebbe animato i primi califfi.
A tal proposito […] lo stesso concetto di jihad
– termine impropriamente tradotto
dagli occidentali come guerra santa –
doveva intendersi […]
come fervente sforzo di restituire a Dio l’uomo,
e solo in subordine come lotta contro gli infedeli»
(Gallina, 1998)
- Introduzione
Poeti, geografi, matematici, filosofi e intellettuali: gli Arabi non sono stati solo un popolo di abili conquistatori, ma hanno dato vita a un’identità e a una civiltà centenaria che si è scontrata prima e incontrata poi con le altre culture del mondo medievale tra Africa, Asia ed Europa.
Fino al VII secolo, la Penisola Araba era un territorio desertico abitato da popolazioni locali, per lo più nomadi, dedite al commercio e organizzate in tribù e clan. Questi popoli vivevano in autonomia, con le proprie leggi, culture e fedi. A partire dal VII secolo, a seguito della rivelazione a Mohamad e al conseguente avvento dell’Islam, prese avvio la prima espansione araba, che decretò la nascita di una nuova organizzazione sociale, politica e religiosa. Quest’ultima dapprima abbracciò l’intera Penisola, poi si espanse fulmineamente in tutto il Mediterraneo, facendo capitolare i possedimenti germanici, bizantini e persiani; soprattutto questi due ultimi governi imperiali, in lotta su più fronti e disorganizzati, sottovalutarono la potenza nascente e rimasero impreparati nel fronteggiarne la veloce avanzata. Le forze arabe raggiunsero infatti a Occidente l’Atlantico e a Oriente l’India, portando infine a quello che verrà poi conosciuto come il mondo arabo-musulmano, unificato sotto una guida politica (il califfo), una lingua comune (l’arabo) e una nuova religione monoteista (l’Islam). Questo vasto e multiculturale impero da una parte ricondusse la moltitudine a un unico centro politico, culturale, linguistico e religioso; dall’altra ne riconobbe le peculiarità, soprattutto nell’ambito della fede, seppur in cambio di tributi e di assoggettamento al governo centrale (Capezzone, 2016; Pirenne, 2018).
Questo articolo vuole pertanto riassumere le tappe fondamentali dell’espansione araba, che seppe sussumere – più o meno pacificamente – popoli, culture, tradizioni e lingue diverse nell’arco di buona parte del Medioevo.

2. L’Arabia preislamica, Mohamad e la nascita dell’Islam
Intorno al VII secolo, la Penisola Arabica vide la nascita non solo di una nuova religione, ma anche di una nuova cultura e civiltà, quella musulmana, oltre che di una nuova estensione territoriale e di un’inedita organizzazione politica. Tendenzialmente desertica, la regione era abitata dai beduini (da badawi, “abitanti del deserto”), nomadi dediti principalmente all’allevamento e al commercio; le rotte commerciali, dette piste carovaniere, collegavano le oasi della cosiddetta Arabia Felix (la parte meridionale e più fertile – felix – della Penisola, corrispondente all’odierno Yemen, abitata per lo più da tribù sedentarie) alle città mercantili circostanti, dall’Egitto alla Mesopotamia. Politicamente, le famiglie erano suddivise in clan, che formavano tribù autonome fondate sul lignaggio e reti clientelari che annualmente solevano radunarsi nella città della Mecca presso il santuario della Ka’ba: un luogo di incontro tanto multiculturale e religioso, nel quale trovavano posto sia culti politeisti, sia giudaico-cristiani, quanto economico. Infatti, in occasione della fiera organizzata dal clan meccano dei Quraysh, guardiani del santuario, veniva stipulata una tregua che dava modo alle varie tribù non solo di appianare i conflitti, ma anche di contrattare e commerciare, stipulare accordi o, ancora, saldare debiti pregressi, nonché di praticare la propria fede (Gallina, 1998; Zorzi, 2016).
Fu proprio in questo contesto sfaccettato che, nel 570 circa a la Mecca, nacque Mohamad, appartenente alla tribù qurayshita e considerato l’ultimo e maggiore profeta, erede di una lunga stirpe originatasi con Adamo, proseguita, tra gli altri, da Mosè e Cristo. Secondo la tradizione, nel 610 l’arcangelo Gabriele gli ordinò la diffusione del verbo divino (al-Qurʾān, il Corano, ovvero “recitazione ad alta voce”), rivelandoglielo e dettandoglielo in lingua araba, i cui pilastri (arkān) fondamentali furono e tuttora sono: la professione di fede (shahāda: “non vi è altro dio al di fuori di Allah, e Mohamad è il suo profeta”); la preghiera (ṣalāt, da effettuarsi secondo precisi rituali e a seguito dell’abluzione purificatrice, cinque volte al giorno rivolti verso la Mecca); il Ramadan (“il mese sacro” in cui ci si dedica alla lettura del Corano, si rende visita a amici e parenti, e durante il quale ci si astiene da cibo, bevande e sesso durante le ore diurne); l’elemosina legale (zakāt) verso la comunità, con particolare attenzione ai più bisognosi; il pellegrinaggio (ḥajj) alla Ka’ba presso la Mecca (santuario che come si è visto era originariamente dedicato a diversi culti e fedi religiose, ma che da Mohamad in poi venne dedicato esclusivamente ai musulmani) da compiere almeno una volta nella vita. Altri principi fondamentali della religione musulmana sono l’Islam, la totale sottomissione e obbedienza ad Allah (al ilāh, “il Dio”), il riconoscimento di Mohamad come sommo profeta, e – come per le altre due religioni abramitiche – il monoteismo. Infatti, la fede musulmana – proprio perché nata in un contesto sincretico, in cui le religioni ebraica e cristiana erano diffuse e praticate – condivide tuttora con le altre due religioni del libro (ahl al-kitāb) i suoi profeti, i precetti contenuti nella Torah, nei Salmi e nel Vangelo, ma anche la credenza negli angeli (messaggeri divini), la resurrezione e il giudizio universale, nonché la ricompensa o la punizione nell’aldilà. In quest’ottica, il Corano si pose infatti come summa finale delle rivelazioni divine (vetero e neotestamentarie, altresì ovviamente coraniche); accanto ad esso, vi furono e sono la Sunna (“consuetudine, tradizione”) e gli hadīth (“racconti”), che esplicitano la vita e le parole di Mohamad (Capezzone, 2016; Gallina, 1998; Treccani a, n.d.; Treccani b, n.d.; Silverstein, 2013; Zorzi, 2016).
3. La diffusione dell’Islam e la costituzione del mondo arabo-musulmano
La rivelazione ricevuta da Mohamad e la conseguente nascita di un nuovo credo suscitarono l’opposizione dei vari clan, soprattutto meccani, che dalla fiera annuale e dal consueto incontro di diversi culti derivavano il proprio prestigio economico e politico, ma anche di ebrei e cristiani, ostili alla nascita e diffusione di un nuovo “concorrente” monoteismo. Grazie ad accordi con la città di Medina (l’allora Yathreb poi ribattezzata la “città del profeta”, Madinat an-nabi), il profeta e i suoi seguaci vi giunsero nel 622, anno della prima migrazione (hejira) e inizio del calendario musulmano; qui si organizzarono in una comunità (umma) sottoposta all’autorità politico-spirituale di Mohamad e ai precedetti coranici. Il profeta intendeva la umma come una vera e propria rivoluzione sociale, religiosa e politica: tale comunità teocratica, fondata sul patto uomo-Dio (mithaq), assorbiva ampliandola l’organizzazione etnico-tribale, ora sottostante alle medesime leggi (sharia, “la strada maestra”, la legge divina esplicitata dal Corano) e alla medesima autorità, quella del profeta stesso. Durante l’esilio a Medina, Mohamad si dedicò al proselitismo e all’espansione nell’area circostante assoggettando anche i vari clan, fino ad arrivare a marciare e sottomettere la Mecca nel 630, in cui poté fare finalmente ritorno in qualità di profeta e conquistatore: la città venne così assurta a luogo sacro esclusivamente all’Islam. L’avanzata di Mohamad ribaltò la situazione iniziale in cui versava la Penisola Araba, di fatto riuscendo pienamente nel suo intento: da una moltitudine di clan e tribù autonome, al cosiddetto “mondo arabo-musulmano” unificato da una stessa religione, una stessa identità e una stessa guida politica e spirituale (Capezzone, 2016; Gallina, 1998; Lo Jacono, 2003; Pirenne, 2018; Silverstein, 2013; Zorzi, 2016).

Tuttavia, con la morte di Mohamad nel 632 a Medina si pose il problema della sua successione, poiché il profeta non aveva lasciato alcuna disposizione in merito, essendo sostanzialmente “insostituibile”. Il ruolo di guida religiosa e politica, nonché di capo supremo, venne assegnato a un califfo (Khalifa rasūl Allah, “successore, vicario dell’inviato di Dio”), originariamente eletto per proclamazione: il primo fu il suocero di Mohamad stesso, Abu Bakr. I primi quattro successori (imparentati con il profeta) furono – successivamente ad Abu Bakr – Omar, Othman e Ali; a seguire, la carica divenne ereditaria con la dinastia degli Omayyadi. Compito principale del califfato era quello di adempiere e fare rispettare la sharia, nonché guidare il popolo arabo, anche nell’avanzata conquistatrice. Durante i primi quattro califfati, gli unici – come si è detto – assegnati per acclamazione e destinati esclusivamente a parenti di Mohamad, si proseguì con l’espansione, spingendosi ben oltre i confini della Penisola Araba e verso i più fertili territori persiani e bizantini, conquistando così l’Egitto, la Palestina, la Siria, la Persia e la Mesopotamia (Capezzone, 2016; Gallina, 1998; Lo Jacono, 2003; Silverstein, 2013; Zorzi, 2016).
4. La prima conquista arabo-islamica e il califfato omayyade (661-750)
Dal 632, anno della morte di Mohamad, al 656, data dell’elezione di Ali a seguito dell’assassinio di Othman, il mondo musulmano godette tutto sommato di stabilità interna, proseguendo come si è visto nella sua espansione dapprima nella Penisola Arabica, poi oltre i suoi confini nei territori ad essa limitrofi. Con l’elezione al califfato di Ali, discepolo e genero di Mohamad, si ebbe però una frattura politico-dinastica e religioso-dottrinale, nonché una prima battuta d’arresto all’allargamento dei confini proprio per risolvere i conflitti interni. Ali rivendicava il fatto di essere stato designato dal profeta stesso, pretesa che venne contrastata e contestata dalle élite arabe. Infatti, la legittimità della sua nomina portò allo scontro civile-ideologico tra i fedeli al califfo stesso, gli sciiti (ovvero shi’at ‘Ali, “il partito di Ali”), i quali esigevano che la guida dovesse necessariamente spettare a parenti stretti di Mohamad, l’unica ammantata del favore tanto del profeta, quanto del divino; e i kharigiti (da kharaga, “uscire”), maggiormente aperti all’elezione di qualsiasi musulmano, purché fedele ai precetti del profeta e del Corano. Nel 661, Ali venne ucciso dal meccano Mu’awiya, sunnita e appartenente al clan degli Omayyadi, segnando conseguentemente uno scisma interno alla fede musulmana mai sanato: quello tra sciiti e sunniti (da sunna, che inizialmente, promossero l’elezione a califfo di qualsiasi musulmano meritevole e qurayshita). Il purismo kharagita a questo punto venne invece isolato, insieme a quello sciita, a favore della parte vincente. Eletto califfo, Mu’awiya divenne capostipite della dinastia degli Omayyadi (al-Khilāfa al-Umawiyya, “califfato dei figli di Umayya”) e riprese energicamente l’espansione. Si fece altresì promotore di un forte accentramento di potere sul modello imperiale persiano e bizantino, perché maggiormente confacente alle nuove necessità politico-amministrative che l’organizzazione tribale non era più in grado di sostenere. Venne eletta a capitale Damasco, sede della zecca, mentre le città di Medina e Mecca mantennero un ruolo preminente a livello religioso; venne oltretutto sancita l’ereditarietà del califfato e predisposte l’amministrazione e la burocrazia grazie anche a una solida rete di funzionari provinciali; fu necessaria, inoltre, una nuova organizzazione politico-amministrativa che potesse poggiarsi sulle precedenti istituzioni, incorporandole nella nuova gestione del potere. Venne altresì perfezionato l’esercito, che si rivelò superiore a quelli dei territori conquistati, che fino ad allora avevano sottovalutato la forza militare e l’unità identitaria araba. Infatti, con la dinastia omayyade l’impero raggiunse la sua massima espansione dall’Asia all’Atlantico, assoggettando sia il bacino mediterraneo con Cipro, Creta e Rodi (con, tra l’altro, la tentata presa di Costantinopoli, che uscì vittoriosa dall’assedio nel 677), sia conquistando da una parte il Nord Africa vandalo-bizantino tra il 670 e il 709 arabizzandolo, dall’altra arrivando tra il 711 e il 713 all’India, facendo così crollare definitivamente l’impero persiano, fino poi a raggiungere la Spagna visigota tra il 711 e il 716 e a penetrare successivamente nel regno franco. Si stima che a questo punto gli abitanti dell’impero arabo arrivassero a circa 40-50 milioni (Capezzone, 2016; Gallina, 1998; Lo Jacono, 2003; Pirenne, 2018; Zorzi, 2016).
Fino al 750, anno in cui Abu al-Abbas – discendente di Mohamad e capostipite della nuova dinastia Abbaside – depose gli Omayyadi, questi ultimi governarono saldamente sul grande impero costituito con l’inesorabile avanzare dei propri eserciti. I popoli ormai soggiogati vennero inizialmente tenuti separati dall’élite militare araba, alla quale era precluso il possedimento di terre, ma era esente dalla tassazione; alle popolazioni locali non venne imposto l’Islam, ma poterono continuare a vivere secondo le proprie tradizioni amministrative e religiose, a patto però che venisse pienamente riconosciuto il dominio del governo arabo e venisse tributato loro il pagamento di un’imposta fiscale. Per di più, agli ebrei e ai cristiani, che costituivano la maggior parte della popolazione dell’impero, venne permesso di vivere in una condizione relativamente favorevole e protetta. I popoli soggetti erano detti dhimmi (“protetti”), e tale protezione era appunto garantita dal versamento di un tributo. In questo clima tutto sommato conciliante verso i popoli vinti, e soprattutto grazie alla capacità dei conquistatori di sfruttare il loro malcontento verso il mondo persiano-bizantino, le diverse anime etnico-religiose dell’impero iniziarono gradualmente a convertirsi all’Islam, anche per poter beneficiare dei privilegi derivanti dall’essere musulmano in un impero governato dagli Arabi. Infatti, la conversione poteva garantire l’accesso alle élite o comunque alla comunità musulmana (umma), portando così a benefici ed esenzioni fiscali. Dato l’allargarsi della umma con i neoconvertiti, il califfo Omar II promosse una serie di riforme, che portarono al superamento della separazione tra popolazioni locali ed aristocrazia in base al loro diverso status, arrivando così a sancire l’uguaglianza tra tutti i musulmani dell’impero e ad appianare le tensioni tra Arabi e non Arabi (le cui élite, soprattutto se in rapporto clientelare con quelle arabe, erano dette mawali qualora già convertiti all’Islam) (Capezzone, 2016; Gallina, 1998; Lo Jacono, 2003; Pirenne, 2018; Zorzi, 2016).
5. La dinastia Abbaside (750-1258) e la frammentazione dell’impero
Questa nuova organizzazione politico-amministrativa, la resistenza di Franchi e Bizantini che arrestavano l’avanzata conquistatrice, gli squilibri tra Arabi e non Arabi e i netti privilegi garantiti ai primi a scapito dei secondi, nonché le rivolte berbere in Maghreb, tuttavia, suscitarono del malcontento sia tra i vertici, sia tra i mawali, ma anche tra sciiti e kharagiti. Tale insofferenza trovò in Abu al-Abbas una decisa rappresentanza: quest’ultimo, infatti, con l’appoggio dei mawali pose fine alla dinastia degli Omayyadi nel 750, con la conseguente nascita di quella Abbaside. A questo punto il nuovo modello divenne l’assolutismo monarchico persiano rigidamente gerarchizzato; venne dunque tripartita l’organizzazione amministrativo-burocratica del regno, suddivisa in cancelleria, esattoria fiscale e amministrazione militare. Questi tre uffici vennero sottoposti al controllo del visir (wazīr, “colui che decide”), mentre le province vennero date in gestione agli emiri (amīr, “comandante”) con piena autorità in ambito locale. Il califfo, ormai isolato nella sua corte, incarnava invece il sommo potere centrale e aveva piena gestione delle finanze. La capitale fu poi ritrasferita a Baghdad, di fatto spostando il fulcro politico, economico e amministrativo in Asia, marginalizzando così la parte più occidentale dell’impero e il Mediterraneo. Il rigorismo sciita e kharagita – che inizialmente aveva supportato l’avvento della nuova dinastia nella rivolta contro gli Omayyadi – venne nuovamente marginalizzato a favore dell’ortodossia sunnita, ora meno tollerante verso i vinti rispetto a quanto avvenuto sotto la monarchia omayyade. In ogni caso, con gli Abbasidi tutte le città dell’impero, dall’Atlantico all’Asia, conobbero un notevole sviluppo culturale e intellettuale, nonché demografico, commerciale e artigianale. L’economia beneficiò di una serie di riforme in ambito agricolo, grazie all’affinamento di tecniche di coltura e irrigazione e alle opere di bonifica; sia l’introduzione dei dinar (monete d’oro) e dei dirham (d’argento) già durante la dinastia omayyade, sia il perfezionamento di una fitta rete di rotte marittime e terrestri (che misero in contatto gli Arabi a Nord con il Baltico e la Russia, e a est con la Cina e l’India) permisero, inoltre, un notevole sviluppo dei mercati e degli scambi commerciali, nonché la diffusione di pratiche di cambio e di credito (Capezzone, 2016; Gallina, 1998; Lo Jacono, 2003; Pirenne, 2018; Silverstein, 2013; Zorzi, 2016).

Le spinte separatiste all’interno dell’impero e l’ambizione degli emiri locali, che promuovevano forme di governo autonome, minarono e gradualmente erosero il potere centrale abbaside, che assistette alla progressiva frammentazione dell’impero in emirati e califfati locali oppure alla nascita di nuove dinastie, come per esempio quella turca dei Selgiuchidi che conquistò l’Asia Minore bizantina tra l’VIII e il XII secolo. Nonostante le spinte centrifughe, l’ampio territorio sottoposto al controllo arabo non perse nel tempo due fondamentali caratteristiche, che si riconoscono anche oggi: l’Islam e l’arabo (nelle sue diverse varianti locali) come rispettivamente religione e lingue identitarie e unificanti (Gallina, 1998; Silverstein, 2013; Zorzi, 2016).
6. La conquista dell’Europa mediterranea
L’avanzata araba nel Mediterraneo non si fermò al Nord Africa, ma si estese all’Europa meridionale tra razzie, assedi e vere e proprie conquiste. Infatti, i territori e le roccaforti nordafricane, strappati in precedenza ai Bizantini e ai Vandali, funsero da basi per le incursioni verso le coste italiane (in primis, siciliane e sarde), spagnole e francesi. Con la presa di Ceuta nel 709 e la successiva organizzazione dell’avamposto Jabal al-Tariq (Gibilterra, letteralmente “la montagna di Tareq” cui deve il suo nome al condottiero berbero e governatore di Tangeri, Tariq ibn Ziyad), gli Arabi poterono puntare le proprie mire nel Vecchio continente. I Visigoti, che sottrassero gli ultimi baluardi bizantini nella penisola iberica nel 624, non seppero contrastare l’inesorabile avanzata musulmana, costituita dai berberi marocchini convertiti all’Islam durante l’VIII secolo. Inoltre, la resistenza franca e papale tra Italia e Francia meridionali ebbe difficoltà a fronteggiare il nemico che pressava ai confini, i quali risultavano mobili tra avanzate e ritirate da ambo le parti. Tra scontri e diplomazia, gli Arabi fecero poi breccia in Sicilia a partire da Palermo, caduta dopo un anno di assedio nell’831, fino a conquistare Messina e infine Siracusa, espugnando così l’ultima resistenza bizantina (878). Proseguirono nel centro-sud Italia (Puglia, Campania, Calabria, Sardegna e Corsica, con scorrerie sulla linea costiera della Penisola e assalti a città come, per esempio, Ancona e Roma, quest’ultima saccheggiata nell’846) stabilendovisi più o meno definitivamente. Sul fronte iberico francese, tra Pirenei, Baleari e Provenza, gli Arabi si batterono costantemente contro le forze carolinge, tra l’altro prive di una flotta, che tentarono strenuamente di resistere all’avanzata e alle incursioni saracene, tra devastazioni e saccheggi. Baghdad, tuttavia, non riuscì a conquistare l’intera Penisola italiana – anche a causa di un colpo di reni delle forze imperiali bizantine, che riportarono nella propria orbita e protessero Napoli, Gaeta, Amalfi, Bari e Venezia, scongiurando l’avanzata nell’Adriatico – e quindi tutto il Mediterraneo, che però venne strappato alla supremazia dei basileis (Capezzone, 2016; Cardini, 2018; Gallina, 1998; Lo Jacono, 2003; Pirenne, 2018): «essa lo accerchiò ad est, a sud e a ovest; ma non fece presa a nord. L’antico mare romano diventò il confine tra l’Islam e la cristianità» (Pirenne, 2018).
Sebbene nel 1937, Henri Pirenne abbia affermato
«l’Islam ruppe l’unità del Mediterraneo, che le invasioni barbariche avevano lasciata sussistere. È questo il fatto più essenziale che sia avvenuto nella storia d’Europa dal tempo delle guerre puniche. È la fine della tradizione antica e il principio del Medioevo, proprio nel momento in cui l’Europa era sulla strada per diventare bizantina» (Pirenne, 2018)
va sottolineato che – nonostante il Mediterraneo non potesse più essere considerato il fulcro della sola cristianità occidentale – il commercio e i contatti tra popoli all’interno del bacino mediterraneo non crollarono mai del tutto, anzi:
«per l’Islam stesso, infine, l’incontro con il retaggio culturale dei popoli vinti, e in primo luogo con l’ellenismo, si mostrò assai presto intellettualmente fruttuoso, al punto che spettò agli arabi, soprattutto tramite Avicenna (fine X secolo) e Averroè (inizio XII secolo), trasmettere ancora una volta alla latinità la filosofia greca, e in primo luogo la speculazione aristotelica» (Gallina, 1998).

6.1 Al-Andalus, gli Omayyadi e i Franchi
Tra il 693 e il 708, gli Arabi sottomisero e conquistarono i territori maghrebini e le popolazioni berbere, a cui venne imposto l’Islam, fino ad arrivare al Marocco. Questi territori furono avamposti fondamentali per l’avanzata musulmana, i cui porti e roccaforti fungevano da basi per le incursioni nel Mediterraneo, prima fra tutti Tunisi. Infatti, dapprima respinti dalla flotta visigota nel 675, tra il 711 e il 791, gli Arabi iniziarono a spingersi verso la Penisola iberica attraversando lo stretto di Gibilterra e prendendo la rocca di Capo Calpe, ribattezzandola Jabal al-Tariq. La tradizione vuole che i berberi vennero sostenuti nell’impresa dall’esarca bizantino Giuliano, il quale si dice volesse vendicarsi delle violenze inflitte alla figlia Florinda dal re visigoto Rodrigo (Lo Jacono, 2003; Pirenne, 2018). Quest’ultimo aveva detronizzato Ascila, re di Toledo, il quale fuggì in Marocco e chiese l’appoggio dei berberi nella riconquista del trono. L’anno successivo, nel 711 i Visigoti vennero rovinosamente sconfitti presso il fiume Guadalete, dove morì anche Rodrigo. Da qui prese avvio l’inesorabile avanzata delle truppe arabe, forte della debolezza della compagine politico-territoriale iberica: gli invasori vinsero facilmente la resistenza delle città di Cadice, Siviglia, Cordoba e Toledo, capitale del regno visigoto, anche con l’aiuto degli ebrei, allora perseguitati dalla popolazione di componente germanica. La situazione spagnola al tempo era alquanto peculiare e internamente frazionata sia sul fronte politico, sia su quello sociale e religioso. Vi erano infatti lotte all’interno della stessa aristocrazia visigota, nonché scontri tra germani e bizantini; un altro problema era rappresentato sul piano religioso dalla difficile una convivenza tra ariani, cristiani ed ebrei, mentre su quello sociale tra i discendenti dei Romani e i conquistatori goti e greci. Tra il 712 e il 713, la Penisola iberica capitolò, anche grazie alla ben poca opposizione della popolazione, che vide nei nuovi arrivati una sorta di soluzione alla situazione pregressa: Toledo venne confermata capitale soggetta al califfato, mentre ormai erano state prese anche l’Aragona e la Catalogna. A partire dagli anni Venti dell’VIII secolo, dalla Spagna l’esercito arabo marciò oltre i Pirenei arrivando alla Settimania (odierna area della Linguadoca-Rossiglione), fino poi alla Provenza e alla Valle del Rodano, e proseguendo anche in Borgogna e in Aquitania, delle quali occupò le città più o meno definitivamente; non solo, gli Arabi si impossessarono anche delle Baleari, facile preda dal momento in cui i Franchi non disponevano di una flotta (Cardini, 2018; De Michelis, 2022; Lo Jacono, 2003; Pirenne, 2018).
Nel 732, Carlo Martello marciò verso Poitiers, dove ebbe la meglio sulle truppe nemiche; tuttavia, questa prima battuta d’arresto non scoraggiò l’avanzata dei musulmani. Successivamente, sarebbero stati momentaneamente fermati dai Franchi nel 752 e 759 (con la riconquista di Narbona), i quali ebbero definitivamente la meglio a Roncisvalle nel 778 sotto la guida di Carlo Magno. In ottica difensiva, i carolingi costituirono quindi la Marca di Spagna nel 795, un’area cuscinetto tra il mondo musulmano e quello cristiano, sempre perché le truppe arabe non davano segno di rinunciare alla penetrazione nei territori franchi; successivamente, le forze caroline strapparono Barcellona al nemico nell’801, sebbene le incursioni a Occidente non cessarono per tutto il IX-X secolo. Nonostante i diversi tentativi, quindi, gli Arabi non riuscirono né a dilagare come sperato in Occidente, né a sottomettere integralmente la Spagna, dove permanevano sacche di resistenza cristiana, poi protagoniste della Reconquista (Cardini, 2018; De Michelis, 2022; Pirenne, 2018).
Nella Penisola iberica (in arabo, Al-Andalus “terra dei Vandali”) (Cardini, 2018), gli Arabi costruirono un proprio emirato a Cordoba nel 756 sottoposto alla dinastia omayyade, di fatto autonoma da Baghdad e in contrasto con la dinastia abbaside, che aveva in precedenza spodestato proprio gli Omayyadi nel 750, causandone la fuga. Successivamente, durante il X secolo, l’emirato cordovano si impose come califfato indipendente e la regione raggiunse il suo apice. La Spagna era quindi governata dall’élite araba, che da una parte si dimostrò sin da subito molto tollerante nei confronti degli ebrei e dei cristiani autoctoni (dhimmi), detti mozàrabi (da mudajan, “gli accettati”, quindi gli arabizzati) (Cardini, 2018), dall’altra dovette ben presto far fronte alle diverse rivolte berbere sorte in seno al regno andaluso, che tuttavia riuscì a contenerle centralizzando il potere. Nella Penisola il contatto religioso, socioculturale ed etnico tra tradizione araba, ebrea, cristiana ed ellenica portò a una particolare cultura sincretica, che si espresse nella scrittura, nella letteratura, nelle arti e nelle scienze. Non solo, Al-Andalus, per i due secoli circa di dominazione omayyade, godette di una favorevole crescita economica, intellettuale e commerciale, favorita anche dai rapporti diplomatici stretti con le concorrenti istituzioni carolingie, bizantine ed il resto del mondo arabo (Capezzone, 2016; Cardini, 2018; De Michelis, 2022; Gallina, 1998; Pirenne, 2018).

7. Dar-al-Islam: la “nazione islamica” e i suoi caratteri identitari
Sotto la dinastia abbaside, il califfato dovette gestire i vari separatismi e confrontarsi con la nascita di altre dinastie e califfati autonomi: in primis, quella omayyade in Spagna, ma anche quella sciita dei fatimidi tra Tunisia ed Egitto. Tuttavia, alla scissione politica, amministrativa e territoriale del vasto impero non corrispose il relativo frazionamento identitario-culturale, religioso e linguistico. Infatti, sebbene ci fossero due anime musulmane prevalenti (sciita e sunnita), l’Islam continuò a rappresentare il culto predominante nel mondo arabo e la religione di Stato, sia esso quello centrale di Baghdad o quello delle autonomie costituitesi in seguito (Gallina, 1998).
Un altro importante fattore di unità identitaria fu sicuramente la lingua araba. Da una parte vi erano e permangono le varietà locali (tendenzialmente mutualmente intelligibili, ma con proprie caratteristiche linguistiche), dall’altra l’arabo letterario (Fusha¸ la varietà standard alta e scritta): l’elemento linguistico rappresentò e ancora rappresenta infatti «al pari del latino nel mondo medievale […] il tessuto connettivo del dar-al-Islam, ovvero la nazione islamica» (Gallina, 1998).
Insieme alla religione e alla lingua, le città furono fondamentali per l’unità nel mondo musulmano, sin dalle origini ma soprattutto con la dinastia degli Abbasidi, sotto la quale si svilupparono notevolmente, a livello demografico ed economico. I centri urbani costituivano dei poli attrattivi sia per le popolazioni stanziali, che in esse vivevano o si trasferivano, sia per quelle nomadi, che potevano spostarsi da un punto all’altro grazie alla fitta rete di piste carovaniere, raggiungendo così i mercati di tutto l’impero. Le città era infatti il fulcro delle attività commerciali e artigianali; non solo, erano anche i cardini religiosi, in cui sorsero moschee e luoghi di culto, ma anche dell’istruzione, della cultura e delle arti (Capezzone, 2016; Gallina, 1998).
8. Conclusione
Secoli di conquiste portarono dapprima gli imperi bizantino e persiano a fronteggiare l’avanzata araba dalla Penisola Arabica, poi il mondo cristiano a fare i conti con un popolo, unito dalla fede, dalla religione e dalla lingua, che di fatto destabilizzò l’equilibrio del mar Mediterraneo.
Gli Arabi non solo riuscirono ad assoggettare un ampissimo territorio, che andava a ovest dalla Spagna, a est fino all’India, ma a imporre un modello culturale e identitario che tuttora permane, seppur modificatosi nel tempo. Da una società tribale a una patria arabo-islamica potente e unita, il mondo arabo dovette via via affrontare anche delle crisi interne, che portarono infine da un unico centro di potere, alla proliferazione di califfati, dinastie ed emirati autonomi.

Federica Fornasiero – Scacchiere Storico
Federica Fornasiero è medievista di formazione, laureata in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano e diplomata alla scuola APD dell’Archivio di Stato di Milano. Ad ora è dottoranda presso l’Università degli Studi di Bergamo, con un progetto sull’emigrazione italiana nel XIX secolo. I suoi interessi principali sono la storia sociale, economica e di genere, ma non disdegna anche la storia delle chiese e delle eresie medievali.
Bibliografia
L. Capezzone, Medioevo arabo: una storia dell’islam medievale (VII-XV secolo), Milano: Mondadori 2016; F. Cardini, Andalusia. Viaggio nella terra della luce, Bologna: il Mulino 2018; M. De Michelis, Al-Andalus oltre la geografia di al-Andalus. Jabal al-Qilāl-Fraxinetum: storia, narrazioni e controversie, in “Rivista di Studi Indo-Mediterranei”, XII (2022), pp. 1-11, all’URL <https://cris.unibo.it/handle/11585/998079?mode=complete>; C. Lo Jacono, Il Vicino Oriente da Muhammad alla fine del sultanato mamelucco, vol. I della raccolta C. Lo Jacono, M. Bernardini, Storia del mondo islamico VII-XVI secolo, Torino: Einaudi 2003; M. Gallina, “La formazione del Mediterraneo medievale”, in Aa. Vv., Storia medievale, Roma: Donzelli 1998, pp. 227-246; Islam, voce Treccani online, n.d. (Treccani a), all’URL <https://www.treccani.it/enciclopedia/islam/> (consultato il 11.05.2026); Maometto, voce Treccani online, n.d. (Treccani b), all’URL <https://www.treccani.it/enciclopedia/maometto/> (consultato il 11.05.2026); H. Pirenne, Maometto e Carlo Magno, Roma-Bari: Laterza 2018; A. J. Silverstein, Breve storia dell’Islam, Roma: Carocci 2013; A. Zorzi, Manuale di storia medievale, Torino: UTET 2016.
Immagine di copertina: dettaglio di una miniatura tratta da un manoscritto persiano medievale, raffigurante Maometto che guida Abramo, Mosè e Gesù nella preghiera. BnF, Supplément turc 190 f. 9v, 1436 circa (fonte: Wikimedia, licenza CC0)
Scarica l’articolo in formato PDF:
