di Federica Fornasiero
«Per la cultura medievale,
preciso non significa vero. […]
Nell’immagine tutto è convenzionale,
compreso il “realismo”»
(Pastoureau, 2012)
- Introduzione
Una delle fonti privilegiate per poter comprendere la mentalità, la cultura e l’immaginario medievale sono certamente i bestiari (dal latino bestiarium, inerente alle bestie, e quindi “libro degli animali”). Questi ultimi sono produzioni allegorico-morali in latino e in volgare, che si diffusero in tutta Europa e rappresentarono la realtà come riflesso di caratteristiche trascendentali e divine, con intento didattico-scientifico. Sono generalmente testi corredati da un apparato iconografico più o meno importante e di pregio organizzati a mo’ di catalogo, al fine di illustrare i tratti fisici (reali o fittizi), i comportamenti e le peculiarità simbolico-allegoriche del creato come rappresentazione del divino: la natura era infatti considerata scrigno della verità di Dio, palesatasi nel creato stesso (Pastoureau, 2012; Treccani, 1930).
Cosa hanno generalmente in comune i bestiari medievali?
Prima di tutto, un archetipo: il Physiologus, testo anonimo greco composto ad Alessandria d’Egitto intorno al II-III secolo, che descriveva la realtà empirica affiancandone una spiegazione simbolica e che funse da modello per le successive composizioni. Secondariamente, un apparato iconografico riconoscibile a supporto della spiegazione scritta, in particolar modo a partire dal XII secolo e fino al XIV, principalmente in Francia e nella zona romanza, e in particolare in Gran Bretagna, luogo specializzato in miniature: le immagini diventarono un vero e proprio elemento caratterizzante di tale tipologia letteraria, arrivando a influenzare anche la produzione artistica – pittorica e scultorea – romanica e gotica. Infine, lo scopo: la classificazione scientifica del mondo naturale esplicitava un chiaro intento simbolico, morale, spirituale e dottrinale, che di fatto si tradusse nella concezione cristiana del mondo (Pastoureau, 2012; Treccani, 1930).

Questo articolo vuole pertanto presentare le origini del fenomeno letterario, le sue caratteristiche, nonché l’immaginario medievale che fu alla base di tale produzione manoscritta. Per comprendere appieno queste opere è infatti necessario calarsi nella concezione medievale del reale, dell’immaginario, del divino e della loro conseguente rappresentazione, prediligendo quindi un’analisi scevra da preconcetti legati alla sensibilità contemporanea.
- Il Physiologus: exemplum di una tradizione manoscritta scientifico-simbolica
A dispetto dei luoghi comuni legati al Medioevo – tuttora, etichettato come “epoca buia” – chi visse nell’Età di Mezzo era ben consapevole della natura circostante e sapeva come rappresentarla, immaginarla e interpretarla. Il rapporto con la flora e la fauna, nonché la sua osservazione e decodifica erano principalmente legati a concetti metafisici e trascendentali, più che a una visione aderente alla realtà empirica. Gli elementi descritti e raffigurati si rifacevano a un immaginario convenzionale, che rimandava a un livello più profondo rispetto alla superficie “realistica” del mondo: ciò non significa che il Medioevo non conoscesse l’approccio scientifico e l’epistemologia, ma piuttosto che questi erano malleati sulla peculiare sensibilità del tempo. Il sapere veniva poi raccolto in particolari cataloghi a carattere enciclopedico, che riportavano più o meno dettagliatamente caratteristiche fisiche e simboliche, nonché comportamenti soprattutto degli animali, ma anche di piante e rocce: i bestiari (Balestracci, 2023; Cordonnier, Heck, 2021; Pastoureau, 2012).
Come si è anticipato, la tradizione manoscritta dei bestiaria, ovvero opere derivanti dal modello greco a partire dall’XI secolo, trovò un suo modello nel Physiologus, il cosiddetto Fisiologo (“naturalista”), testo composto in lingua greca da un anonimo, presumibilmente tra II e III secolo ad Alessandria d’Egitto, dedicato alla descrizione della natura secondo categorie e convenzioni. Il trattato era composto da circa una cinquantina di brevi capitoli, destinati alla catalogazione di più o meno 40 animali e, in numero decisamente inferiore, non più di una decina tra piante e pietre. Ogni voce aveva una determinata struttura: a partire dalla descrizione delle peculiarità fisiche dell’elemento naturale, si giungeva poi alla sua interpretazione simbolica, con caratteristiche allegoriche. Ad essa, era aggiunta una citazione biblica, che ne confermasse le proprietà oppure che potesse suscitare una riflessione su quanto riportato. Le fonti principali del Fisiologo furono Aristotele, Plinio il Vecchio, Isidoro di Siviglia, Solino ed Eliano, nonché Erodoto, in commistione all’osservazione empirica, ma anche miti, leggende e favole sia del mondo orientale (in primis, indiano, ebraico ed egiziano), sia di quello greco-romano, nonché alla dottrina cristiana e ai Padri della Chiesa (specie, Ambrogio e Agostino) e agli insegnamenti biblici ed evangelici, e in minor misura alla trattazione medica di Dioscoride e Galeno del I-II secolo. Questo corpus venne così rielaborato per fornire un vero e proprio strumento edificante tramite simboli e allegorie per la formazione morale, dottrinale e spirituale della cristianità (Morini, 1996; Pastoureau, 2005; Pastoureau, 2012; Zambon, 2018).

A partire dall’XI secolo, il Fisiologo iniziò a essere utilizzato come archetipo e modello per una nuova produzione letteraria europea, appunto quella relativa ai bestiari altomedievali e in seguito, con qualche trasformazione, bassomedievali, fino ai cosiddetti “bestiari d’amore” e alle produzioni cinquecentesche (Zambon, 2018). Tali componimenti si diffusero in tutta Europa, particolarmente in Francia e nelle isole britanniche, qui in genere maggiormente decorati con particolari miniature sovente incorniciate e raffiguranti l’elemento descritto; in Italia, tra XI e XII, vennero per lo più confezionati negli scriptoria monastici. Il Bestiaire di Philippe de Thaün è considerato l’esemplare più antico composto in volgare, in questo caso anglo-normanno, durante la prima metà del XII secolo; la sua fonte principale, ampiamente rielaborata dall’autore francese, fu appunto il Fisiologo dell’anonimo alessandrino. Durante il XIII secolo, vi fu una spiccata diffusione del genere, grazie anche alla riscoperta della produzione aristotelica a seguito delle traduzioni delle copie arabe, avvicinandola al modello enciclopedico; ne derivarono diverse “famiglie” di bestiari e altrettante tradizioni manoscritte. Contestualmente, si passò da una stesura prevalentemente in lingua latina, a quella tradotta nei diversi volgari, specie in prosa, del Vecchio Continente (tra cui le varietà linguistiche romanze italiane), ma anche a un ampliamento dei capitoli, che passarono da poco meno di una cinquantina ad anche più di cento, e a una proliferazione di autori che si dedicarono al genere. Sempre durante il XIII secolo, in area romanza si sviluppò una nuova e differente tipologia di bestiario, il cosiddetto “bestiario d’amore”, il cui primo esempio fu il Bestiaire d’Amours di Richard de Fournival, erudito preumanista francese. L’autore propose un’inedita rappresentazione degli elementi naturali e degli animali, le cui caratteristiche simboliche rimandavano all’amore in tutte le sue forme, creando infine dei veri e propri cliché letterari: riflessioni sul sentimento e sull’amor cortese, strategie di conquista della donna amata, ma anche come resistere alla “dama tentatrice”. In questo caso, non vi fu un intento moralizzatore e le rappresentazioni animali non verterono più su allegorie cristiano-spirituali; l’elemento naturale invece iniziò a specificare comportamenti amorosi, anche contrapposti, di uomini e donne. Come il Fisiologo, il Bestiaire d’Amours venne tradotto nelle diverse varietà volgari, divenendo così un exemplum per le trattazioni successive, soprattutto di area italiana, dove divenne modello di opere come il Trésor di Brunetto Latini, composto durante l’esilio francese verso la metà del Duecento (Morini, 1996; Pastoureau, 2012; Zambon, 2018).
Per quanto concerne infine la committenza – che ne influenzava senz’altro la fattura più o meno pregiata – e la diffusione dei manoscritti, sicuramente gli esemplari di lusso vennero inizialmente commissionati da vescovi e alto clero, successivamente anche dalla nobiltà e dalle corti reali. I bestiari ebbero altresì grande diffusione nelle comunità monastiche dove, tra l’altro, venivano prodotti nei vari scriptoria: qui la qualità poteva variare fino ad arrivare anche a manoscritti meno fastosi. Infatti, data l’aderenza alla dottrina cristiana e alla struttura scientifico-enciclopedica, questi ebbero sicuramente ampia diffusione nelle biblioteche di monasteri, abbazie, capitoli e cattedrali, e il clero dimostrò sempre grande interesse nel conoscere il mondo naturale e animale (Balestracci, 2023; Pastoureau, 2012).
- Rappresentazioni animali: caratteristiche e simbolismo
Le miniature – in primis quelle prodotte nelle isole britanniche – erano la rappresentazione polisemantica di un immaginario condiviso e convenzionale a livello intellettuale, simbolico e spirituale. Ebbero un notevole sviluppo soprattutto a partire dal XII secolo e servivano a riportare in immagine quanto descritto nel testo; non solo, più che il contenuto in sé – ben conosciuto – erano anche l’elemento maggiormente di pregio dell’intera produzione manoscritta. Erano solitamente incorniciate e di diversa misura, la cui fattura variava anche in base al destinatario del manoscritto. La quantità delle immagini dipendeva anch’essa dal prodotto letterario, dal suo scopo, dal suo committente e conseguentemente anche dal suo valore economico, nonché dalla scelta degli animali da raffigurare. Flora e fauna potevano anche essere legati a emblemi e stemmi di famiglia – sempre in base alla committenza – oppure a un particolare culto e tradizione; tuttavia, vi erano animali, come per esempio il leone, il drago e la colomba, che erano tendenzialmente sempre presenti, come anche delle scene veterotestamentarie, soprattutto se tratte dal libro della Genesi e relative alla creazione (Cordonnier, Heck, 2021; Pastoureau, 2012).

Per quanto riguarda la classificazione dell’elemento naturale, sia nell’antichità classica, romana e greca, sia durante il Medioevo, gli animali erano suddivisi in cinque categorie: i quadrupedi, gli uccelli, i pesci, i serpenti e i vermi. Queste ripartizioni però avevano confini labili oppure raggruppavano esseri viventi che oggi considereremmo di specie diverse: un caso eclatante sono le bestie marine, che al tempo erano considerate tutte pesci, di fatto racchiudendo in un unico insieme, per esempio, i pesci veri e propri, i cetacei, ma anche animali fantastici come le sirene. Altra classe animale che ora non sarebbe sicuramente più valida è quella dei “vermi”, che allora riuniva tutti gli esseri viventi piccoli come, ma non solo, gli insetti. E ancora: vi erano animali marini, quali crostacei e molluschi, che venivano catalogati in parte tra i pesci (in quanto si trovavano nell’acqua), in parte tra i vermi (poiché di piccole dimensioni). Inoltre, la fauna era, nell’Europa medievale, un elemento onnipresente nell’immaginario e nelle rappresentazioni dell’epoca, sia in ambito laico, sia in quello religioso; tanto negli apparati iconografici letterari, quanto nelle decorazioni artistiche, soprattutto nella pittura e nella scultura, divenendo altresì parte delle diverse opere architettoniche (Pastoureau, 2012).
Sebbene la variante topica e cronica sia dirimente, in considerazione del fatto che il periodo convenzionalmente riconosciuto come Medioevo copre circa mille anni di storia e che l’Europa medievale racchiuse in sé diverse e molteplici tradizioni, usi e costumi e folklore, gli animali – in quanto simboli e rappresentazione allegoriche del creato – potevano avere caratteristiche positive, negative o entrambe in base al contesto letterario e al racconto, divenendo dei veri e propri topoi letterari e artistici. In genere, flora e fauna erano gerarchicamente considerate inferiori rispetto all’essere umano, che, secondo la tradizione biblica, fu creato a immagine e somiglianza del divino; tuttavia, specie gli animali, potevano essere utilizzati non solo per comprendere e spiegare i comportamenti umani, ma anche per indirizzarne la condotta morale, assurgendoli così a modello o, in caso contrario, a monito; da qui la consuetudine di rappresentarli costantemente, evidenziandone proprietà positive o negative oppure miste, peculiarità, comportamenti ed etimologie, queste ultime utili a comprendere l’essenza delle cose, nonché il loro più profondo significato, scopo e posto nel piano divino (Balestracci, 2023; Pastoureau, 2012).
Importante fu anche il rapporto tra animali protagonisti letterari dei bestiari, e animali come materia prima destinata a confezionare i manoscritti nelle loro diverse parti, nonché i diversi strumenti scrittori, come ad esempio penne, calamai, raschietti e pennelli, ma anche colle e colori (insieme a piante, semi e metalli di diverso genere e tipo). Il principale supporto scrittorio medievale, in particolare dal V-VI secolo a seguito del graduale declino del papiro, fu la pergamena ricavata per la maggiore dalla pelle di pecora (ma anche di bovini, capra e, se più pregiati, da quella di vitello o agnello) lungamente trattata e tagliata; i fogli membranacei furono gli unici utilizzati fino ad almeno il XIV secolo, quando si iniziò a introdurre la carta nella produzione documentaria e in quella libraria. Va inoltre considerato che spesso le coperte dei manoscritti erano costituite da legno, cuoio e metalli; mentre anche nei processi di rilegatura e fascicolazione, colle e fascette erano prevalentemente ricavate da parti di diversi animali e piante (Battelli, 1949; Pastoureau, 2012).

Per quanto riguarda invece l’iconografia, che si arricchisce durante il XII secolo, in genere era fissata, convenzionale e per lo più simbolica, quindi non sempre aderente al dato reale. Questo vale soprattutto per gli animali esotici (come, per esempio, il coccodrillo) e ovviamente per quelli di fantasia (quali il centauro), ma anche per gli animali comuni, il cui valore allegorico li arricchiva di attributi caratterizzanti, che li rendevano tipizzati e che ne esplicitavano proprietà e peculiarità. Si usava inoltre distinguere tra bestie maschi e femmine (il leone con la criniera e la leonessa senza) per evitare confusione, sebbene l’aspetto immaginifico potesse di gran lunga distanziarsi dalla fisionomia e dalle fattezze reali, poiché – come si è anticipato – il vero scopo di tali rappresentazioni era quello di spiegare le proprietà allegoriche dei soggetti raffigurati. Sovente anche i colori utilizzati si discostavano dal dato reale, poiché nella mentalità medievale e cristiana anche il colore aveva un significato simbolico, teologico e allegorico; potevano in qualche caso facilitare l’identificazione degli animali, oppure non essere elementi utili e importanti per poterli discernere. Per esempio, i canidi – come cane, lupo e volpe – venivano generalmente raffigurati secondo la medesima convenzione; tuttavia, l’elemento cromatico poteva agevolarne il riconoscimento, poiché il lupo era solitamente scuro (nero o grigio), mentre la volpe bruno-rossastra. Così anche nel caso del corvo e della colomba, del tutto simili tranne che per il colore delle piume: la colomba sempre bianca, il corvo sempre nero. Altri animali invece erano caratterizzati da particolari attributi o elementi, utili ad evitare ambiguità nell’identificazione: la gru si distingueva dal cigno solo per il fatto che veniva raffigurata con un sasso nella zampa; l’altro uccello invece porta un chiodo e un ferro di cavallo. Similmente, lo scoiattolo si differenzia dalla scimmia – a cui è identico – dalle orecchie e dalla nocciola tra le zampe. Altri animali – come, per esempio, il drago o il coccodrillo, entrambi tra l’altro molto simili – potevano variare notevolmente da un manoscritto all’altro: il drago poteva per esempio perdere le ali, nonostante in generale mantenesse le fattezze serpentine, soprattutto nella coda. Stessa sorte poteva accadere agli animali fittizi o antropomorfi: se da una parte conservavano degli specifici attributi distintivi (per la sirena, la coda di pesce), dall’altra potevano variare notevolmente per interpretazione iconografica, come l’unicorno sempre caratterizzato dal corno in mezzo alla fronte, ma in genere raffigurato in maniera anche molto diversa: come cervo, bovino, equino, felino o una commistione degli attributi di queste tipologie animali (Pastoureau, 2005; Pastoureau, 2012).
3.1 Il leone: il re degli animali

Il leone – animale non più comune nell’Europa medievale, ma comunque conosciuto dalla popolazione, come animale da mercato, circo e fiere itineranti – è una delle bestie maggiormente raffigurate sia nei bestiari in lingua latina, sia in quelli composti in volgare; era ritenuto parte dei quadrupedi, ossia animali dotati di zampe (ma non necessariamente quattro), che dal XII secolo venne assurto a “re degli animali” (rex animalium): per questo motivo, è sovente riconoscibile dall’attributo della corona sulla criniera, e divenne poi particolarmente gettonato nell’araldica. L’appellativo di “re” derivava dal fatto di essere considerato la fiera più forte e possente del regno degli animali selvatici, nonché da Isidoro di Siviglia. Potenza e coraggio erano inoltre peculiarità associate ai leoni – e anche ai sovrani – nella tradizione veterotestamentaria. Sempre relativamente alle sue caratteristiche, nella Bibbia e negli insegnamenti dei Padri della Chiesa, la fiera poteva essere contraddistinta da comportamenti ambivalenti: positivi e negativi. Il leone “buono” era associato, pertanto, alla forza, all’audacia e alla protezione dei più deboli, incarnando pienamente i valori dei Vangeli e identificandolo con Gesù o Adamo; inoltre, in questo caso, il suo ruggito era la manifestazione della voce divina: spesso, infatti, fu associato a re Davide e ancora al re dei re, Cristo. Quello “cattivo” – preponderante nei racconti biblici – era invece accostato alle caratteristiche dei tiranni e dei nemici di Dio e di Cristo (come Satana), e di Israele, oppure di chi vivesse nel peccato: pericoloso, crudele e brutale, furbo e immorale. Nel Fisiologo prima e nei bestiari del XII-XIII secolo poi, il leone divenne allegoria dei valori cristologico-cristiani in contraddizione ai vizi e al peccato. Il leone – impavido – era però spaventato dal gallo bianco, suo nemico probabilmente in riferimento al triplice tradimento di Pietro nei confronti di Gesù, ma anche dal fuoco e dal cigolio delle ruote di carro (di questi due elementi non si conosce però la spiegazione). Non solo, nei bestiari il felino poteva assumere anche dei comportamenti specifici: se arrabbiato, sbatteva le zampe a terra come Dio allontana gli uomini dal male; prima di cacciare, disegnava un cerchio con la coda in cui altri animali avevano la possibilità di sentirsi al sicuro (quindi, come allegoria del Paradiso e della giustizia divina); era magnanimo e incline al perdono con chi si dimostrava realmente pentito (altra caratteristica divina), ma condivideva anche le prede con i suoi alleati (come il signore con i suoi vassalli); incarnava inoltre un padre buono (ancora come il Signore) e uno sposo fedele e devoto, sebbene avesse un nemico giurato – il traditore per eccellenza – il leopardo, che seduceva la leonessa conducendola al peccato; infine, nei tre giorni prima della morte mordeva la terra e piangeva costantemente fino a spirare (Cordonnier, Heck, 2021; Pastoureau, 2005; Pastoureau, 2012).
3.2 Il corvo: un uccello reietto

Animale mitologico – celeberrimo l’esempio di area norrena legato a Odino e ai suoi due onniscienti corvi Huginn e Muninn – il corvo era un uccello riconoscibile dal colore del suo piumaggio: sempre nero. Nella cultura pagana germanica, nordica, slava e celtica era un animale oggetto di culto, mentre nell’antichità greco-romana veniva associato a virtù quali saggezza, memoria, preveggenza e intelligenza. Tuttavia, nella tradizione biblica ed evangelica assunse connotati negativi, soprattutto in qualità di animale necroforo e quindi opportunista, malizioso, scaltro, maligno, infedele ed egoista. Infatti, le prime missioni cristiane nei territori dell’Europa pagana si premurarono di sradicare – anche con la forza – l’immaginario ampiamente positivo dedicato al corvo, sulla scorta del pensiero dei Padri della Chiesa, che lo associavano al diavolo e al peccato. Il nero era pertanto simbolo di colpa, dei vizi e del male nel cuore dell’uomo impenitente e orgoglioso nel suo peccato: queste peculiarità e i comportamenti ad esse associati furono descritti e riportati nei bestiari. Essendo divoratore ingordo di cadaveri a partire dagli occhi fino al cervello, il corvo incarnava Satana che si fa largo – a partire dalla vista – nei pensieri dei deboli, fino a corromperli e a portarli sulla via del maligno, impossessandosi della loro anima. Il nero associato al corvo era inoltre riconosciuto come il colore della morte e del rancore, ma anche del cannibalismo e dell’ingordigia senza alcuna remora (altri tratti distintivi dell’uccello). Nei bestiari d’amore invece fu simbolo di quell’amore crudele e ingiusto, che si impossessava dell’amante ormai in balia del sentimento fino alla perdita della ragione (sempre in riferimento al cibarsi prima degli occhi, poi del cervello e infine del cuore e dell’anima). Come il leone aveva dei nemici, che cercava di attaccare sebbene la sua stazza, comparata a quella di questi ultimi, fosse decisamente meno imponente: l’asino e il toro; ma aveva anche un alleato: la volpe, anch’essa bestia descritta come maligna e scaltra. Insieme si contrapponevano a due uccelli, il falco e il nibbio, e al lupo. Tuttavia, la volpe tendeva a fidarsi troppo del corvo, animale traditore e delatore: se braccata, quest’ultima era solita seguire l’uccello in cerca di salvezza, ma i predatori o i cacciatori, scorgendo il corvo in cielo, individuavano il nascondiglio della volpe, portandola alla morte. Nonostante il corvo sia stato pienamente riconosciuto come un animale negativo, nei bestiari può essere associato a protezione, prestigio e predicazione. Per esempio, un corvo salvò il profeta Elia dalla morte, rubando del cibo per sfamarlo; in araldica, trovò spazio nelle insegne – soprattutto in riferimento alla tradizione germanica – sebbene ben presto venne sostituito dalla più prestigiosa aquila (Cordonnier, Heck, 2021; Pastoureau, 2012).
3.3 Il coccodrillo: non un rettile, bensì un pesce o un serpente

Il coccodrillo era considerato un mostro orribile e crudele, brutto, pigro e ipocrita. Nei bestiari lo si categorizzava tra i pesci oppure tra i serpenti, data la sua particolare fisionomia, simile a quella di una grande lucertola, generalmente lunga tra i sei e i dieci metri. Per Isidoro di Siviglia era sempre caratterizzato dal colore giallo, in relazione all’etimologia latina del suo nome: infatti, la radice di giallo (croceus) era ravvisabile in quella di coccodrillo, crocodilus. Tuttavia, nei bestiari medievali non aveva un colore distintivo (come il drago) e, anzi, il giallo era raramente utilizzato nel rappresentarlo. Sempre come il drago, il suo corpo era ricoperto di squame indistruttibili, e per questo adatte alla produzione di scudi e di corazze; al contrario, la pelle della pancia era sottile e liscia, un vero e proprio punto debole. Non a caso, i suoi nemici erano il delfino (munito di una pinna lacerante a forma di sega, letale se incontrato in acqua) e l’idra. Anche la sua bocca, lunga e piena di denti terribili, era considerata una vera e propria arma: le zanne – sessanta – non erano funzionali al cibarsi, ma piuttosto all’uccidere, dato che le prede erano ingoiate voracemente. Una volta sazio, doveva stare immobile a lungo per poter digerire, rimanendo però abile, scaltro e sempre vigile. Poteva essere così pigro da semplicemente spalancare l’enorme bocca, aspettare che un animale vi entrasse o si posasse, per poi mangiarselo; oppure addormentarsi con le fauci aperte per farsi pulire i denti dagli uccelli, che così gli rendevano un piacevole servizio e finivano per essere risparmiati dalla sua ingordigia e dalla sua malvagità. Sebbene gli adulti fossero di grandi dimensioni, i cuccioli di coccodrillo nascevano molto piccoli; potevano però ambire a crescere fino alla morte, una proprietà donatagli dal demonio. A differenza di altre bestie – come, per esempio, il leone – il coccodrillo divorava anche gli esseri umani, nonostante se ne pentisse e piangesse per il male commesso, divenendo così simbolo del peccatore penitente. Questo pianto poteva essere però simulato, decretandone al contrario il carattere malizioso, falso e ingannevole (non a caso, si dice “versare lacrime di coccodrillo”). Nel Bestiaire d’Amours di Richard, il coccodrillo figura come allegoria della donna impenitente che divora l’amato (Cordonnier, Heck, 2021; Pastoureau, 2012).
3.4 Il drago: il più grande dei serpenti

Nell’immaginario popolare medievale, il drago non venne considerato un animale frutto della fantasia, bensì essere vivente del tutto reale, connotato da comportamenti e caratteristiche sempre negative; infatti, era considerato una fiera da sconfiggere: non a caso, l’agiografia è piena di riferimenti alla prevaricazione del santo sul drago, come allegoria del bene che sconfigge il male. Tutto ciò che si sapeva di tale belva era dedotto dalla tradizione biblica, germanica, orientale e greco-romana, nelle sue varie accezioni. Era considerato parte della categoria dei serpenti di grandi dimensioni (anzi, il più grande) munito di ali e zampe (due o quattro), oppure poteva esserne privo; poteva essere anche un mostro marino, dunque un abile nuotatore. I draghi venivano descritti e raffigurati come belve ricoperte da squame solidissime, come i pesci e i serpenti; erano altresì caratterizzati da code lunghe e molto forti, da creste appuntite, zanne aguzze, nonché – qualora presenti – da zampe leonine con artigli d’aquila. Una delle proprietà più spaventose del drago era lo sguardo, capace di pietrificare grazie ad occhi piccoli e rossi. Talvolta era descritto come un essere a più teste, da due a sette. Sebbene le peculiarità fisiche dell’animale variassero non poco tra un bestiario e l’altro decretandone il carattere polimorfo, i suoi comportamenti rimanevano per lo più inalterati: violento (il drago lacerava, strappava con artigli e denti), potente, ingordo, distruttore, che suscitava terrore tra uomini e animali; poteva essere una belva di terra, abile nel correre, arrampicarsi e strisciare, ma anche d’acqua o celeste, poiché se munito d’ali era un abile volatore. Non solo fu raccontato come una fiera ingorda, ma anche avara: spesso, infatti, accumulava tesori in grotte e caverne, sue tane predilette. Era altresì iraconda e vendicativa: se abitante delle acque era spesso in lotta con altri mostri marini o animali acquatici, se fiera volante poteva scontrarsi con gli angeli o con gli uccelli, ma aveva anche il potere di scatenare tempeste. Aveva inoltre la facoltà di sputare fiamme, fumo e bava. Le scaglie erano viscide e putrescenti, dall’odore nauseabondo e sulfureo; gli artigli e le zanne micidiali; la coda distruttiva, la cui punta era velenosa. Suo nemico mortale? L’elefante, forte e possente, ma destinato talvolta a soccombere alla potenza mortale del drago. Un’altra sua particolarità era l’immortalità: si pensava che l’animale non perisse, ma che si addormentasse per un lungo tempo e che non dovesse essere assolutamente svegliato, pena una vendetta annientatrice. Generalmente, nei bestiari era colorato di giallo o verde, ma mai nero, sebbene avesse proprietà cangianti. Un colore diffusamente associato al drago era il rosso del fuoco, del sangue e dell’inferno. Sempre nei cataloghi fu descritto come essere del tutto assimilabile ai quattro elementi (terra, aria, acqua e fuoco) e ai cinque sensi: poteva infatti essere percepito con la vista (animale terrificante), con il tatto (viscido e appiccicoso), con l’udito (estremamente rumoroso), con l’olfatto (con un odore ributtante) e infine con il gusto (immangiabile perché rivoltante). Sebbene rappresentato come mostro inavvicinabile e distruttivo, il suo sangue, il suo sperma e la sua bava erano invece considerati portatori di virtù legate alla fertilità, alla fecondità e all’immortalità (il sangue garantiva infatti una corazza invincibile). Data la sua forma allungata e duttile, che ben si prestava ad essere avvolta in spire o distesa, veniva spesso utilizzato come elemento decorativo, prevalentemente in lettere miniate, greche, dettagli e ornamenti, non solo in ambito librario o pittorico, ma anche nella scultura e nell’architettura (Balestracci, 2023; Cordonnier, Heck, 2021; Pastoureau, 2012).
- Conclusione
La storiografia, principalmente dedicata al mondo medievale, ha a lungo considerato l’elemento naturale, e quindi anche i bestiari, come dati e fenomeni culturali, sociali, artistici e letterari marginali e poco degni di nota, relegandoli piuttosto allo studio da parte di altre discipline come la filologia o l’archeologia, fino ad almeno agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso (Pastoureau, 2005).
Tuttavia, i bestiari medievali furono molto più che cataloghi ed enciclopedie dedicati al mondo animale e naturale; possono essere infatti considerati una cartina tornasole di una parte ragguardevole dell’immaginario del tempo, della cultura, dei valori e disvalori e relativamente alle pratiche di una società lontana da noi nel tempo. Uomini e donne dell’età di Mezzo potevano immedesimarsi nei racconti di questo mondo fantastico o reale, potevano trarne insegnamenti e moniti, potevano anche divertirsi e riflettere.
Per concludere, vorrei pertanto riportare due passi tratti rispettivamente dal Bestiaire di Philippe de Thaün risalente al XII secolo e considerato il più antico testo in volgare giuntoci in versi, e dal Bestiaire d’Amours, opera in prosa volgare di Richard de Fournival del XIII secolo, entrambi in versione tradotta e riportati nella curatela di Francesco Zambon, Bestiari tardoantichi e medievali. Il primo brano riguarda la descrizione fisica del leone, re degli animali e prima belva descritta nel componimento di Philippe; il secondo, invece, riporta uno stralcio dedicato alla natura del corvo e della donna amata, come narrate nel bestiario d’amore di Richard.
«Il leone, del quale il libro parla, è re di tutti gli animali: perciò viene posto all’inizio; la sua conformazione e le sue parti significano qualche cosa di grande, come informa il libro.
Al greco leone
corrisponde in francese “re”.
Il leone in molti modi
domina le bestie prive di ragione,
e per questo il leone è re:
udire ora le sue caratteristiche.
Ha il viso terribile,
il collo grasso e crinito,
il petto, davanti, vigoroso,
ardito e coraggioso;
ha la parte posteriore snella,
una coda di notevoli proporzioni,
e ha le zampe sottili,
e agili vicino al piede;
ha i piedi grossi e arcuati,
unghie lunghe e ricurve.
Quando ha fame o è irritato,
dilania le bestie, come
fa con questo asino
che raglia e grida»
(Zambon, 2018: 1095-1097).
«Eppure mi sembra che avreste dovuto fare il contrario e che avreste dovuto mostrarvi più affettuosa verso di me quando mi vedeste rivestito del vostro amore che non quando ne ero nudo. Tale è infatti la natura del corvo che finché i suoi piccoli sono senza piume, per il fatto che non sono neri e non gli rassomigliano, esso non li degna di uno sguardo né li nutre, tanto che quelli vivono solo di rugiada fino al momento in cui si rivestono di piume e assomigliano al loro padre.
Così mi pare che avreste dovuto comportarvi, carissima amica: quando ero nudo del vostro amore, non avrebbe dovuto importarvi di me, e quando me ne sono rivestito e ho portato lo scudo con le vostre insegne, avreste dovuto avermi caro e allevarmi nel mio amore per voi benché tenero e nuovo, così come si nutre un bambino in culla. E, in amore, la natura del corvo dovrebbe prevalere su quella del serpente o quella della scimmia» (Zambon, 2018: 1697).

Federica Fornasiero – Scacchiere Storico
Federica Fornasiero è medievista di formazione, laureata in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano e diplomata alla scuola APD dell’Archivio di Stato di Milano. Ad ora è dottoranda presso l’Università degli Studi di Bergamo, con un progetto sull’emigrazione italiana nel XIX secolo. I suoi interessi principali sono la storia sociale, economica e di genere, ma non disdegna anche la storia delle chiese e delle eresie medievali.
Bibliografia
Balestracci D., Attraversando l’anno. Natura, stagioni, riti, il Mulino 2023; Battelli G., Lezioni di paleografia, Pontificia Scuola Vaticana di Paleografia e Diplomatica 1949; Cordonnier R., Heck C., Il bestiario medievale. L’animale nei manoscritti miniati, Einaudi 2021; K. McK., G. d. F., Bestiario, voce Treccani, enciclopedia italiana 1930, all’url <https://www.treccani.it/enciclopedia/bestiario_(Enciclopedia-Italiana)/> (consultato il 19.02.2026); Morini L. (a cura di), Bestiari medievali, Einaudi 1996; Pastoureau M., Bestiari del Medioevo, Einaudi 2012; Pastoureau M., Medioevo simbolico, Laterza 2005; Zambon F. (a cura di), Bestiari tardoantichi e medievali. I testi fondamentali della zoologia sacra cristiana, Bompiani 2018.
Immagine di copertina: Drago ed Elefante dall’Harley Bestiary, XIII secolo. British Library, Londra (fonte: Wikimedia, licenza CC0)
Scarica l’articolo in formato PDF:
