PUNIRNE UNO, EDUCARNE CENTO

Rituali di violenza e propaganda politica nella Lucca di Castruccio Castracani

di Davide Longo

1. Introduzione

Lauro Martines, nella sua introduzione al volume Violence and Civil Disorder in Italian Cities (1200-1500) scrive che lo storico che si avvicini per la prima volta al tema della violenza deve mettere in conto di trovarsi di fronte un ampio spettro di atti possibili. Da un lato abbiamo un tipo di violenza privata, tendenzialmente individuale, circoscritta all’ambito relazionale e familiare, diretta al soddisfacimento di un interesse personale immediato: ad esempio la ricomposizione di una lite tramite l’uccisione del rivale o di un membro della sua famiglia, o una reazione aggressiva a un’offesa o un insulto. Per Martines (1972) infatti «violence may include a vast multiplicity of acts and even specific attitudes. […] random cases of individual violence, like the one involving the grate, belong to one side of a spectrum. The action is unplanned, umpredictable, fits no necessary historical configuration, and goes beyond the psyche of the individual only by chance» (p. 3).

Agli antipodi di questo spettro di violenze possibili, scrive ancora Martines (1972), sussiste una tipologia di violenza organizzata, messa in atto da gruppi politici, sociali, economici, al fine di destabilizzare e abbattere l’ordine costituito, oppure al fine di difenderlo e preservarlo, quando non proprio di legittimarlo e consolidarlo. Infatti secondo Martines (1972) «on the other side of the spectrum is the type of violence which matters governments, starts civil and international wars, or perpetrates genocide: namely, organized violence committed on a large scale, by groups, by rebellious armies, or by governments proper» (p. 3).

Per questo, se vogliamo essere più specifici, più che di violenza nella Storia sarebbe corretto parlare di violenze al plurale, ossia di tipologie di atti differenti tra loro, per studiare i quali sono necessari modelli interpretativi altrettanto differenti.

In questo articolo ci concentreremo sul secondo tipo di violenza di cui abbiamo parlato, ossia quell’insieme di atti violenti organizzati volti a legittimare, consolidare e ampliare l’egemonia di un determinato centro di potere sulla società. Si intende qui fornire, in altre parole, un breve e modesto contributo allo studio del rapporto fra l’esercizio del potere politico in una certa comunità e l’utilizzo, da parte del centro di emanazione del potere, di metodi violenti e repressivi, talvolta ritualizzati, di certo sempre pubblicamente ostentati. E vogliamo farlo presentando un caso di studio abbastanza noto, il regime signorile che Castruccio Castracani degli Antelminelli istituì su Pisa, Lucca e Pistoia tra il 1314 e il 1328, riletto però attraverso la lente dello studio del rapporto fra violenza e esercizio del potere pubblico. Ho riservato qui una certa attenzione non solo a episodi di pura violenza, come il trattamento riservato ai nemici vinti e fatti prigionieri dopo le battaglie vittoriose dell’esercito di Castruccio, ma anche ad atti che risultano carichi di notevole aggressività e di grande significato simbolico, nonché di utilità pratica: potremo osservare infatti, per fare un esempio, che talvolta una modifica urbanistica può in effetti essere altrettanto violenta di una esecuzione sommaria, sulla pubblica piazza, del nemico sconfitto.

2. Castruccio Castracani: breve profilo biografico

Castruccio Castracani degli Antelminelli in una illustrazione ottocentesca

Come fonti per la vita di Castruccio Castracani, oltre ai documenti conservatisi per gli anni di governo del condottiero, lo studioso può fare affidamento alla lettura critica di numerose opere storiografiche dell’epoca. Nella Cronica (Porta, a cura di, 2007) di Giovanni Villani, fiorentino, sono ben descritti soprattutto gli anni di permanenza del Castracani in Toscana. Lo stesso si può dire di altre due cronache: le Istorie Pistolesi (Anonimo, 1845), di autore anonimo, e l’opera storiografica del lucchese Giovanni Sercambi (Tori, a cura di, 2015), nemico politico dello schieramento di Castruccio e sostenitore della famiglia Guinigi, una dei principali avversari degli Antelminelli. Una lettura critica, si diceva, poiché gli autori qui nominati spesso fanno trasparire la propria scarsa ammirazione per il personaggio, e dunque un utilizzo delle fonti che può essere mediato dall’ottimo studio – per ora non ancora tradotto in Italia – dello storico australiano Louis Green (1986).

Castruccio Castracani nacque a Lucca probabilmente il 29 marzo 1281, data tramandata dalle cronache, ma non certa. La sua famiglia era una di quelle che a Lucca avevano acquisito un grande potere economico già dall’inizio del secolo. I nonni di Castruccio già esercitavano l’attività di campsores – erano cioè dediti alle attività bancarie e creditizie – prima a Lucca e poi anche nelle maggiori piazze europee. Diventarono ben presto così anche proprietari urbani, presero residenza vicino alla Cattedrale di San Martino e rivendicarono – senza che alcuno contestasse il fatto – di appartenere alla nobile famiglia degli Antelminelli, schiatta lucchese di antiche origini, alla quale anche in questo articolo li assoceremo d’ora in avanti. Gli Antelminelli erano una famiglia di parte ghibellina, ossia imperiale, e nel 1300 furono costretti all’esilio dall’avvento di un governo filoguelfo nella città di Lucca.

Castruccio inizialmente fu ospite di mercanti toscani in Inghilterra, ma a causa di un fatto di sangue che lo vide protagonista fu costretto a spostarsi in Francia, dove combattè al servizio di Filippo il Bello ad Arras e durante la difesa di Therouanne. Tra il 1304 e il 1306 giunse a Vicenza e a Verona, dove divenne titolare della prima condotta a suo nome, venendo indicato come stipendiarius: per la prima volta vediamo Castruccio nei panni del comandante di una compagnia di ventura, un gruppo di mercenari che combattevano al servizio del miglior offerente nelle continue guerre che dilaniavano la penisola. È in questi anni che Castruccio si avvicinò definitivamente allo schieramento imperiale e ad Enrico VII, che preparava la sua discesa in Italia.

Miniatura raffigurante Castruccio Castracani. Ms. 1661, Biblioteca statale di Lucca.

Nel 1313 le fonti indicano Castruccio come uno dei più stretti collaboratori di Uguccione della Faggiuola, dal 20 settembre podestà di Pisa e a capo delle truppe imperiali, tedesche e italiane, dopo la prematura morte dell’Imperatore a Buonconvento. Nell’accordo con la parte guelfa di Lucca venne consentito ai fuoriusciti di rientrare in città, e Uguccione utilizzò proprio Castruccio per preparare il colpo di mano che cacciò i Guelfi dalla città e la consegnò allo schieramento imperiale. Il ruolo preminente di Castruccio nella rivolta è testimoniato da un testamento del 1348, giunto fino a noi e conservato nell’Archivio di Stato a Lucca, in cui l’autore ricorda con vivida crudezza il Castracani guidare le masnade tedesche nella presa della città.

Dopo la presa di Lucca, consegnata ai figli di Uguccione, Castruccio si ritagliò un dominio personale in Lunigiana e rivendicò sempre più la propria indipendenza dal suo antico mentore e alleato, pur rimanendo nello schieramento imperiale e partecipando alla Battaglia di Montecatini, con proprie truppe, nel 1315. E fu proprio Uguccione della Faggiuola a far arrestare Castruccio nel 1316, adducendo come pretesto la mancata consegna, da parte del Castracani, delle terre di Lunigiana ai lucchesi. Tuttavia, la rivolta dei pisani contro Uguccione e la sua cacciata dal potere fecero si che la prigionia del Castracani fosse di breve durata: l’11 aprile 1316 venne liberato dal risorto Comune di Lucca, e già il 12 giugno venne nominato capitano e difensore della città, una carica già ricoperta da Uguccione a Pisa e che gli consegnò di fatto il potere su Lucca.

Negli anni successivi alla presa del potere a Lucca, il Castracani consolidò il proprio prestigio come nuova guida della parte imperiale in Italia dopo la dipartita di Uguccione. Nel 1318 venne nominato capitano generale della parte ghibellina di Pistoia, mentre nel 1320 i lucchesi riuniti in assemblea lo nominarono «generalis dominus et generalis capitaneus civitatis Lucane et eius comitatus, districtus et fortie cum omni et tota balia et auctoritate Lucani communis pro toto tempore vite ipsius Castruccii» (Green, 1986, p. 77), titolo che sanciva il suo potere ormai di natura signorile sulla città. Nel 1322 divenne per sei mesi podestà a Genova ed entrò in conflitto con i Fiorentini, occupando Santa Maria a Monte e Pontremoli. Nello stesso anno costruì a Lucca il simbolo del suo potere personale, la Fortezza Augusta, e nel 1323 giurò fedeltà al nuovo imperatore tedesco, Ludovico il Bavaro, disceso in Italia dopo aver sconfitto il suo rivale, Federico III d’Asburgo. Nel 1325 Castruccio si insignorì anche di Pistoia, e questo segnò la reazione del comune di Firenze che inviò il proprio esercito al comando del catalano Ramon de Cardona contro il Castracani. Tuttavia, nello scontro, avvenuto ad Altopascio, lo schieramento ghibellino sbaragliò le forze della città di Firenze. Gli uomini di Azzone Visconti e Castruccio Castracani dilagarono nel contado fin sotto le mura della città nemica, dove Castruccio fece correre palii di cavalli, uomini e prostitute in spregio ai fiorentini.

Dopo Altopascio Castruccio sembrava ormai inarrestabile. Venne nominato da Ludovico il Bavaro Gonfaloniere dell’Impero in Italia, un titolo che lo poneva allo stesso livello dei grandi feudatari tedeschi. Divenne in buona sostanza il braccio destro dell’Imperatore, e con lui marciò fino a Roma e tenne tra le sue mani la corona durante la cerimonia di incoronazione del Bavaro in San Pietro. Tuttavia, un attacco fiorentino a Pistoia lo costrinse a ritornare in Toscana a tappe forzate, cosa che raffreddò i rapporti con l’imperatore. A causa delle fatiche militari – o forse per una malattia venerea contratta nei bordelli di Lucca, assiduamente frequentati con l’amico Azzone Visconti – Castruccio nell’agosto 1328 si ammalò di febbri e infine morì, a soli quarantasette anni, il 3 settembre 1328. Venne seppellito con tutti gli onori a Lucca, ma i suoi figli non riuscirono a succedergli nel governo dei suoi domini, e le città di Lucca e Pistoia riacquistarono entro pochi mesi la loro indipendenza e i loro ordinamenti comunali.

3. Difendersi dai nemici interni: la costruzione della Fortezza Augusta

La fortezza di Sarzanello, dove Castruccio Castracani venne ospitato durante l’esilio. L’architettura visibile in foto è tendenzialmente dei secoli successivi.

Come abbiamo appena visto, uno dei momenti che segnarono l’apice del dominio di Castruccio è la costruzione della fortezza Augusta a Lucca. Questa imponente costruzione venne fatta edificare da Castruccio a tappe forzate, in meno di un mese. Venne ultimata nell’arco di giugno 1322, a un ritmo che impressionò i contemporanei. Il Villani (Porta, a cura di, 2007) scrive che la fortezza occupava la quinta parte della città e che venne cinta da mura imponenti irte di ben 29 torri orientate verso i quartieri limitrofi della città. Già questa mera descrizione ci fa capire come la fortezza rivestisse una duplice funzione: cittadella a protezione di Castruccio e della sua famiglia da un attacco esterno, qualora le mura della città fossero crollate sotto i colpi degli assedianti; e rifugio per gli Antelminelli durante possibili rivolte cittadine. Che il potere signorile – soprattutto uno così fragile e di recente costituzione, come quello di Castruccio – potesse essere minato da una rivolta popolare non era un mistero per nessuno, tantomeno per il Castracani: nell’aprile del 1322 Federigo da Montefeltro, signore di Urbino e stretto collaboratore del Castracani nello schieramento ghibellino, era stato deposto da una rivolta popolare. Il signore era stato inseguito per le strade della città, privo della protezione dei suoi mercenari, era stato massacrato e il suo corpo, esposto per le vie della città, somigliava – stando a quanto riporta Villani (Porta, a cura di, 2007) – alla carcassa maciullata di un cavallo. E non solo: nel maggio dello stesso anno il popolo pisano – esasperato dalle lotte di fazione – si era rivoltato contro Nieri de Gherardeschi, signore della città, e contro i Lanfranchi, altra famiglia nobiliare avversaria di Nieri. La rivolta era stata capitanata da Coscetto dal Colle, un leader di parte popolare che aveva avuto una parte centrale nella cacciata di Uguccione della Faggiola da Pisa. Certo, alla fine del mese Coscetto dal Colle era stato condannato in un processo, fatto a pezzi e gettato nell’Arno, ma per alcuni giorni i rivoltosi avevano messo seriamente in crisi il potere signorile in città, tenendo sotto scacco le truppe mercenarie di Nieri de’ Gherardeschi. A fronte di queste sommosse popolari, così vicine fra loro e così dirompenti, Castruccio decise di tutelare il proprio potere costruendo una città nella città, una grande residenza fortificata per proteggersi dai nemici esterni e interni.

Innanzitutto, il ruolo della fortezza era eminentemente propagandistico, poiché la sua imponenza era la rappresentazione simbolica del potere del signore. Gli stessi metodi e il luogo in cui venne costruita costituirono in sé un atto repressivo contro gli avversari politici: il Castracani scelse per la propria residenza il settore della città in cui buona parte delle famiglie guelfe, ma anche molte ghibelline, avevano le loro residenze. Fece quindi abbattere decine di case-torri, simbolo del potere delle famiglie aristocratiche, e le costrinse a trasferirsi in altre porzioni della città, dove il loro prestigio era minore e le loro relazioni sociali meno strutturate. Inoltre, il Castracani colse a pretesto i lavori dell’Augusta per far abbattere anche numerose torri di famiglie nobili rivali che erano al di fuori del perimetro entro il quale sarebbe dovuta sorgere la fortezza, alcune anche a centinaia di metri: un chiaro tentativo di delegittimare il potere dei nobili, già indeboliti dalle lotte di fazione e dal fenomeno del fuoriuscitismo.

Dunque è molto chiaro come la costruzione della fortezza Augusta avesse non solo un ruolo difensivo e abitativo, ma anche repressivo nei confronti degli avversari politici – soprattutto le famiglie guelfe della città – e propagandistico/didattico nei confronti delle masse di sudditi di Castruccio: il fatto che i lavori dell’Augusta fossero non solo pubblici, ma dessero lavoro a ampi settori della popolazione cittadina e venissero ultimati così rapidamente, dovette accrescere il prestigio del Castracani. Inoltre, neutralizzando i nobili in maniera energica, il signore di Lucca mostrò inequivocabilmente a tutto il popolo la forza e la pervasività che il suo modello repressivo aveva ormai raggiunto nel 1322, dopo soli sei anni di signoria.

L’importante ruolo simbolico della fortezza Augusta nella costruzione del potere signorile di Castruccio è evidente infine anche dalla storia del suo abbattimento. Il 3 aprile 1370 infatti, dopo alterne vicende che avevano visto protagonisti anche i figli di Castruccio nel tentativo di riappropriarsi dei domini del padre, il Consiglio degli Anziani della città di Lucca deliberò l’abbattimento della fortezza Augusta. Il 30 agosto 1370 tutta la cittadinanza lucchese si riunì nella piazza antistante la fortezza per assistere al suo abbattimento e giurare con un rito pubblico la propria fedeltà al regime comunale sulle macerie della cittadella fortificata del Castracani, ormai simbolo della tirannide del potere signorile.

4. La sorte dei vinti: prigionia, violenza pubblica ed esecuzioni di piazza

Lo stemma di famiglia degli Antelminelli, mantenuto anche sei secoli successivi alla morte di Castruccio Castracani.

Fra il 1320 e il 1328 Castruccio fu impegnato su più fronti in una guerra continua contro i nemici – soprattutto toscani – della fazione imperiale. Nella conduzione delle operazioni militari, in più di una occasione esercitò una energica azione repressiva. Nei paragrafi che seguono proveremo a capire perché questa azione repressiva non fu mai fine a sé stessa o finalizzata soltanto alla mera punizione degli avversari, ma anzi ebbe sempre un ruolo didattico-propagandistico rivolto a tutti i sudditi di Castruccio, anche e soprattutto ai suoi sostenitori.

Cominciamo da un fatto che apparentemente potrebbe apparire di scarsa importanza: la conquista di Santa Maria a Monte, un castello al confine tra il contado di Firenze e i possedimenti lucchesi. Nell’aprile del 1320 il paesino e la rocca che lo sormontava erano tenuti da fuoriusciti guelfi lucchesi, che parteggiavano per Firenze contro il Castracani (Davidhson, 1960). Castruccio dunque pose l’assedio al castello. Un gruppo di difensori decise dopo alcuni giorni di passare dalla parte del signore di Lucca, mandò in segreto una delegazione a parlamentare con lui e aprì alle sue masnade le porte della fortezza. Castruccio così, grazie al tradimento di questo gruppo di difensori, ebbe gioco facile nel conquistare in pochi giorni Santa Maria a Monte, assicurandosi il controllo della strada che da Lucca portava a Firenze.

Il primo particolare su cui dobbiamo soffermarci per compiere la nostra analisi è il trattamento riservato ai difensori di Santa Maria a Monte. Le Istorie Pistolesi (Anonimo, 1845) riportano che il gruppo di difensori che aveva tradito Firenze, aprendo al Castracani le porte della città, venne costretto proprio da Castruccio a lasciare il borgo per trasferirsi a Lucca. Tutti i traditori vennero tenuti sotto stretta sorveglianza. Secondo il Villani (Porta, a cura di, 2007), che conferma questa versione, vennero addirittura rinchiusi in prigione e lì fatti morire di fame. È interessante vedere come, nonostante avessero tradito i suoi nemici, per Castruccio i difensori rimanessero comunque traditori: da un lato avrebbero potuto tradire anche lui, una volta mutate le condizioni; dall’altro, ed è per noi il più interessante, quei traditori sarebbero potuti essere un esempio per la popolazione lucchese, che si sarebbe potuta ispirare a tale tradimento per aprire le porte della città ai fiorentini, se non avesse temuto una punizione severa da parte di Castruccio. La punizione contro questi traditori, dunque, costituì un atto di violenza pubblica e simbolica con cui il signore della città comunicava ai sudditi che nei suoi domini i traditori di qualunque fazione – anche della propria! – non sarebbero mai stati trattati con magnanimità.

In generale, la sorte riservata ai vinti è in realtà per il Castracani un esercizio propagandistico rivolto soprattutto ai suoi sudditi. Alla fine della battaglia di Altopascio, Castruccio non sterminò sul posto la guarnigione della città, ma la condusse in catene a Lucca (Villani, Porta, a cura di, 2007) come monito per la popolazione a proposito della sorte che attendeva tutti i nemici sconfitti.

Anche per la sorte dei prigionieri fiorentini possiamo fare un discorso simile. In seguito alla battaglia di Altopascio Castruccio prese numerosi prigionieri di parte guelfa, e per quanto segue ci rifacciamo sia a Villani (2007) sia a Green (1986). Non solo il capitano generale delle forze guelfe, il mercenario catalano Ramon de Cardona, ma anche numerosi rampolli di casate fiorentine come i Peruzzi, i Gianfigliazzi, gli Strozzi, i Medici e i Tosinghi. In totale per questi prigionieri il Castracani ottenne, escluso Ramon de Cardona, centomila fiorini d’oro, una cifra spropositata per l’epoca che dissanguò le casse fiorentine e impedì alla città gigliata di reclutare nuove truppe. Ma il fatto più interessante è che Castruccio rifiutò categoricamente di chiedere e accettare un riscatto anche per Ramon de Cardona, anche se perfino il re di Napoli – parente del capitano generale – si preoccupò a più riprese della sua sorte e tentò di intercedere per lui. Al contrario, il Castracani gettò Ramon de Cardona e suo figlio Guglielmotto in prigione nelle segrete lucchesi. I due vissero in prigionia fino al 1328, quando vennero liberati in seguito alla morte del signore di Lucca. Insomma, rinunciando verosimilmente a un lauto guadagno il Castracani si rifiutò di liberare il comandante nemico affinché tutti i suoi sudditi lo vedessero soffrire nell’indigenza: siamo in presenza della punizione esemplare di un nemico, che se anche sembra andare contro agli interessi economici di Castruccio, serve bene lo scopo propagandistico nei confronti delle masse dell’azione violenta e repressiva del Castracani.

5. Conclusioni

Tanti altri potrebbero essere gli esempi dell’azione repressiva portata avanti da Castruccio con intento didattico-propagandistico nei confronti dei suoi sudditi: dai palii fatti correre sotto le mura di Firenze per deridere il nemico sconfitto – i quali meriterebbero da soli un articolo a parte – alla sorte di un altro condottiero di parte guelfa, Pierre de Naix, o dal trionfo in stile romano celebrato per Castruccio a Lucca nel 1325 fino alla coniazione del castruccino. Parafrasando un famoso adagio di qualche decennio fa, possiamo dire dunque che la politica di Castruccio non si discostò molto dalla massima “colpirne uno per educarne cento”: l’eliminazione fisica di prigionieri inermi, l’ostentazione di potere nella costruzione della fortezza Augusta, la dura prigionia di illustri comandanti nemici sono manifestazioni di un potere signorile che vuole educare all’obbedienza le masse, non solo i nobili ma anche i sudditi comuni, alleati e nemici e perfino gli uomini più fedeli. In altre parole, la platea dell’azione repressiva del Castracani era senza dubbio molto più ampia dei soli condannati o più in generale degli avversari politici del signore.

Il filosofo Michel Foucault (1976) nel suo testo Sorvegliare e punire. Nascita della prigione scrive che «il torto che il crimine fa al corpo sociale è il disordine che vi introduce: lo scandalo che suscita, l’esempio che dà, l’incitamento a ricominciare se non viene punito, la possibilità di generalizzazione che porta in sé» (p. 101). L’operato repressivo di Castruccio Castracani sembra andare esattamente in questa direzione, anche se si tratta più che altro di repressione dei propri nemici interni ed esterni più che di persecuzione di delitti comuni. L’azione repressiva di Castruccio non è tanto – o meglio, non è solo – volta a sanzionare un uomo reo di aver organizzato – o di essere nella posizione di organizzare – una congiura di palazzo o una rivolta antisignorile, quanto piuttosto a definire di fronte a una comunità la gravità del comportamento sanzionato, riconoscendo nel condannato un potenziale di sovversione politica e sociale non solo individuale, ma collettivo, un potenziale di generalizzazione del delitto. In altre parole, il condannato va punito – per usare le parole di Foucault (1976) – non solo per sanzionare lui in quanto singolo, ma perché quel singolo potrebbe portare disordine all’interno del corpo sociale, contagiando con l’esempio tutti gli altri sudditi. Ed è dunque più che altro ai sudditi, e non solo al condannato, che è rivolta l’azione del signore. È ai sudditi, in altre parole, che Castruccio si rivolge per ammonirli, rendendo manifeste, concrete, reali le conseguenze di un comportamento lesivo per la stabilità della società: un atteggiamento, questo, che si riverbera ancora oggi in molti contesti in cui si dipana la repressione organizzata da una élite al potere.

Davide Longo – Scacchiere Storico

Davide Longo si occupa di storia militare e storia contemporanea. I suoi principali ambiti di studio sono lo sviluppo del movimento operaio europeo, la storia del colonialismo e la storia sociale e culturale della Prima guerra mondiale, ma i suoi interessi si allargano fino a comprendere lo sviluppo dei fascismi di ieri e oggi, la Resistenza come fenomeno europeo e la World History, con particolare attenzione a Cina e Sud-est asiatico.

Bibliografia

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Pubblicato da Scacchiere Storico

Rivista di ricerca e divulgazione storica

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